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Brescia
di ANNA SALVIONI 27 set 2026 17:18

Eubiosia: la vita è buona

“Spegnere i pensieri e aprire il cuore alle emozioni”. È stato questo l’invito rivolto al pubblico prima che si accendessero le luci del palco e sabato sera, al Teatro Clerici di Brescia, è accaduto davvero. Perché il musical “Eubiosia – Buona vita” non si è limitato a raccontare la malattia, la sofferenza e la morte: ha chiesto a tutti di guardarle negli occhi, attraversarle e riscoprire, proprio lì, il valore della vita.

Una platea sold out, attentissima e profondamente partecipe, ha seguito attimo dopo attimo, respiro dopo respiro, istante dopo istante, lo spettacolo scritto da Marlena Balducchelli, infermiera Ant di straordinaria grinta ed energia, capace di trasformare anni di esperienza accanto ai malati e alle loro famiglie in un’opera teatrale di rara intensità. Un fiume in piena di musica, parole, immagini, danza e testimonianze, andato a sostegno dell’assistenza domiciliare oncologica e dei progetti di prevenzione della Fondazione Ant.

Sul palco, tutto comincia da una giacca sospesa che lentamente scende dall’alto, quasi a introdurre lo spettatore in una storia che è fatta di ospedali, camici, stanze, ma anche di case, famiglie, mani che si cercano e persone che chiedono semplicemente di non essere lasciate sole. Poi arrivano le voci, le ballerine classiche e moderne, le luci e le coreografie, con la musica che diventa il filo capace di tenere insieme dolore e speranza.

Da “Ovunque sarai” a “Joe Temerario”, da “Nei giardini che nessuno sa” a “Il coraggio di andare”, il racconto prende forma. Poi “Casa”, “Io sì”, “Ci riuscirò”, “Supereroi”, fino a “Che sia benedetta”, “Inno all’amore” e “Ho conosciuto il dolore”. Ogni brano sembra arrivare nel momento giusto, accompagnando una storia, una domanda, una ferita.

Perché il cuore di “Eubiosia” è proprio qui: nella persona che rimane persona anche quando la guarigione non è più possibile.

“Il sogno più grande non è cambiare il mondo, ma fare in modo che nessuno debba attraversarlo da solo”, si ascolta nello spettacolo. Ed è una frase che torna come un’eco, insieme a quella dei pazienti rivolta al medico: “Professore, non può lasciarci soli” e il professore risponde con un altro sogno: quello di un ospedale nuovo, nel quale non siano i pazienti a dover rincorrere medici e cure, ma siano i medici a entrare “in punta di piedi” nei loro spazi.

Il dolore, per lui, ha il volto preciso di chi soffre e allora anche il celebre “ti voglio bene” assume un significato diverso: “Io ti voglio bene, voglio il tuo bene”. Perché la dignità non è qualcosa che si misura in base al portafoglio e non è un privilegio: è un diritto.

È questa la “Eubiosia”, la “buona vita”: una vita vera, vissuta nel miglior modo possibile, fino all’ultimo istante. Non si parla della morte come di una fine che cancella tutto. Anche quando guarire non è più possibile, resta possibile prendersi cura della persona. Resta possibile accompagnarla, ascoltarla, starle accanto ed è qui che entra in scena una parola che attraversa tutto il musical: cura.

Cura da parte dei familiari, degli infermieri, dei medici. Una cura capace anche di “alleviare la sofferenza sociale e spirituale”, che spesso significa più ascoltare che parlare, stare accanto più che intervenire.

Una delle scene più toccanti è quella di una madre accanto al giovane figlio devastato dal tumore. L’infermiera le propone semplicemente un caffè: “Anche i caregiver hanno bisogno di manutenzione ordinaria”. Un gesto piccolo, ma enorme. Perché chi assiste ha bisogno, a sua volta, di essere assistito e poi giungere alla frase che resta: “Ho imparato che anche nel momento più buio è l’amore che riempie la stanza”.

Poi c’è un giovane padre terminale. Il medico, complice, riesce ad allestire nella sua casa un momento di spensieratezza, perché possa godersi ancora il figlio: quella sera il medico non ha soltanto curato, ha restituito un pezzo di vita. “Il suo dovere, professore, era curarmi. Quello che ha fatto quella sera è stato amore”.

La musica riparte con “Sogna ragazzo sogna”, “Dalle tenebre alla luce”, “Abbi cura di me”, “Esseri umani”. E il messaggio diventa quasi un testamento: continuare a coltivare la propria umanità e sognare in grande.

Anche la fede trova il suo spazio, non come risposta semplice alla sofferenza, ma come possibilità di attraversarla: “Dio non elimina la sofferenza, ma aiuta a portarla; non elimina la paura, ma aiuta ad attraversarla senza rimanerne schiacciati”.

Allora gli occhi si alzano verso il cielo. “Guardo il cielo e le stelle mi parlano delle presenze luminose della mia vita”. Sono i “Pilastri della galassia Ant”, persone che hanno lasciato una luce nel cammino.

Fino alla scena conclusiva, quando il professore lascia simbolicamente la presidenza di Ant alla sua figlioletta e le affida un compito: “Ricorda, l’unica cosa su cui vogliamo comandare è la sofferenza”.

