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     home  torna indietro  stampa   1 June 2011
Opinioni
Panem et circenses  
A distanza di secoli pare che questa rivendicazione sia tornata a essere esaudita dalla classe politica nostrana, senza distinzione di poli e di ruoli.

Zaina Alberto Zaina

 

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Beni culturali.  “Panem et circenses” (pane e giochi del circo): antico grido con cui la plebe romana si rivolgeva agli imperatori chiedendo elargizioni gratuite di viveri e di spettacoli, accolte dagli imperatori che così si garantivano l’appoggio ‘popolare’: echeggiava soprattutto nei periodi di crisi. A distanza di secoli pare che questa rivendicazione sia tornata a essere esaudita dalla classe politica nostrana, senza distinzione di ‘poli’ e di ‘ruoli’: basti pensare allo sfoggio di spettacoli esibiti dalla Moratti e Pisapia nella competizione elettorale di Milano: offerti dai candidati, è vero, ma le cui spese, poi vanno a carico di tutta quanta la comunità, anche se in maniera indiretta: non ci sono rimborsi elettorali per le elezioni amministrative, ma i contributi ai partiti sono tra le poche voci che con consenso ‘bypartisan’ non sono state tagliate. Tagli pesanti invece nel campo della cultura. Uno dei rimedi è stato quello di aumentare le accise sui carburanti: un balzello che viene pagato da tutta quanta la comunità, ma che, pesando su tutti, di fatto pesa sui più poveri, quelli che devono fare i conti quotidiani col pane e con gli aumenti che si riversano sul costo della vita: sono quelli che devono assicurarsi il pane ogni giorno e non hanno il tempo di pensare ai ‘circenses’, agli spettacoli. È questo settore che precipuamente sono destinati gli aumenti delle accise, più, quindi più all’effimero che non a quanto è più duraturo, come i fondi destinati alle sovrintendenze per loro scopi istituzionali, come i restauri o le sopravvivenze delle istituzioni museali, che se ben gestiti producono occupazione. Poco prima della tornata amministrativa da più parti si è proposto di richiedere una maggiore partecipazione economica a coloro che usufruiscono di manifestazioni culturali a cui gli enti pubblici danno contributi. Non si vede perché si debbano pagare di più servizi essenziali (come trasporti, energia, autostrade) mentre, la stessa mano pubblica che ne aumenta i costi, elargisce di fatto servizi non essenziali a basso costo o gratuitamemente, magari anche qualificati, ma non strettamente indispensabili: primum vivere, deinde philosaphari (prima vivere, poi fare filosofia). Forse una soluzione ci sarebbe: far pagare di più i servizi culturali offerti, però accompagnandoli, con un bonus, che i poveri che devono far quadrare i conti potrebbero dover spendere non tanto in ‘circenses’, ma in pane vero e proprio.
di Alberto Zaina  




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