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Brescia
di +LUCIANO MONARI 04 set 00:00

Monari: "Abbiamo bisogno di legami di fraternità più robusti tra i credenti"

Nella terza e ultima giornata del Convegno del clero Monari ha festeggiato, circondato dai preti bresciani, il 20° di ordinazione episcopale. Durante l'omelia si è soffermato sull'analisi della società odierna, sul ruolo del presbitero e sulla comunità cristiana che deve saper costruire rapporti più fraterni. Al termine della celebrazione ai sacerdoti è stato consegnato il libro "Prete è bello" che raccoglie alcuni interventi significativi del vescovo Monari sul ministero del sacerdozio. Leggi l'omelia di Monari

Dev’essere stata un’esperienza straordinaria per Pietro e gli altri discepoli. Hanno offerto a Gesù ospitalità sulla loro barca perché Gesù potesse predicare comodamente alle folle; hanno obbedito a Lui quando ha chiesto di prendere il largo e di gettare le reti; contro ogni aspettativa, hanno preso un’enorme quantità di pesci. La perplessità di Pietro è stata superata, la sua fiducia ampiamente compensata; comprendiamo perciò bene le sue ultime parole: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore". Sono le parole che la Chiesa, consapevole della sua fragilità, rivolge sempre di nuovo al suo Signore; parole che suppongono un desiderio intenso di Lui ma riconoscono nello stesso tempo la infinita, insuperabile distanza dalla sua grandezza. Così vanno interpretate le parole che Pietro dice: “Signore, allontanati da me!” Non significano: non voglio che tu mi stia vicino; ma piuttosto: “Signore vorrei essere e rimanere con te per sempre; non c’è posto più bello che vicino a te. Ma, imparando a conoscerti, mi rendo conto di non potere stare vicino a una santità come la tua; non sono degno di te; non posso aspirare alla tua attenzione, al tuo amore".

Così il brano di vangelo. Ma, rileggendolo, mi è frullata per la testa una conclusione diversa, un’ipotesi alternativa. Supponiamo che il Signore abbia detto: gettate le reti per la pesca; e che i discepoli, per fiducia, abbiano obbedito. Ma supponiamo anche che, tirate su le reti, i discepoli le abbiano trovate desolatamente vuote. Ipotesi blasfema, mi sono detto subito; la parola di Gesù non può essere vana o inerte; se il Signore comanda di gettare le reti, le reti verranno su piene. Eppure… eppure sembra che l’esperienza di un predicatore oggi, qui nel vecchio occidente cristiano, rispecchi più l’ipotesi inquietante che ho fatto che il vangelo così come Luca lo racconta. E forse l’ipotesi avanzata non è così blasfema come sembra. In fondo, se pensiamo alla vita e al ministero terreno di Gesù come a una grande spedizione di pesca, dobbiamo dire che alla fine tra le maglie della sua rete di pesci ne sono rimasti ben pochi. Una delle nostre sofferenze viene dall’impressione che di successi pastorali non ne registriamo tanti. Riusciamo ad avere (ancora) la gente a Messa, riusciamo a raccogliere i ragazzi per il Grest, riusciamo a ottenere stima e riconoscenza per le opere di carità che promuoviamo, ma quanto a credere in Gesù Cristo morto e risorto, quanto a credere in un Dio vivo che opera insieme con noi in tutte le nostre azioni, quanto a lasciarsi muovere effettivamente dallo Spirito Santo nelle decisioni concrete della vita, beh, questa è un’altra faccenda. A volte ci troviamo sconsolati a riassettare delle reti che non hanno visto il pesce. Vale la pena?

La risposta è implicita in quello che abbiamo detto sopra ricordando che anche Gesù ha fatto l’esperienza del fallimento. Si era presentato ad annunciare il Regno di Dio in un mondo che aveva le sue sicurezze, che nutriva altri interessi politici e religiosi e questo mondo lo ha prima respinto poi eliminato. Anche noi ci troviamo di fronte a una società che ha altri interessi rispetto a quello che noi predichiamo. Noi predichiamo il Regno di Dio, l’amore di Dio per gli uomini, il perdono dei peccati, la speranza nella risurrezione; e il mondo si chiede quanto crescerà il PIL in quest’anno, qual è il livello dello spread rispetto ai titoli di stato tedeschi, quali saranno le prestazione del nuovo i-Pad che sta per essere lanciato, come garantire soddisfazione ai sempre nuovi desideri dell’uomo: libertà dai legami duraturi, moltiplicazione dei diritti individuali. Che cosa possa avere a che fare il vangelo con questi obiettivi è difficile dire. E però noi, ostinati, continuiamo a parlare di fede e di speranza, di morte e di risurrezione, di vangelo e di eucaristia. Siamo degli spostati? degli illusi?

