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«La Voce del Popolo», 100 anni di storia
L'opposizione al liberalismo
alla fine dell'800
Il settimanale cattolico «La Voce del Popolo» di Brescia
nasce nel 1893. Subito si inserisce nella vigorosa polemica nei
riguardi del liberalismo, e in particolare della corrente zanardelliana,
marcatamente anticlericale.
In coerenza con gli insegnamenti e le
sollecitazioni della dottrina sociale cristiana, gli uomini di «Voce»
sostengono il confronto con il mondo liberal-radicale respingendo
critiche di infedeltà alla patria e proponendo un programma
di azione entro i confini diocesani. Azione, organizzazione sono
le espressioni ricorrenti in questi anni, in una prospettiva di
divulgazione e di promozione del popolo contadino bresciano, in
corrispondenza con le finalità statuariamente enunciate,
sintetizzate nel motto della testata «Fede, lealtà,
coraggio».
Il pericolo massonico, sotteso al liberalismo radicale,
viene di continuo richiamato, svelato nelle sue manifestazioni soprattutto
politiche, ma altresì istituzionali, culturali, filosofiche.
Anche l'anarchismo e ancor più il socialismo divengono deviazioni
ideologiche da cui mettere in guardia.
Nel corso di questa prima stagione sono da segnalare inoltre l'attenzione
riservata al concetto di proprietà privata, alla luce degli
insegnamenti della Rerum Novarum, lo stimolo all'attivazione
capillare dei comitati parrocchiali dell'Opera dei Congressi, la
promozione di programmi giuridico agronomici dell'Unione agricola
bresciana.
Ampio è lo spazio accordato alla realtà ecclesiale,
ai documenti del magistero pontificio ed episcopale, agli avvenimenti
della vita diocesana.
La sfida socialista (1899-1914)
Un secondo periodo della storia de «La Voce del Popolo»
si estende dal 1899 alla immediata vigilia della prima guerra mondiale.
La nuova sfida è quella socialista, che il nuovo direttore,
Giuseppe Pizzolari, succeduto ai responsabili precedenti, e tra
questi i sacerdoti Giovanni Rampa e Faustino Bartoli, raccoglie
con tutta la redazione, accentuando il carattere popolare del settimanale.
In coerenza con gli insegnamenti sociali di Leone XII, «Voce»
nei primi anni di questo periodo argina la diffusione del pericolo
socialista su due fronti principali: quello giovanile e quello sindacale.
Sul piano più strettamente politico mentre conferma l'appoggio
alle liste cattolico-moderate rimane affascinata dal movimento della
cosiddetta prima Democrazia Cristiana.
Nell'autunno del 1909 viene chiamato alla direzione don Giuseppe
Tedeschi che amplia l'attenzione al mondo del lavoro con frequenti
riferimenti alle normative dei paesi europei ed extra europei e
continua la proposta di notizie e riflessioni su temi come l'alcoolismo,
l'insegnamento della religione nelle scuola, la proprietà
agricola.
Senza toni celebrativi «Voce» appoggia e descrive assiduamente
le vicende della guerra italo-turca di Libia, come tutto il movimento
cattolico bresciano.
I riferimenti al patriottismo, all'ignavia
socialista, all'impegno di diffusione del cristianesimo in terra
musulmana, confermano gli orientamenti del giornalismo cattolico
del tempo. Accompagnano le notizie sul conflitto ampi spazi dedicati
al tema della famiglia, delle agitazioni sindacali nel mondo rurale,
dell'attività vasta e proficua del Segretariato del popolo,
del confronto anche dottrinale con l'ideologia socialista, ed ancora
al costante scontro con l'organo socialista locale «Brescia
nuova».
