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Montichiari
di LUCIANO ZANARDINI 24 lug 08:00 Ultimo aggiornamento 24 lug 12:17

Il Vangelo è la risposta

Il Vescovo ha scelto come abate di Montichiari don Cesare Cancarini, il sacerdote di Gardone Valtrompia. Lascia Zanano dove era parroco dal 2005

Cos’è stato decisivo nella sua vocazione?

Nella mia vita è stato decisivo avere incontrato dei preti contenti di essere preti. Penso, ad esempio, a don Giuseppe Borra che è stato il mio parroco dal battesimo alla prima Messa. Penso anche ad altri sacerdoti e monaci (don Giovita Casali, Enzo Bianchi, Silvano Fausti…) che hanno incrociato la mia vita e hanno scritto dentro di me delle cose molto belle: sono stati un segno della bontà di Dio e della tenerezza di Dio.

Possiamo fare una fotografia dei servizi pastorali che ha svolto?

In tutte le parrocchie nelle quali ho esercitato il ministero ritorna curiosamente il titolo “Maria Assunta”. Sono stati 31 anni molto belli e intensi con esperienze impegnative (quando accompagni un ragazzo che muore) e molto belle (quando accompagni una coppia di fidanzata o alcuni giovani all’ordinazione sacerdotale). A Chiesanuova ho vissuto una sorta di battesimo di fuoco che mi ha aperto gli occhi sulla vita; era un quartiere giovane di periferia con una grande sensibilità missionaria e con un oratorio con centinaia di ragazzi: è stata sicuramente un’esperienza molto bella. Poi ha trascorso otto anni a Villanuova dove ho incontrato don Nicola Bragadina, che mi ha accolto con una grandissima capacità paterna. Era un prete entusiasta che mi ha insegnato a guardare alla persona. Era sempre in mezzo alla gente. Ho avuto la grazia di accompagnarlo alla morte. Nella terza esperienza sono diventato parroco di Tignale in una piccola comunità molto vivace ma piuttosto resistente sulla quale incide il turismo di massa. La vita feriale, soprattutto d’inverno, era semplice e permetteva grandi spazi per la lettura, per la preghiera e per la vicinanza con la gente. D’estate, da Pasqua a fine ottobre, chi sale per riposare trova il tempo per un colloquio e per un dialogo. Sono molto riconoscente nei confronti della comunità (don Dino Capra e le suore Dorotee) dell’Eremo che è stata un punto di riferimento per la formazione biblica e per il sostegno umano che mi ha garantito. Quando diventi parroco, sei chiamato a essere il padre di tutte le età.

Dopo otto anni il ritorno a Zanano-Noboli…

Sono stati 12 anni avvincenti. La parrocchia, formata dalle due frazioni Zanano e Noboli, è piena di proposte e capace di rispondere con grande generosità. In questi anni la chiesa, grazie alla comunità, è stata completata. Il completamento della chiesa è stato come costruire la comunità: si completa la chiesa fatta di pietre, ma si arricchisce la Chiesa fatta di persone. È una parrocchia che non smette mai di sorprendere. Abbiamo concluso il grest con 212 ragazzi e 119 educatori. Porto nel cuore la vita oratoriana e l’accompagnamento delle giovani coppie.

La spaventa la nomina in una realtà grande come quella di Montichiari?

Continuerò a fare il prete come ho sempre fatto anche se le dimensioni della parrocchia comporteranno delle attenzioni particolari. Mi piace molto la parola abate che deve essere propria di ogni prete. Ogni prete è chiamato ad essere un padre per la comunità che gli è affidata. Nell’anno della canonizzazione di Paolo VI, abbiamo di fronte due pilastri di cui non possiamo non tenerne conto: l’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI e l’Evangelii Gaudium di Francesco. Mi piace pensare a una comunità parrocchiale che non si rassegna e ritrova l’entusiasmo nell’evangelizzazione. Il Vangelo è la risposta bella e grande per la vita di ogni uomo. Noi preti dobbiamo soprattutto portare le persone a incontrare il Signore. La liturgia come azione di un popolo che viene messo in comunione con il Signore e fa l’esperienza del suo amore. Attendo di entrare nel vivo e nella quotidianità di una parrocchia affascinante per la sua storia e per gli abati che ha avuto.

C’è un riferimento biblico al quale fa riferimento?

C’è una frase di San Paolo che mi intriga molto: Caritas Christi urget nos (L’amore di Cristo ci spinge). Quando incontriamo persone che non sono cristiane o tanti battezzati che si sono allontanati e offriamo loro un sorriso, lo facciamo perché ci spinge l’amore di Cristo che è una forza ma nello stesso tempo è anche un’appartenenza. Se facciamo qualcosa, lo facciamo per amore di Gesù.

In una società apparentemente indifferente come comunicare Cristo?

La tradizione bresciana, che non deve essere abbandonata, passa attraverso l’esperienza oratoriana intesa come accompagnamento. Dobbiamo recuperare l’entusiasmo. Non dobbiamo essere seduti e rassegnati. Dobbiamo cercare vie nuove che non dimentichino la dimensione della gioia. Paolo VI ha scritto la Gaudete in Domino; Papa Francesco mette nei titoli delle sue lettere la parola gioia e letizia. La via cristiana è, come dicevano i Padri, una via di grandezza, perché non mette mai a tacere la dimensione della gioia, anche quando le lacrime scendono abbondanti, perché sappiamo che apparteniamo a Qualcuno e che non siamo mai soli.

LUCIANO ZANARDINI 24 lug 08:00 Ultimo aggiornamento 24 lug 12:17