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di UMBERTO ZILIANI 16 apr 08:14

Ferrari, una corsa infinita

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Ermanno Ferrari, classe 1970 e promessa del Brescia, smise a 24 anni dopo alcune stagioni in C e D

Guardando una vecchia formazione della Primavera del Brescia, Ermanno Ferrari esclama: “Che squadrone!”. Era la Primavera di fine anni Ottanta allenata da Settembrino, il capitano era Eugenio Corini e annoverava giocatori come Piovani, Bortolotti, Luzardi, Caini, Ziliani e lo stesso Ferrari. Classe 1970, dopo la trafila delle giovanili nel Brescia ha fatto un’ottima carriera tra C e D giocando in Orceana, Lumezzane e Breno. È rimasto nel calcio come allenatore.

Lei è cresciuto nella Viando Plodari come Caini e Tononi che erano suoi compagni nella primavera: avete avuto dei buoni maestri?

È stato un mix tra doti naturali e incontro di persone valide sul nostro cammino. Mio fratello mi aveva fatto da apripista, vincendo il campionato Allievi con il Torino, che negli anni Ottanta aveva uno dei migliori settori giovanili nazionali. Ho avuto la fortuna di avere mister importanti come Mauro Saleri alla Viando Plodari e Settembrino al Brescia. Settembrino ti forgiava il carattere; poteva sembrare duro, ma lo faceva per il tuo bene, penso che come mentalità fosse avanti 30 anni rispetto agli altri: se resistevi, prima diventavi uomo e poi giocatore.

Dopo la Viando Plodari, va al Brescia e fa tutta la trafila delle giovanili fino alla partita contro il Milan in un Rigamonti stracolmo. Cosa si ricorda di quella sera?

Fu una grande serata, giocare contro il Milan di Baresi, Ancelotti, Van Basten e Gullit non capitava ogni giorno; allo stadio c’erano 25mila persone, mi ricordo che Berlusconi arrivò all’antistadio in elicottero. Penso che quello fu l’apice della mia carriera, se vogliamo chiamarla così.

Quando rilegge le vecchie formazioni, prova nostalgia?

Il calcio attuale è molto cambiato rispetto a quello che si giocava una volta, forse noi avevamo strumenti diversi. Giocavamo in strada, in cortile, all’oratorio, partite contro ragazzi più grandi e questo ti portava ad aguzzare l’ingegno per avere la meglio. Oggi il calcio è un business, non c’è più nessuno che insegna veramente a giocare. Puoi avere tanti professori di attività motoria, ma il bambino vuole vederti palleggiare con la palla per poter imparare.

Lei poi va all’Orceana, a Lumezzane e a Breno, dove fa una buona carriera; ha dei rimpianti?

Forse sono stato troppo frettoloso a rescindere il contratto con il Brescia, sarei rimasto tra i professionisti per più tempo. Non avevo procuratori, né ero legato a qualche dirigente in particolare, per me c’era il nero o il bianco, il grigio non esisteva.

Qual è il ricordo più bello?

Sono stato convocato in prima squadra parecchie volte, ma la partita contro il Milan davanti a 25mila spettatori, rimane un ricordo indelebile. Vincemmo 2-1.

Ferrari, dopo l’esordio in prima squadra sostituendo Zoratto, alcune presenze in B poi C e D. Non ha mai pensato alla serie A?

Sono fatalista. Ricordo due episodi che uniti tra loro mi fanno pensare che forse non era destino: un sabato mattina prima di Brescia-Padova (primavera), faccio un incidente in macchina e vengo ricoverato all’ospedale, salto la partita e la convocazione in prima squadra del giorno dopo. Tomei (direttore sportivo) mi avrebbe accompagnato a Genova per unirmi alla prima squadra di Guerini che, il giorno dopo, giocava a Marassi contro il Genoa di Scoglio. Torno ad allenarmi dopo l’incidente e durante la prima seduta mi procuro una distorsione alla caviglia: rimango fuori altri tre mesi, una maledizione. Ho smesso con il calcio professionistico a 24 anni dopo lo spareggio di Cittadella con il Lumezzane; fu un anno positivo, ma decisi che avevo fatto il mio tempo e aprii un’attività che gestisco tuttora.

Caini, Bortolotti, Piovani, Corini, Ziliani e Ferrari…

Meritavano la prima squadra in tanti. Penso a Inverardi, Boninsegna, Tononi, Andreoli, Caliari e a Giacomo Baronio, fratello di Roberto.

Qual è la sua idea di calcio?

Mi ritengo un esteta del calcio, il risultato cerco di ottenerlo con il bel gioco. Se in sette secondi, da quando conquisti palla, non sei nell’area avversaria, difficilmente fai gol.

UMBERTO ZILIANI 16 apr 08:14