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Brescia
di ROMANO GUATTA CALDINI 21 set 2018 08:40

Dall’Eritrea in cerca di pace

Il racconto dell’odissea vissuta dai due migranti della nave Diciotti accolti a Brescia dalla Diocesi. “In Libia la polizia può fare di te ciò che vuole”

“Il governo italiano non vi vuole, ma state tranquilli, troveremo una soluzione”. È questo quanto si sono sentiti dire i migranti dal comandante della Diciotti, mentre la nave della Guardia costiera era bloccata nel porto di Catania. A raccontare di quelle ore, dell’odissea di un viaggio dall’Eritrea al Sudan, sino alla Libia, durato tre anni di cui uno nelle carceri libiche, sono stati Filomon, 22 anni, e Aman, 23. Sono i due migranti della Diciotti accolti il 6 settembre scorso dalla Diocesi di Brescia, ospiti della Cooperativa Kemay, braccio operativo di Caritas Brescia, nella comunità di Sant’Eufemia. Li abbiamo incontrati nelle sede Caritas in piazza Martiri di Belfiore. Con loro c’era la mediatrice culturale della cooperativa, Iodit Mikaeal, e Giuditta Serra, responsabile della mediazione legale. È lei a spiegare che per i due ragazzi è stata già depositata la domanda di riconoscimento della protezione internazionale: “Dal punto di vista economico – ha evidenziato – il progetto di accoglienza è a carico di Caritas. Hanno formalizzato la domanda d’asilo. Entro tre mesi, è il nostro auspicio, dovrebbero essere chiamati per l’audizione”. Nel mentre la Cooperativa Kemay ha già attivato il protocollo ordinario in vista dell’inserimento in progetti di microaccoglienza, come ha sottolineato il responsabile Stefano Savoldi.

Speranza. Filomon e Aman sono due pseudonimi, scelti da loro, in quanto, per tutelare la loro sicurezza e quella dei familiari rimasti in Eritrea, non è possibile rivelarne il nome. “La speranza di un futuro migliore e la fiducia nel prossimo” sono stati i sentimenti preminenti che li hanno guidati sino a Brescia, nonostante le avversità incontrate. La loro vita, infatti, non è stata facile. Filomon ha perso il padre a tre anni, crescendo poi con gli zii che lo hanno aiutato a studiare per un decennio. Il suo sogno, oggi, è fare il meccanico. Aman, che ha incrociato il destino di Filomon in Sudan, vivendo poi il medesimo incubo nel lager libico, vuole, invece, fare il falegname. Ha sette anni di studi alle spalle e in Eritrea ha lasciato i genitori e 5 fratelli. Perché intraprendere un viaggio il cui approdo, seppur promesso, resta sempre incerto? “Volevo vivere in pace – sottolinea Filomon –, in un Paese libero”. Il termine pace ricorre spesso, anche nelle parole di Aman che si è spinto sino alle coste italiane nella speranza di trovare “un luogo dove poter progettare il proprio futuro senza paura”. Dal Sudan alla Libia il terrore delle violenze della polizia era costante. “Possono raccoglierti dalla strada – raccontano – e fare di te ciò che vogliono”. Oggi, i due ragazzi si dicono fiduciosi, come lo sono sempre stati, supportati dalla fede – Filomon è ortodosso e Aman cattolico –, ed è questa che li ha aiutati ad affrontare le avversità, compreso l’orrore della detenzione in Libia, in condizioni disperate, dove si sono trovati a convivere con 3.500 detenuti, con 450 grammi di pasta ogni dieci persone, dove “chi arrivava prima mangiava”. Filomon confessa che non avrebbe mai immaginato di riuscire a fuggire: “Il viaggio in mare – ha raccontato – è stato il momento più bello, ciò che mi ha reso felice”. Non si è trattato, ovviamente, di una fuga rocambolesca. La storia dei due ragazzi è simile a quella di migliaia di migranti che hanno raggiunto le coste italiane, una storia fatta di carcerieri e scafisti, di intermediari e contatti con le famiglie per far arrivare i soldi necessari alla liberazione. Poi, un giorno, giunge il momento della partenza, il viaggio verso l’Italia.

Progetto. Al di là della Questura e dell’Hotel Mille Miglia, Filomon e Aman non hanno visto nient’altro di Brescia, a parte una breve parentesi alla Festa patronale di S.Eufemia. L’autonomia e l’integrazione sono oggi gli obiettivi primari: “Il nome della nostra cooperativa (Kemay ndr) – ha sottolineato Savoldi – significa come me stesso. Noi li seguiamo e li accompagniamo come se avessimo di fronte noi stessi, tenuto conto delle loro fragilità specifiche”. I ragazzi frequenteranno corsi di italiano, corsi professionali, tirocini lavorativi, nel solco di una progettualità che terrà conto delle loro attitudini, dei loro sogni. Nell’arco di un paio di mesi dovrebbero essere inseriti nelle comunità parrocchiali. L’approdo in Italia ha posto fine a un viaggio ma adesso, per Filomon e Aman, ne è iniziato un altro, carico di speranze. Con il supporto di Caritas si incammineranno verso una nuova vita, lasciandosi alle spalle, per quanto possibile, gli orrori vissuti. Quella velata malinconia che traspare dai loro sguardi ha già lasciato il passo, seppur a tratti, a un timido sorriso.

ROMANO GUATTA CALDINI 21 set 2018 08:40