La lezione di Martinazzoli, 15 anni dopo
Il prossimo 4 settembre ricorreranno quindici anni dalla morte di Mino Martinazzoli. In un’epoca di politica urlata, identitaria e sempre più fondata sull’estetica del consenso, parlare dello statista bresciano può sembrare anacronistico. Eppure la sua esperienza pone una domanda urgente: esiste ancora spazio per una politica capace di tenere insieme coscienza individuale, dignità delle istituzioni e responsabilità verso il futuro? Martinazzoli non ci consegna un partito da rimpiangere, né un recinto identitario da difendere, ma un metodo.È qui che il cattolicesimo politico, inteso non come “politica dei cattolici” ma come cultura politica, conserva il suo significato. Lo sosteneva lui stesso: "L’aggettivo cattolico non è un aggettivo del politico. È più importante, è un aggettivo dell’impolitico". Non una politica confessionale, dunque, ma un modo di intendere la politica e di stare nelle istituzioni, capace di tradurre una visione cristiana dell’uomo in categorie politiche universali.Martinazzoli ha incarnato questa cultura con uno stile sobrio e rigoroso, difendendo la dignità delle istituzioni nel momento del loro massimo logoramento. Ci ha messi in guardia da due rischi opposti: una politica che pretende di piegare a sé ogni dimensione della vita, e una politica che al contrario si ritrae, arrendendosi alla tecnica, all’economia, oggi diremmo all’algoritmo. E quando la politica rinuncia al proprio compito di mediare, orientare e tenere insieme, si apre lo spazio delle semplificazioni radicali, delle identità contrapposte, della forza che sostituisce la ragione: lo vediamo nei nazionalismi che innalzano muri, nelle guerre che insanguinano l’Europa e il mondo, in un linguaggio pubblico sempre più rigido e polarizzato. Lo vediamo, infine, anche nei nostri territori, quando l’esasperazione delle differenze prevale sulla ricerca della coesione.Ricordare Martinazzoli non significa quindi rifugiarsi nella nostalgia, ma interrogare il presente attraverso alcune coordinate del cattolicesimo politico oggi ancora indispensabili: il senso delle istituzioni come garanzia e non come ostacolo; la cultura della mediazione, capace di comporre interessi diversi; la dimensione morale della politica, che non è moralismo ma responsabilità personale di chi esercita il potere. E soprattutto, significa rimettere al centro la persona: non l’individuo isolato, ma la persona come “nodo di relazioni” dentro una trama sociale.Infine, resta forse questa la parte più difficile della sua lezione: ricordare che la politica è servizio e il potere un mezzo. Un mezzo esigente, che richiede misura e responsabilità. Ma un mezzo necessario per rendere la nostra convivenza un po’ più giusta e un po’ più degna.
(Oggi, 4 settembre, verrà celebrata una Messa in sua memoria officiata da don Amerigo Barbieri, nella chiesa parrocchiale di San Massimiliano Maria Kolbe, in via Monte Mascheda 17 a Caionvico)