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Ospitaletto
di ANDREA CAVALLINI 28 set 2026 10:58

I catechisti: costruttori di una magnifica umanità

Non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia". Riproponiamo l'intervento di don Andrea Cavallini all’Assemblea diocesana dei catechisti

È un onore parlare a tanti catechisti. Ho avuto la fortuna nella vita di avere tanti catechisti quando ero ragazzo e poi di lavorare con tanti catechisti in parrocchia e, infine, anche di occuparmi di formazione dei catechisti quando ero all’Ufficio catechistico di Roma. Oggi seguo la formazione dei catechisti di oratorio, che a Roma però è una realtà meno strutturata rispetto al Nord Italia. La mia principale sensazione è sempre quella di ammirazione: guardando i catechisti si vede la parte più viva e generosa di una diocesi, coloro che portano avanti la pastorale ordinaria della Chiesa insieme ai sacerdoti. Parlare ai catechisti è parlare al cuore di una chiesa locale.

Parlo da catechista a catechisti. Perché anche il prete è un catechista – il Vescovo è il primo catechista della diocesi! – e tutti insieme partecipiamo all’opera dell’evangelizzazione. Quando ero direttore dell’Ufficio catechistico di Roma ho lavorato al progetto catechistico diocesano e mi sono studiato tutti i progetti italiani che ho trovato, tra cui anche il precedente progetto di Brescia – devo dire che Brescia è stata pioniera nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana! Ora avete un nuovo progetto catechistico, I passi della fede, che è il risultato del lavoro che avete fatto di verifica sulle esperienze precedenti. Il lavoro che avete fatto di sperimentazione e verifica è molto serio e, in un certo senso, è a servizio non solo della Diocesi ma anche delle altre diocesi italiane, perché tutta la Chiesa italiana è impegnata in questo processo.

Quello che mi viene in mente è che voi catechisti avete non solo portato avanti la catechesi ma anche partecipato al lavoro di verifica e di elaborazione di questi anni, e avete il desiderio di continuare a fare bene e a servire. Ma un nuovo progetto può portare con sé anche una certa fatica: perché dobbiamo cambiare? Non andava bene come facevamo prima?

In realtà, il fatto che si torni a riflettere su cosa facciamo e come lo facciamo non deve stupirci, né farci pensare che quanto fatto finora sia stato inutile. Sperimentare, verificare,
cambiare, non sono segnali negativi, ma al contrario l’unico modo per abitare il “cambiamento d’epoca” di cui parlava Papa Francesco. Non esiste e non esisterà mai una ricetta per “risolvere” una volta per tutte la questione della trasmissione della fede. Non esiste il progetto catechistico perfetto, che poi resta definitivo. La catechesi è un “cantiere permanente”, in cui continuamente si rielabora e si adegua il progetto per adeguarlo alle nuove esigenze che vengono fuori. Questo può forse disorientarci o stancarci, ma è un peso che dobbiamo assumere generosamente.

Anzi, il cambiamento ci mette davanti alla domanda chiave dell’essere catechisti, quale sia il senso profondo di ciò che stiamo facendo. Ricordate il noto apologo sui tre muratori che
stanno lavorando nello stesso cantiere e rispondono diversamente alla domanda: che cosa stai facendo? Si dice che fosse legato alla costruzione della cattedrale di Saint Paul a Londra. Tre operai stanno lavorando al cantiere. Uno chiede al primo muratore: che cosa stai facendo? Sto guadagnando la paga. Poi il secondo: che cosa stai facendo? Sto spostando delle pietre per metterle l’una sull’altra. E il terzo: che cosa stai facendo? Sto costruendo una cattedrale. Nessuna delle tre risposte è falsa. Ma ciascuna porta con sé una consapevolezza diversa del proprio lavoro e del senso e del gusto di ciò che si fa. Essere catechisti, al di là di come concretamente lo facciamo, significa partecipare a una
enorme costruzione, la costruzione di una cattedrale. Se ci pensate, la catechesi dell’iniziazione cristiana è forse la più grande opera missionaria della Chiesa italiana. Tra le attività ordinarie delle parrocchie, nessun’altra raggiunge un tale numero di famiglie. Chi vi partecipa sta partecipando a un’opera immensa, al cuore dell’evangelizzazione. Stiamo costruendo una cattedrale. Il titolo del nostro incontro fa riferimento proprio alla metafora del costruire, che attraversa tutta l’enciclica Magnifica Humanitas. Il Papa scrive – è il sottotitolo dell’assemblea di oggi – che abbiamo una «vocazione ad essere […] non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia» (Magnifica Humanitas, 241). Vorrei riflettere insieme sulla vocazione di cui parla il Papa, la vocazione a non essere osservatori di rovine ma gente che lavora nel cantiere. Che significa che Dio ci chiama a entrare nel cantiere?

