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Redazione online
di REDAZIONE ONLINE 02 set 09:19

L'Acec alla 73a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Alla Mostra del Cinema di Venezia, una ricerca dell’Università Cattolica sulla rete delle sale ACEC mostra, con dati e case histories, un modello vitale, basato su resilienza, tecnologia, polivalenza e confronto

Il cinema monosala del futuro esiste ed è un sistema aperto: polivalente, multimediale, resiliente. Dove trovare modelli, progetti pilota, scenari culturali ed economici effettivi? Alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, a rispondere con dati e un paradigma concreto è ACEC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema, www.acec.it), la rete di 804 Sale della comunità, al meeting Il futuro della sala cinematografica. La Sala della comunità come risorsa in un mondo che cambia, che si tiene sabato 3 settembre, dalle 9.45 alle 11 nella Sala Tropicana dell’Hotel Excelsior (Lido di Venezia, Italian Pavilion).

 

L’incontro è realizzato in collaborazione con Old Cinema, il primo progetto nazionale sui cinema perduti e le città-cinematografo del futuro (www.oldcinema.net), e Luce Cinecittà, e annovera gli interventi illustri del prof. Stefano Boeri, con una video intervista esclusiva, e di figure di primo piano del Politecnico di Milano (prof. Luca Maria Francesco Fabris), dell’Università Cattolica (prof.ssa Mariagrazia Fanchi), e inoltre dei presidenti di ACEC (don Adriano Bianchi), ANEC (Luigi Cuciniello), AGIS (Carlo Fontana) e FICE (Domenico Dinoia).

 

All’incontro, ACEC presenta in anteprima i dati della nuova ricerca condotta dall’Università Cattolica di Milano sulle 804 Sale della comunità attive in Italia, distribuite per il 65% nelle periferie delle nostre maggiori città.

 

Queste sale, dai primi del Novecento un «autentico presidio culturale di tante piccole comunità italiane» (Dario Franceschini, Ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, 27/03/15), si rivelano non solo longeve (attive per il 21% da 20-40 anni; per il 33% da 40-60 anni; per il 17% da oltre 60 anni), ma anche capaci di attivarsi ex novo o di riattivarsi (il 18% opera da 10-20 anni; l’11% ha aperto negli ultimi 10 anni).

Non solo: sono state tra le prime a compiere il grande passo verso la digitalizzazione e la multimedialità (sono digitalizzate con tecnologia DCI 2K/4K 600 sale su 804).   

 

Sorprende quindi la vitalità di questi spazi, tra “missione” culturale e umana, rinnovamento e capacità di far rete con il territorio, in un’epoca di crisi e di chiusure: un fenomeno controcorrente, subito abbracciato da Old Cinema, il progetto sui cinema perduti che dal 2012 lavora alla rigenerazione delle sale con monitoraggi, ricerche, eventi e iniziative di accelerazione d’impresa ispirate al genius loci del cinema, e che dal 2015 intreccia parte della sua attività con quella di ACEC.

 

Al Lido, sabato 3 settembre, si riferiscono i risultati del primo step della ricerca dell’Università Cattolica (articolata in tre fasi), riguardante natura, posizionamento, offerta e pubblici delle sale ACEC. Questi gli elementi distintivi delle Sale della comunità: una distribuzione capillare sul territorio nazionale (804 sale); una presenza massiccia nelle periferie urbane (nelle città con più di 100 mila abitanti, il 65% si concentra nei distretti più esterni, di cui spesso sono unici epicentri socioculturali); un profilo intergenerazionale (utenti adulti per 92,06% delle sale; bambini sotto i 9 anni per il 53,97%; spettatori tra i 10 e i 14 anni per il 40,87%; over 65 per il 34,13%); un’offerta culturale polivalente (che al cinema affianca teatro, musica e conferenze); il dialogo con il territorio anche attraverso le ospitalità offerte a terzi (attività scolastiche nell’88,24% delle sale; iniziative di enti pubblici locali per il 74,63%; attività di associazioni locali nel 76,47% degli spazi; oltre alle centinaia di circoli di cultura cinematografica).

Peculiare anche l’attenzione a un target familiare e per bambini (film per famiglie nel 97,55% delle sale; film per bambini nel 93,63% delle sale; film adatti a suscitare dibattito nel 90,69% dei casi; film dai temi emergenti nel 88,24% delle sale).

