Tutti gli scenari aperti dalla vittoria del no
La grande partecipazione al voto referendario del 22 e 23 marzo ha giovato nettamente allo schieramento contrario alla riforma della giustizia
Il voto referendario contiene almeno tre elementi-chiave: una partecipazione che, a sorpresa, sfiora il 60%; la prima sconfitta popolare (e nazionale) per Giorgia Meloni; un segnale forte sulle riforme istituzionali. Sono tre elementi che a ben vedere si sono rivelati strettamente connessi.
L’affluenza alle urne ha preso in contropiede tutti i sondaggisti. Ma non solo loro. Bisogna riconoscere anche da semplici osservatori che una campagna elettorale di qualità mediamente sconfortante e su una materia di per sé molto tecnica avrebbe indotto a prevedere una partecipazione scarsa, al massimo in linea con i precedenti. Invece gli elettori si sono mobilitati. E contrariamente a quanto si andava ripetendo nelle scorse settimane la mobilitazione ha giovato nettamente allo schieramento del No. C’è qualcosa che sfugge alle analisi specialistiche ed è il fatto che quando i cittadini si sentono nelle condizioni di determinare esiti concreti in campo politico non si lasciano sfuggire l’occasione.
La partecipazione elevata rende ancora più bruciante la sconfitta della premier che aveva per tempo messo le mani avanti sulle conseguenze di un’eventuale bocciatura della riforma e in un primo momento aveva cercato di rimanere defilata. Con l’approssimarsi della consultazione, però, non aveva potuto esimersi dal metterci la faccia e se anche non trarrà le conseguenze drastiche che nel 2016 videro protagonista Renzi, il peso della bocciatura ricadrà sulle sue spalle.
A onor del vero ci sarebbero molti esponenti della maggioranza a cui andrebbe imputato almeno pro-quota il verdetto negativo, ma un vero leader è tale (e Giorgia Meloni lo è indiscutibilmente) se non scarica le responsabilità sui comprimari. Una riflessione esigente su alcuni personaggi dovrebbe comunque farla (le dimissioni delle scorse ore del sottosegretario Dalmastro e della capo di Gabinetto Bartolozzi (entrambi in forza al dicastero guidato dal ministro Nordio, insieme a quelle auspicate della ministra del turismo Santanché lasciano intendere che la premier si sia mossa esattamente in questa direzione, ndr). E così pure sulle interlocuzioni internazionali privilegiate, soprattutto alla luce delle dinamiche che si sono profilate a quel livello in questa fase drammatica per l’umanità.
Se la caratura politica assunta dal referendum è un dato oggettivo, non si deve però trascurare la natura istituzionale della posta in gioco. Bisogna andarci piano con le modifiche della Carta. Nel merito, ovviamente, ma prima ancora nel metodo. Non basta rispettare la lettera dell’articolo 138, quello che traccia il percorso delle revisioni costituzionali, ma occorre condividerne lo spirito. La riforma respinta era stata approvata a tappe forzate, senza lasciare margini di dialogo e di intervento persino agli stessi parlamentari della maggioranza. A costo di fare la figura degli ingenui, ci piace pensare che anche in seguito al responso referendario le prossime riforme – sempre adeguatamente ponderate – prendano corpo nel dialogo e nella ricerca di convergenze ampie. E questo anche per quel che riguarda la legge elettorale, che di per sé non richiede la procedura di revisione costituzionale, ma che chiama in causa profondamente i principi della partecipazione democratica.