Cominciamo dalle rovine e partiamo dalla foto della locandina dell’assemblea: un’abbazia diroccata all’alba con il sole tra le mura rovinate. Un’immagine che oscilla tra la nostalgia e la
speranza. Le rovine hanno un fascino innegabile. Quest’estate sono stato in Francia e ho visitato le rovine dell’abbazia di Jumièges in Normandia. Restano in piedi delle strutture imponenti e hanno tutto lo splendore delle architetture romaniche che terminano nel cielo aperto. Pieno di turisti. Foto bellissime. Le rovine degli altri, di posti che non abbiamo vissuto, sono belle, a volte poetiche. Diverso è il sapore delle rovine dei posti dove abbiamo vissuto noi. Entrare in una casa di famiglia che un tempo fu usata ma ora è abbandonata da anni ci fa effetto. Un mondo di voci, di vite, di relazioni, è andato perduto. Ci restano le mura. Che ne facciamo? Anche a livello ecclesiale è così, e tante chiese italiane ci stanno facendo i conti. Uno guarda alcune strutture enormi e vede un tempo che non c’è più. Ci può sembrare di stare in un panorama di rovine. Il primo rischio che abbiamo è quello di subire il fascino delle rovine, di contemplare malinconicamente il simulacro di ciò che non c’è più. Sforzarci di capire cosa è successo e perché, come ha fatto a crollare tutto, analizzare la fine dell’edificio. Può essere utile in una certa fase, ma se diventa il nostro unico sguardo rischiamo di essere, secondo la frase del Papa, «commentatori di rovine»3. Un secondo rischio che abbiamo è quello di cercare di impedire a tutti i costi il crollo, di mettere su una impalcatura e dei rinforzi per contenere lo sfacelo, come gli edifici pericolanti che vengono puntellati. Entrambi questi rischi sono figli di un atteggiamento che non è la nostra vocazione, perché Dio ci chiama a entrare nei cantieri della storia. Il problema è che tra le rovine e i cantieri ci sono delle analogie. Perché in entrambi i casi si vedono pezzi di strutture incompleti, grezzi, edifici a cui mancano delle parti. Ma sono luoghi diversi: le rovine parlano di ciò che è finito, il cantiere di ciò che sta cominciando. Uno guarda al passato, l’altro al futuro. In uno vai come turista, nell’altro come operaio. Dunque, siamo in mezzo a rovine o in mezzo a un cantiere? Che cosa vuol dire per noi catechisti abitare questo tempo, con la sua complessità, come un cantiere e non come rovine? Un paradigma biblico: Elia Vorrei prendere un esempio biblico: un profeta che ha avuto la tentazione di cui parliamo, ha vissuto un momento in cui si sentiva in mezzo alle rovine, giunto al capolinea della sua vita, e pensava ormai di poter soltanto salvare il salvabile. Dio invece gli fa cambiare idea e gli fa scoprire una nuova vocazione, appunto a entrare in un cantiere. È la storia del profeta Elia, che troviamo tra la fine del Primo Libro dei Re e l’inizio del Secondo (1Re 17-2Re 2). Elia vive un lungo confronto con il re Acab, un pessimo re, che ha una moglie peggiore di lui, Gezabele, che perseguita i profeti di Dio. Il popolo di Israele è dedito all’idolatria, non si sono scordati del tutto del Signore, ma venerano anche Baal e altri. Ricorderete che Elia, ad un certo punto, ottiene una grande vittoria. Sul monte Carmelo sfida i profeti di Baal (1Re 18,20-40) e chiede al popolo di scegliere il vero Dio: «Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1Re 18,21). La sfida è vedere quale dio, invocato, manderà un fuoco per bruciare l’offerta. Come sappiamo, Elia vince la sfida: Baal non risponde e il suo Dio invece sì. «A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: “Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!”» (1Re 18,39). Una vittoria clamorosa. In un momento di esaltazione, Elia comanda che i profeti di Baal vengano uccisi e li ammazza lui stesso. Una strage. Sembra tutto risolto, e invece non è cambiato nulla. Il re, in realtà, non si converte e il popolo nemmeno. Anzi, la regina Gezabele gli manda a dire che lo ammazzerà come lui ha ammazzato i profeti di Baal. Elia terrorizzato scappa verso sud e, per far perdere le proprie tracce, si inoltra da solo nel deserto. Sembra un uomo disperatamente attaccato alla vita. E invece no, vuole morire: «Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto la ginestra» (1Re 19,4-5). Elia è scoraggiato e si sente al capolinea della sua vita. Gli sembra che tutto ciò che ha fatto sia stato inutile. Essere profeta, la fatica, la solitudine, l’esilio. Persino la vittoria del Carmelo non è servita a nulla. Non vale la pena vivere. È il fallimento di uno che ha servito sinceramente Dio, ha fatto ciò che gli veniva chiesto di fare, ha tenuto duro. I cambiamenti di Elia Davanti a questa scena, alla crisi del suo profeta, Dio comincia a ri-chiamarlo. Gli dà una nuova vocazione, che procede per piccoli passi. Anzitutto, Dio non affronta di petto lo stato depressivo di Elia. Non gli chiede di cambiare idea sul passato. Ma gli chiede solo di mangiare per andare avanti, per non fermarsi. Guarda che non sei alla fine, hai un cammino da fare e questo cammino richiede energia. Per due volte un angelo gli porta da mangiare e da bere, lo sveglia e gli dice «Alzati, mangia». E gli dà una meta: devi arrivare al monte di Dio, il cammino è lungo. Quindi il primo cambiamento che Elia deve fare è cambiare prospettiva sul suo percorso: non sono alla fine, ho un cammino davanti. Deve cambiare progetto. Capisce che deve andare al monte di Dio. Non era partito per quello. Stava scappando da qualcosa, dalla morte. Ora ha una meta, sta andando verso qualcosa, l’incontro con Dio. Il viaggio cambia segno e diventa un pellegrinaggio. Il fallimento di Elia diventa allora un nuovo inizio, il cammino per incontrare Dio. Ma deve andare più avanti. Pensiamo a quando ci troviamo nella stessa situazione nel nostro servizio. Ricordo la storia di un prete originario di Cremona, che prima di entrare in seminario insegnava Lettere a Brescia. Da sacerdote era incardinato a Roma, ma aveva vissuto molti anni come missionario in terre dove nessuno aveva sentito parlare di Gesù, poi era stato rettore di un seminario negli Stati Uniti. Una vita avventurosa. A fine anni Novanta, dopo una serie di problemi di salute e altre questioni avute nella diocesi dove lavorava, tornò a Roma e il Cardinale lo mandò parroco nell’estrema periferia romana, in un quartiere dove non c’era nemmeno la chiesa e si celebrava in un garage. Lui, uomo colto, si trovava in un contesto molto semplice. Si sentiva finito, in esilio. In quella parrocchia rimase quasi 25 anni come parroco, ma mentre all’inizio si sentiva alla fine, poi prese quella situazione come la sua nuova missione. Trovò il terreno e costruì la chiesa, inventò una sagra popolare che ancora oggi attira migliaia di persone, fece crescere la parrocchia in un modo impressionante, annunciando il Vangelo in tutti i modi. Continuava a chiamare quella parrocchia “il mio esilio”, ma non lo diceva più con rammarico. È morto da poco e la gente lo ricorda con gratitudine e affetto, perché ha veramente amato “fino alla fine”. Ma non era andato lì con questo scopo. Ha dovuto cambiare atteggiamento, convertirsi, come il profeta Elia.