No; siamo persone che hanno messo in gioco la vita per qualcosa di vero e di grande; che hanno scelto di rinunciare a ricchezza e successo per contribuire al bene e alla vita del mondo; che hanno consegnato la vita a Dio in Gesù Cristo e che non hanno nessuna intenzione di ritirare questo dono; che sono ancora convinte che l’uomo non può vivere bene senza Dio e che la società ha bisogno di amore come e più che di ricchezza; che l’amore, o si radica in Dio, o ha il fiato corto. Non so quale sarà il futuro del mondo; so però – almeno in piccola parte – che cos’è un uomo e che cosa significa diventare umano. E vedo che molti dei modelli che vengono proposti ai giovani d’oggi sono modelli umanamente dimezzati, con molto glamour ma con poca sostanza, con spreco di emozioni ma con poca o nulla saggezza. Il primato dell’immagine porta facilmente a queste deviazioni. La vita ha bisogno di attenzione, di intelligenza, di senso critico, di responsabilità, di competenza, di esercizio, di perseveranza, e infine di amore e di donazione: tutte cose che pochi insegnano e che solo la durezza della vita costringe faticosamente a imparare. Per questo continuiamo ad annunciare il vangelo, per obbedienza al Signore e per amore della gente, con la consapevolezza di fare un servizio, senza arroganza, senza pretese. Se per secoli la Chiesa ha dominato la storia dell’occidente consacrando i re e plasmando il costume dei popoli, oggi non è più così. I popoli si sono emancipati dalla tutela ecclesiastica e vogliono camminare con le loro gambe. A dire il vero, i primi passi del pensiero emancipato dalla tradizione non sembrano così saldi né i primi risultati così promettenti. Ma questo non ci fa sperare in un ritorno al passato. Ci spinge, invece, a osservare con attenzione il cammino dell’uomo e a testimoniare l’importanza che questo cammino sia sostenuto dalla grazia di Dio, dalla rivelazione di Gesù. L’uomo diventa umano trascendendo se stesso; e senza Dio, ogni forma di trascendenza rimane inevitabilmente malferma e insicura. L’uomo ha bisogno di Dio non come tappabuchi per le sue insufficienze, ma come unico interlocutore degno della sua grandezza; perché la grandezza e la dignità di un’esistenza umana consapevole di sé e libera non finisca per ridursi alla ricerca meschina di supermercati più forniti e di divertimenti più emozionanti.

Ma questa situazione nuova, con la quale ci confrontiamo, esige anche modifiche nel nostro modo di essere e di operare come preti. Per quanto ci riguarda come presbiterio esige un’intensificazione dei legami tra noi: conoscerci di più, aprirci di più gli uni agli altri, sopportarci di più, condividere le scelte pastorali ma anche le gioie e le sofferenze personali. Un prete isolato non riesce a resistere serenamente, da solo, alla pressione dell’ambiente; e dare la colpa del proprio isolamento agli altri è il modo migliore per confermarlo e renderlo definitivo. Dobbiamo venirci incontro, muovendoci per primi, sentendo la responsabilità anche per il cammino di fede degli altri. In caso contrario, rischiamo di far nascere nel nostro cuore un profondo risentimento: siccome il mondo non ascolta quello che diciamo, ci sentiamo autorizzati a condannare il mondo per le sue storture. Ma di Gesù è scritto che non è venuto per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui e ci rendiamo facilmente conto che la condanna sarebbe sterile e dannosa; potrebbe sfogare il nostro risentimento, ma non guarire la malattia del mondo. Ringrazio il Signore per la testimonianza di speranza e di misericordia che ci viene data ogni giorno attraverso le parole e i gesti di papa Francesco.

Per quanto invece riguarda l’edificazione delle comunità cristiane, ciò di cui abbiamo bisogno sono soprattutto legami di fraternità più robusti tra i credenti. Quando termina il cammino di iniziazione cristiana e quindi anche i genitori terminano il loro cammino parallelo di riscoperta di fede, che cosa offriamo loro? Non basta offrire la possibilità di venire a Messa ogni domenica, di potersi confessare quando ne sentono il bisogno. Dobbiamo offrire loro uno spazio umano nel quale possano esercitarsi insieme con altri a una prassi cristiana di vita. Mi ha sempre colpito quel versetto del libro della Sapienza che descrive l’esperienza dei figli di Israele che escono dall’Egitto nella notte di Pasqua. “I figli santi dei giusti – dice – offrivano sacrifici in segreto e s’imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.” Condividere successi e pericoli: questa deve diventare l’esperienza della comunità cristiana – o meglio: l’esperienza di piccoli gruppi all’interno della comunità cristiana. Quando dico: ‘piccoli gruppi’ intendo gruppi tali che in essi ciascuno possa conoscere tutti gli altri e sentirsi legato agli altri da un senso effettivo di responsabilità: portare i pesi gli uni degli altri, gioire con chi gioisce e piangere con chi piange, pregare e ringraziare insieme [intonare le sacre lodi dei padri], in quella preghiera comune che ci unisce agli altri nel momento stesso in cui ci innalza verso Dio.

Ecco fratelli miei. A vent’anni dall’ordinazione episcopale debbo dire che molti dei miei sogni si sono rivelati irreali; ma debbo dire anche che questo non mi ha creato delusione. Semplicemente mi ha costretto e mi costringe ancora a cambiare molte immagini, molte idee, molte aspettative; a cercare strade nuove; a esplorare cammini nuovi, anche alla mia età! Sono convinto che il cristianesimo ha le carte migliori da giocare per la costruzione del futuro. Non esistono, mi sembra, altre visioni della vita che siano così in grado di suscitare e giustificare l’amore fraterno e cioè quel valore che dovrà diventare dominante nella società del futuro; non esistono altre visioni della vita che sappiano confrontarsi così lealmente e vittoriosamente col dramma del peccato e del male. Per questo Dio ci ha mandato il suo Figlio e ci ha riconciliati con se stesso: perché diventiamo capaci di amare e di costruire insieme una convivenza umana autentica. Vogliamo davvero bene all’uomo; sappiamo tutto il bene di cui l’uomo è capace; soffriamo di tutto il male che improvvidamente s’infligge. Donaci, Signore, uno sguardo sincero di affetto per tutti; fa’ che sentiamo nostre le difficoltà degli altri; che nel nostro cuore non abiti l’indifferenza o il risentimento ma sappiamo rimanere umili e fedeli nell’annuncio del tuo amore, della tua misericordia, della speranza che tu poni in ciascun uomo e in tutti gli uomini insieme. Amen
+LUCIANO MONARI 04 set 00:00