 

Tra i case histories c’è il “Cineteatro San Gaetano” a Pantelleria (238 posti), un “nuovo cinema Paradiso” inventato nel dopoguerra da un sacerdote che utilizzava una cabina abbandonata dagli americani: ampliato e rinnovato nei decenni, ha riaperto nel 2014, rivoluzionato nell’assetto tecnologico grazie alla mobilitazione di tutta la comunità, delle istituzioni e dei media, e al contributo di Giorgio Armani, cittadino onorario.


Storia diversa e altra sala gioiello è il Teatro “San Nicolò” a Roveré Veronese (133 posti) nell’altopiano pedemontano di Verona: inaugurato nel 1933, attivo come cinema dal 1954, ha riaperto nel 2013 con una vocazione teatrale e cinematografica. Sullo stesso altipiano, una seconda sala della comunità è il Teatro di Velo Veronese (150 posti): ex “Patronato Caduti” nato nel 1948 e costruito materialmente dal parroco e dai parrocchiani, ha trasformato Velo in un “paese in scena”: più di 300 abitanti su 800 sono coinvolti come attori, costumisti e artisti.

 

«Le sale della comunità rappresentate dall'Acec sono dei presidi culturali e sociali che sono al servizio di tutta la comunità presente sui territori di competenza» sottolinea don Adriano Bianchi, presidente di ACEC. «Le Sale sono così vitali grazie ai 25 mila volontari - tra di loro moltissimi giovani - che mettono a disposizione delle Sale il loro tempo e la loro passione sociale e culturale».

 

Dal mondo delle Sale della comunità, affiora così l’identikit di uno spazio cinematografico multimediale e polivalente, vincente per la capacità di rinnovarsi: un possibile prototipo di gestione. L’evidente punto di forza è la resilienza: permeabilità al cambiamento e trasformazione della crisi in opportunità.

 

Per questo, all’evento si presenta anche il protocollo d’intesa stretto nel 2015 da ACEC, Old Cinema e Politecnico di Milano-DASTU (Dipartimento di Architettura e Studi Urbani) con l’obiettivo comune di creare una piattaforma di studi sulla rigenerazione delle sale, l’accesso ai fondi ministeriali, ma anche la ricerca di nuove forme di finanziamento al cinema. La convenzione fa seguito alla precedente collaborazione tra Old Cinema e Politecnico di Milano – DASTU (Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, www.dastu.polimi.it), in corso dal 2015 con creazione congiunta di convegni e seminari universitari sullo stesso tema.

 

Le chiavi per aprire la sala del futuro sono dunque il cinema e l’immaginazione, ma anche la polivalenza, la tecnologia e il confronto con l’altro: questa la convinzione anche del prof. Stefano Boeri del Politecnico di Milano che interviene al meeting di ACEC con una video intervista esclusiva a Old Cinema. «Io sono cresciuto allo “Gnomo”, un piccolo spazio della parrocchia di Sant’Ambrogio a Milano» ricorda Boeri. Che, oltre ogni nostalgia, rimanda al modello delle Sale della comunità per costruire un cinema possibile. «Si deve promuovere la presenza diffusa della sala e la varietà delle culture contro l’omogeneità» afferma l’ex assessore alla Cultura di Milano. «Bisogna poi costruire reti di cinema come poli di un sistema polivalente, con aperture a rotazione, programmazione condivisa e combinazione con altri tipi di fruizione». A Milano, Boeri sogna che una di queste reti possa coinvolgere l’ “Orchidea”, storico cinema recuperato nel 2015, lo “Gnomo” e il “De Amicis”, che potrebbe riaprire.  

Da riformulare, per Boeri, anche il concetto di periferia: «Le nostre sono periferie-caleidoscopio, non “cinture” geometriche. A Milano, Roma, Torino o Genova, le zone di disagio sono spesso in centro». È qui, secondo lo studioso, che il cinema può intervenire con la sua funzione di rito di confronto: collettivo, eppure individuale: «Il grande schermo permette una fruizione “stereometrica” dell’immagine. Lo sguardo di ogni spettatore si muove, scegliendo, focalizzando parti diverse. Si condivide tutti insieme un’esperienza che in realtà è individuale per ciascuno». E conclude Boeri: «Si deve investire davvero: recuperare le sale parrocchiali, ma anche creare sale nelle scuole, la nostra infrastruttura più diffusa».

REDAZIONE ONLINE 02 set 09:19