Il secondo cambiamento che Elia deve fare è un cambiamento di sguardo su Dio stesso: è la scena celeberrima dell’incontro con Dio. Elia arriva al monte di Dio ed entra in una grotta. Dio gli chiede di uscire e di fermarsi alla sua presenza. E cominciano fenomeni fortissimi, ma non sono la presenza di Dio. Dio non è nell’uragano, Dio non è nel terremoto, Dio non è nel fuoco. Dio è nel sussurro di una brezza leggera – letteralmente, una “voce del silenzio”. Un silenzio eloquente. Più un’assenza di qualcosa, che una presenza. Dio non è nella forza e nella violenza. Questo è un secondo cambiamento importante: l’immagine di Dio. Dio è diverso da come Elia lo pensava, lui che era un intransigente, un “uomo di fuoco”, secondo il ritratto che ne fa il Siracide. Possiamo leggere questo incontro come una purificazione dell’immagine che Elia ha di Dio. Elia si è quasi creato un Dio a propria immagine e somiglianza, un dio intransigente e geloso. In fondo non abbiamo tutti bisogno di liberarci delle nostre false immagini di Dio? Quando Dio non funziona come vorremmo. Quando la vita, o la Chiesa, va in modo diverso da come dovrebbe andare e diciamo “ma come?!”. Ma c’è un ulteriore cambiamento che Elia deve fare e riguarda il suo modo di valutare la situazione. Dio gli pone una domanda: «che cosa fai qui, Elia?». Elia risponde descrivendo delle rovine: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita» (1Re 19,13-14). Ora Elia non vuole più morire, ora è “pieno di zelo”. Ma continua a leggere tutto come un grande crollo e lui si sente l’argine alla rovina, l’unico paladino dei diritti di Dio. Gli Israeliti hanno abbandonato l’alleanza, demolito gli altari di Dio, ucciso i profeti. Io sono l’ultimo, e vogliono uccidere anche me. È una lamentazione, ma in fondo è anche una protesta: ma, insomma, ma perché Dio lascia che vada tutto così male? Potrebbe essere anche la nostra voce: che cosa sto facendo? Sto mettendo i puntelli alla società cristiana che è crollata? Sto cercando di insegnare a fare il segno della croce a questi “piccoli pagani”? È comprensibile sentirsi così. Ma Dio chiede a Elia di cambiare sguardo e gli dà una nuova vocazione. Il terzo cambiamento di Elia riguarda l’opera di Dio e il suo ruolo in essa. Dio, infatti, gli dice che non è vero che è solo e che è l’ultimo difensore dei diritti di Dio. Dio dà a Elia un nuovo comando, con una direzione precisa: torna indietro. Fai il tuo lavoro, il profeta che unge i re. Devi ungere il nuovo re di Aram (cioè di Damasco) e il nuovo re di Israele. Pensa a chi continuerà la tua missione: ungi Eliseo «come profeta al tuo posto». Prenditi un discepolo e insegnagli. Come a dire: io sto costruendo, ma non quello che pensavi tu e come pensavi tu. Tu occupati del futuro, lascia perdere Acab e Gezabele. Non cercare di convertire il re. Ungi nuovi re e un profeta al posto tuo. E, come ricordiamo, Elia chiamerà Eliseo a essere suo discepolo e poi suo successore. Sarà Eliseo a continuare l’opera (dei tre incarichi ricevuti, infatti, Elia ne compie uno, la chiamata di Eliseo, e sarà Eliseo a ungere i nuovi re). Per riprendere la frase dell’enciclica, Elia deve passare dall’essere commentatore delle rovine della fede del popolo di Israele all’essere uno che entra nel cantiere del suo tempo. Ci sono nuovi re, un nuovo profeta, un nuovo popolo, anche se è solo “il resto di Israele”. Elia ha una percezione di sé, di Dio e del mondo che non corrisponde alla chiamata di Dio. Deve convertirsi: cambiare idea sul proprio percorso – non è alla fine; cambiare idea su Dio – non è fuoco violento; cambiare idea sulla situazione in generale – Dio sta già costruendo. Le nostre vocazioni Il paradigma di Elia ci serve per riflettere sulla nostra vocazione di catechisti. La frase del Papa che abbiamo come titolo dice che abbiamo una vocazione a entrare nei cantieri e non a commentare le rovine. Come Elia, per rispondere a questa chiamata dobbiamo convertirci, abbandonare una visione e assumerne un’altra. Dobbiamo cambiare idea su di noi, su Dio, sulla situazione che vediamo. Essere catechisti è un’opera di conversione permanente. Non ci presentiamo ai bambini, ai ragazzi, alle famiglie, come persone risolte e arrivate, ma come persone in conversione, e diciamo che essere cristiani è vivere in questo stato di conversione. Come Elia, che si occupava del passato più che del futuro, anche noi dobbiamo cambiare prospettiva.