Poi arriva la lettera a Franco Pannuti, letta dalla presidente Ant, Raffaella Pannuti invitata sul palco per mano della bambina del professore. Sono parole che fanno ammutolire la sala: “Nel cuore conservo il tuo sogno Eubiosia… Mi manchi non quando sto male, papà, quando sto bene e la felicità è davvero difficile da contenere… L’amore non finisce con un ultimo abbraccio. L’amore trova sempre una nuova strada e arriva sempre… Il tuo amore, papà, lo sento. Non è andato via, ha solo trovato un nuovo modo per restare”.

Il sipario potrebbe calare qui. Ma il messaggio continua, affidato all’ultima canzone, “A come Ant”, che chiude il musical e insieme apre una porta: quella della gratitudine.

Marlena Balducchelli, accolta sul palco da applausi scroscianti, fatica a trovare le parole: “Non so cosa dirvi stasera, sinceramente. È ovvio e scontato dire grazie, ma accanto alla parola Eubiosia c’è quella di accompagnare, che significa mangiare il pane insieme, condividere”.

Una gratitudine che diventa collettiva e che coinvolge tutte le persone e le realtà che hanno reso possibile la serata.

Sul palco salgono Laura Corini, per la quale è motivo di “gratitudine immensa per Fondazione Ant” essere riusciti a portare “tanta bellezza in un teatro enorme così pieno e vibrante”; la presentatrice Maddalena Damini; il Coro Voci in Canto; la Scuola Alta d’Arte, con le sue tre maestre; gli attori della Scuola Barca di Carta; il pittore Marco Bretella degli Amici dell’Arte di Lumezzane.

Interviene anche la consigliera regionale Carla Carzeri, sottolineando l’obiettivo di fare in modo che le cure palliative entrino sempre più nelle case e nelle strutture. La sindaca di Brescia Laura Castelletti ricorda come Brescia sia “una città in cui anche il momento della morte può essere accompagnato e condiviso grazie ad Ant” e definisce ciò che è andato in scena non un sogno o una fantasia, ma “ciò che spesso vediamo nella nostra realtà”.

A rappresentare gli infermieri bresciani c’è la presidente di OPI Stefania Pace, che dal 2017 rappresenta una professione «di grande valore», con circa 9.000 infermieri bresciani.

Don Maurizio Rinaldi porta la lettura del Santo Padre e il saluto del vescovo di Brescia: “Aggiungo solo un pensiero: un altro modo per dire santità e coraggio… Qui ne ho visto parecchio. Complimenti”.

Nella lettera inviata da Papa Leone XIV emerge invece la lode per «la dedizione e competenza» con cui Marlena porta avanti la sua professione e il richiamo a un amore che “non è passivo, va incontro all’altro”, un amore samaritano e inclusivo.

Poi Carlotta Clerici, in rappresentanza della Fondazione Teatro Clerici, che definisce “un onore” poter sostenere la serata; Sabrina Bossini, in rappresentanza della Consulta sociale permanente di Lumezzane; ed Emanuele Bugatti, a nome del padre, il noto imprenditore, ex sindaco e storico presidente del rugby Lumezzane, per la scelta di inserire il logo Ant sulle maglie dei Centurioni. Perché anche il rugby, con la sua filosofia dell’aiuto reciproco e quel terzo tempo fatto di convivialità, può diventare strumento di solidarietà.

Tra le presenze di spicco in sala Roberta Barbieri e Antonio La Marca, l’attore Vincenzo Regis, lo scalatore Ettore Campana, i Clown Nasi Rossi di Brescia e Iseo, il Centro Bresciano Down e tantissime realtà lumezzanesi: Aido, Croce Bianca di Lumezzane, Amici degli Anziani di Lumezzane, Alpini di San Sebastiano, Associazione Nazionale Polizia di Stato, Tennis Club Lumezzane, Unità Pastorale di Lumezzane, Volontari della Sofferenza, Amici per l’Infanzia di Valle Lumezzane e AC Lumezzane. Presente anche don Roberto Lombardi, assistente diocesano del Centro della Sofferenza, che ha sottolineato come “forse non tutti sanno che Marlena ha trascorso anche alcuni anni della sua vita in Rwanda. È da questa esperienza, e da una vita professionale trascorsa accanto alla sofferenza, che nasce una convinzione ancora più grande: ciò che sabato sera è stato raccontato al Teatro Clerici potrebbe e dovrebbe oltrepassare i confini. Raggiungere anche i Paesi dimenticati dalle guerre, formare nuove persone capaci di assistere chi è solo, portare competenza, professionalità, passione e umanità là dove ce n’è bisogno”. Un sogno forse, ma come lo è stato “Eubiosia”. Perché alla fine “Eubiosia” non dice che la sofferenza può essere cancellata. Dice qualcosa di forse ancora più importante: che nessuno dovrebbe essere costretto ad attraversarla da solo… Finché c’è amore, c’è sempre qualcosa da donare e finché c’è speranza, c’è sempre una strada da percorrere. 

ANNA SALVIONI 27 set 2026 17:18