La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra
Il 15 agosto 1914 «Voce» esordisce con un titolo a tutta pagina: Tutta l'Europa in armi. L'orientamento del settimanale è lo stesso del suo direttore don Tedeschi: neutralista fermo prima, patriota fedele poi. La neutralità viene proposta come il migliore strumento per ogni eventuale prospettiva di riappacificazione, mentre l'intervento si rivela come soluzione estrema, alla quale il mondo cattolico bresciano viene invitato ad adeguarsi di fronte ad una assoluta necessità, diversamente da quanto indicato ed auspicato negli ambienti socialisti.
Compaiono le fotografie dei soldati bresciani caduti, ampia eco è riservata agli appelli per la pace di Benedetto XV, si prefigurano gli sviluppi ulteriori del dopoguerra. Nel frattempo, nel 1916, don Peppino Tedeschi si arruola e parte per il fronte, sostituito fino al 1919 da don Severino
Bettinazzi.
Il dopoguerra si caratterizza da un lato per la proiezione de «La
Voce del Popolo» in modo sempre più accentuato sul
terreno dei problemi sociali, economici, sindacali, dell'epoca,
dall'altro per la questione dell'identità politica dei cattolici,
in relazione anche alla breve ma intensa esperienza del Partito
popolare italiano, come all'atteggiamento nei confronti del primo
fascismo. In questi anni del primo dopoguerra si manifesta inoltre
un sempre più vivo interesse per la dimensione culturale
dei problemi sociali, economici, politici interpretati alla luce
del Vangelo e del magistero della Chiesa.
Per quanto riguarda il dibattito politico tre sono le fasi in cui
può essere suddiviso il periodo che va dal gennaio 1919 al
novembre 1926, data della soppressione del Giornale ad opera del
fascismo.
Dal 1919 all'ascesa di Mussolini alla guida del suo primo Gabinetto,
«Voce» sostiene ed appoggia in maniera assai decisa
il partito di don Luigi Sturzo. Innumerevoli colonne sono dedicate
al programma del Partito popolare, alle campagne elettorali del
1919 e del 1921, alle vittorie conseguite, all'attività parlamentale
svolta.
Con il marzo del 1921 inizia la seconda fase. Il settimanale prende
maggiormente le distanze dal movimento di Mussolini, di fronte soprattutto
alle violenze nel bresciano e nel cremonese.
La valutazione del movimento fascista non si sottrae a considerazioni estremamente gravi; ad esso si attribuiscono
potenzialità destabilizzanti notevolissime, mentre traspare
nel giudizio del periodico un elemento valutativo di continuità
fra i disordini delle vicende attuali e i mutamenti generati dalla
preparazione e dallo scoppio della Grande guerra. Dal novembre del
1922 «Voce» assume una posizione più attendista
nei confronti del fascismo, giunto al potere con l'attribuzione
della presidenza del Consiglio dei ministri a Benito Mussolini.
I riferimenti al Partito popolare si attenuano.
Pare inaugurarsi una fase di transizione.
Con le dimissioni di don Luigi Sturzo dalla segreteria del Partito
popolare, il 14 luglio del 1923, si manifesta un terzo ed ulteriore
momento dell'evoluzione della linea del settimanale che rivela la
piena fedeltà agli indirizzi assunti dalla Santa Sede nei
confronti del regime. Ma all'indomani dell'assassinio di Giacomo
Matteotti, «Voce», rileggendo criticamente i mesi appena
trascorsi, ribadisce la volontà di stare al di sopra delle
mere lotte politiche, di non voler né difendere, né
combattere il governo Mussolini e di impegnarsi a diffondere l'idea
cristiana.
Con l'inasprirsi della censura del regime, diffide e sequestri,
messi in atto sin dal gennaio 1925, ridurranno progressivamente
i margini di autonomia e di incisività antifascista del periodico.
Anche il più piccolo cenno contrario alla dittatura viene
cessato! Nel gennaio del 1926 don Peppino Tedeschi deve abbandonare
la redazione. Lo sostituisce padre Felice Beretta. La sua direzione
dura fino alla chiusura forzata del Settimanale dopo la notte tra
il 1° e 2 novembre quando la sede di «Voce» viene
colpita tragicamente dalla mano armata fascista.