Questa vocazione di Elia è una vocazione che arriva in un momento critico del suo percorso, dopo molti anni di servizio. Anche per noi ci sono molte vocazioni. Può iniziare in tanti modi, con il parroco che ti chiede una mano, con un’amica che ti racconta che lei lo fa, con una proposta esplicita o con un desiderio. C’è una prima vocazione e un primo sì che diciamo a Dio. Ma poi ce ne sono altre. Per me è stato così. Quando ero ragazzo sono tornato in parrocchia verso i 17 anni, senza una ricerca spirituale ma per seguire una ragazza e per socializzare. Che cosa ho trovato in parrocchia? L’ambiente mi era piaciuto, ma soprattutto ho trovato adulti che si prendevano cura di me e mi prendevano sul serio. Ricordo in particolare due persone. Una catechista e una capo scout. Il mio tema era la facoltà universitaria. Avevo scelto male la facoltà, senza avere una passione o un progetto, e per non sbagliare avevo iniziato Economia e commercio (così trovi lavoro!). Ma per non sbagliare avevo sbagliato, perché non mi piaceva, non capivo, avevo passato l’esame di Analisi solo al terzo tentativo e comunque era andato male. Queste due persone, la catechista e la capo scout, persero molto tempo a parlare con me, per ascoltarmi e per dirmi entrambe la stessa cosa: hai sbagliato, non è una tragedia, cambia, coraggio, non rimanere in una cosa che non senti. Ma se devo identificare il momento in cui ho sentito la vocazione ad essere catechista, penso a quando avevo 20 anni. Un gruppo misto di scout e altri ragazzi della parrocchia si ritrova davanti alla chiesa per andare in un’altra parrocchia a sentire un prete che faceva degli incontri di catechesi biblica. Passo davanti alla parrocchia, mi invitano e io mi faccio convincere. Sinceramente, ci sono andato perché quella sera non avevo niente da fare e non mi andava di tornare a casa. Vado a sentire e resto “stregato” da quel prete, da come parlava, da come spiegava la Bibbia, da come fotografava la mia vita e mi faceva capire cosa c’era che non andava e cosa potevo fare. Metteva la parola in collegamento con la vita. Il Vangelo, che conoscevo molto poco, diventava una parola bruciante, che mi portava vita dove vita non c’era. Ricordo di aver pensato: ecco cos’è il cristianesimo! Avevo incontrato Gesù. Durante quei mesi è maturato in me il desiderio di cui vi parlavo: io voglio fare come lui, voglio avere questo sguardo sulla vita, voglio parlare di queste cose, voglio farle conoscere. Per me è coinciso con il desiderio di diventare prete. Il mio sì è stato entrare in seminario. Quella per me è stata la prima vocazione ad essere catechista, e se chiedessimo a ciascuno qui in sala potrebbe raccontare quale è stata la sua prima vocazione. Ma poi ci sono vocazioni successive, che arrivano in altri momenti, magari momenti di cambiamento o quando ci sentiamo alla fine di un percorso. E le vocazioni successive sono più difficili della prima. Dio rilancia: vai avanti, cambia idea, lascia stare questo e fai quest’altro. Dio ci chiede forse di accettare che qualcosa finisca e di buttarci in qualcosa di nuovo. Anche a me, come prete, capita. Più andiamo avanti, più il Signore ci chiede. Che non vuol dire fare più cose, ma forse farne di meno e meglio. Certamente ci chiede di interrogarci sul senso delle cose che facciamo. Più andiamo avanti più abbiamo bisogno di fede e di discernimento. Uno sguardo di fede Elia si deve fidare che c’è qualcosa che sta crescendo nel mondo e lui non se ne è accorto. È una questione di fede. Guardare il panorama e dire “sono rovine” oppure “è un cantiere” dipende dalla fede. Il Signore ci chiama ad avere occhi di fede, per cogliere la sua opera che è già in corso. Il Signore sta già costruendo. Anzi, sta appena iniziando. Qualche anno fa un padre domenicano francese ha scritto un saggio che si intitola Il cristianesimo non esiste ancora (Dominique Collin, Il cristianesimo non esiste ancora, Queriniana, Brescia 2020). In Europa il cristianesimo è in calo: siamo in un panorama di rovine?

