Governo dopo il record, inflazione su e salari giù
Ad agosto l'inflazione è balzata al 3,3% su base annua, mentre dal 1990 al 2024 le retribuzioni reali dei dipendenti italiani sono diminuite dell’1,6%
L’epocale record di durata del governo in carica, celebrato dalla premier con pur comprensibile soddisfazione, ha inevitabilmente oscurato un altro record di tutt’altro tenore, quello dell’inflazione, che ad agosto è balzata al 3,3% su base annua, il dato più alto da settembre 2023. Con questo dato l’esecutivo dovrà fare i conti perché l’aumento dei prezzi incide direttamente sui bilanci delle famiglie e particolarmente su quelle che hanno redditi bassi e quindi tipologie di consumi particolarmente esposte. Nel nostro Paese, inoltre, non si è ancora riusciti a sbloccare in misura rilevante la questione dei salari. Dal 1990 al 2024 le retribuzioni reali dei dipendenti italiani sono diminuite dell’1,6%, mentre la media dei Paesi Ocse è salita del 35%.
Quando si esalta l’aumento dell’occupazione negli ultimi anni bisognerebbe tenere presente questo scarto micidiale che spiega molto dei risultati ottenuti e relativizza tutto in modo decisivo. Anche i buoni esiti in termini di tenuta dei conti pubblici sono almeno in parte collegati alle entrate determinate dal cosiddetto fiscal drag, il drenaggio fiscale. In pratica l’inflazione provoca l’aumento delle retribuzioni ma soltanto in maniera nominale. Quindi il prelievo impositivo cresce, ma i salari effettivi restano al palo, anzi, in termini relativi diminuiscono.
Da un certo punto di vista, se il tessuto sociale tiene, i governi possono lucrare cospicui vantaggi da questo andamento. Ovviamente oltre un certo livello la corda si spezza e quindi gli esecutivi devono comunque intervenire per contenere l’aumento dei prezzi. Ma si tratta di interventi molto costosi e che finiscono paradossalmente per premiare i più abbienti come nel caso recente delle accise sui carburanti. C’è anche un’altra ripercussione finanziaria a cui i governi devono porre attenzione ed è quella che riguarda i tassi d’interesse. Per arginare l’aumento dell’inflazione le autorità monetarie – nel nostro caso la Bce – tendono ad alzarli e questo comporta conseguenze importanti per Paesi ad alto debito come il nostro, che invece avrebbero bisogno di risorse per incrementare la produttività e in ultima analisi la crescita, autentico tallone d’Achille della nostra economia.
Tanto più che la prossima manovra economica sarà prima dopo la conclusione ufficiale del Piano di ripresa e resilienza, che finora è stato il motore propulsivo a cui dobbiamo i margini di crescita assicurati negli anni dopo la pandemia. Non a caso il governo ha fatto il diavolo a quattro per ottenere dalla Ue quei 14,4 miliardi di flessibilità sull’energia che consentiranno di fare più deficit. L’operazione ha avuto successo e per l’esecutivo si tratta di una boccata d’ossigeno in un momento politico eccezionalmente delicato. Che si voti in autunno a scadenza naturale o, più probabilmente, in primavera insieme alle amministrative, il 2027 è l’anno delle elezioni e per Giorgia Meloni e i suoi alleati non è un appuntamento a cui ci si possa presentare senza carte da giocare sul piano economico.