«La Voce Cattolica» e gli anni della seconda guerra mondiale
Nella seconda metà del 1936 si concretizza il disegno,
ma completamente abbandonato, di ridare vita e voce al settimanale
cattolico bresciano: grazie all'impegno apostolico del vescovo mons.
Giacinto Tredici, «La Voce Cattolica» esce con il primo
numero il 2 gennaio 1937, dovendo però attenersi a tre severe
condizioni: il cambiamento dell'originale testata, l'esclusione
della firma di don Peppino Tedeschi, e naturalmente la sottomissione
alle vigenti disposizioni fasciste. Ne consegue una posizione contradditoria
del nuovo giornale rispetto alla necessità di resistenza
morale al regime fascista.
Si deve comunque osservare che non mancarono
significativi interventi rivelatori di una tradizione ininterrotta
di fedeltà all'insegnamento sociale della Chiesa e all'originalità
e identità del movimento cattolico bresciano. Si registrano
infatti aperti e decisi pronunciamenti contro l'intolleranza razzista,
contro il pericolo comunista, a favore della pace e della giustizia
internazionale, a difesa dell'educazione integrale, religiosa e
morale dei giovani.
Con l'avvio del secondo conflitto mondiale, la «Voce Cattolica»
si appella solennemente alla disciplina ed al patriottismo dei cattolici
italiani, mentre con l'estate del 1943 il settimanale matura definitivamente
una funzione ideale e ispiratrice sempre più feconda nei
riguardi del cattolicesimo sociale bresciano.
Con la nuova stagione politica, inaugurata il 17 settembre del 1943,
«Voce Cattolica» deve far fronte alle asprezze della
Repubblica sociale. Da settimanale diviene quindicinale e la direzione
passa a mons. d'Acunzo.
Dal secondo dopo-guerra ai giorni nostri
Questo ultimo tratto di storia del settimanale cattolico si
traduce in un atteggiamento di responsabile e vigile partecipazione
de «La Voce del Popolo» al processo di ricostruzione
del tessuto morale, sociale, ecclesiale, politico della realtà
bresciana.
Tre sono le chiavi di lettura di «Voce» di questi anni.
Anzitutto il settimanale bresciano vive localmente pensando globalmente:
il periodico legge ed interpreta il succedersi della cronaca locale
nei fatti universali. Con la direzione di don Bondioli sino al 1953
e di don Mario Pasini sino al 1962 affronta impegnative e ardue
battaglie politiche, questioni sociali ed economiche drammatiche,
le decisive sfide, anche culturali del momento, in una prospettiva
di ampio respiro, pur nel radicamento locale.
In secondo luogo, merita d'essere evidenziato l'impegno di «Voce»
nell'opera di formazione e orientamento della coscienza cattolica
dinanzi alle nuove responsabilità politiche e sociali.
Al pontificato di PIpo XII si succederanno i pontificati di Giovanni
XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II. Al magistero
dei successori di Pietro, come pure all'evento conciliare «La
Voce del Popolo» accorderà vigile, devota,
intelligente attenzione e riflessione.
All'episcopato di Giacinto Tredici succederanno gli episcopati di
mons. Luigi Morstabilini e di mons. Bruno Foresti.
Con fedele ed
avvertita interpretazione il settimanale cattolico bresciano saprà
tradurre gli insegnamenti ed il ministero episcopale dei successori
di Filastrio e Gaudenzio nella ricca e composita vicenda diocesana.
A don Mario Pasini, che porterà la tiratura di Voce addirittura
a 50 mila copie, succederanno i direttori mons. Antonio Fappani,
Mario Cattaneo, don Gabriele Filippini, Valeria Boldini e da maggio 2007 don Adriano Bianchi.
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