No, il cristianesimo ancora non è cominciato. Non è una questione solo numerica: certo, basta non guardare l’Europa e guardare l’Africa e l’Asia per vedere, invece di rovine, cantieri di cristianità in costruzione. Ma il punto non è questo. Il cristianesimo sta sempre cominciando – il Regno è come il granellino di senape, è ancora come un granellino di senape. Il Regno è davanti a noi, non dietro, non è la società cristiana che è finita. È qualcosa che deve ancora manifestarsi, e noi siamo quelli attraverso cui può manifestarsi in questa epoca. Dobbiamo fare un passaggio di umiltà e dire: il Signore sta operando molto al di là di ciò che vedo. Noi siamo un po’ fissati sui risultati. Quanti sacramenti facciamo? Quanti ragazzi abbiamo? Quanti restano? Quanti genitori hanno partecipato? Ci chiediamo se ciò che facciamo funziona oppure no. Ma il risultato di cui parliamo è qualcosa che non si può misurare. Il nostro scopo non è “produrre” cristiani, perché è impossibile. Noi possiamo proporre percorsi per incontrare Gesù, ma poi la fede resta un mistero che avviene nel cuore delle persone. Dobbiamo fare un passaggio di umiltà e credere nell’opera di Dio. Noi accompagniamo l’opera di Dio. L’iniziativa non è nostra. Dobbiamo avere fede che nelle famiglie che bussano alla porta della parrocchia per l’iniziazione cristiana, Dio è già all’opera. Noi accompagniamo l’opera di Dio nelle persone e accompagniamo le persone a scoprire che Dio è all’opera nella loro vita. È bello stare dentro questa realtà, come servi di un progetto che non è il nostro. Se dovessimo riassumere in una frase ciò che facciamo nella catechesi – la nostra vocazione come catechisti – potremmo dire che noi stiamo dando occasioni ai bambini, ai ragazzi, alle famiglie, di incontrare Gesù. Sono occasioni, non di più. Se pensiamo alle nostre storie di fede personale, l’incontro con Gesù avviene in modi diversi e in circostanze concrete diverse. Ma tutti abbiamo avuto delle occasioni di incontrare Gesù, e queste occasioni sono, speriamo, quelle che creiamo nelle parrocchie. Per me sono stati il dialogo con quella catechista e quella capo scout, quel prete che faceva gli incontri biblici. Noi accompagniamo le persone mettendole a contatto con quei luoghi in cui sappiamo che Gesù passa. Gesù passa nella Parola, nella comunità, nei sacramenti, nella preghiera. Lavoriamo per creare le condizioni. L’incontro non lo produciamo noi, e per questo non possiamo né misurarlo né rivendicarlo. Ma possiamo sperare che accada. Del resto, cosa rimane di ciò che facciamo? Leggendo le verifiche che avete fatto sul percorso mi hanno colpito due frasi. Un ragazzo diceva: «Cosa mi è rimasto? Più il gruppo e la relazione con il catechista» (Come introduciamo alla vita cristiana i bambini e i ragazzi della Diocesi di Brescia? Esito della lettura dei tavoli di ascolto, p. 5). Un prete: «Mi ha stupito quanta gente ringraziasse per gli incontri, nonostante poi nella vita rimanga poco; anche se poi la fede non la possiamo quantificare» (p. 10). Non restano tanto i contenuti, ma le relazioni. Resta il rapporto con quella catechista, resta la parrocchia come luogo in cui si vivono relazioni belle: sono le relazioni attraverso cui veniamo raggiunti da Dio. Noi accompagniamo e mettiamo i bambini e i ragazzi a contatto con “posti caldi”, dove c’è lo Spirito di Dio. 

Oggi gli edifici si costruiscono in poco tempo. In Cina si erigono data-center enormi in pochi mesi. Ma pensiamo ai grandi edifici pubblici di cui è piena l’Italia, alle cattedrali o ai grandi palazzi. Erano opere che impegnavano generazioni, a volte secoli di lavoro. Era chiaro che, se stavi lavorando all’inizio di un’opera, non avresti visto la fine. Essere catechisti è lavorare a un’opera che ha una misura di tempo superiore alla nostra. Per usare l’immagine evangelica, il catechista conosce il tempo della semina; spesso non gli è dato conoscere quello del raccolto. Una parola ascoltata oggi può essere compresa molto più avanti. Un gesto di accoglienza può tornare alla memoria quando noi non saremo più accanto a quel ragazzo. Magari un bambino a cui hai fatto la catechesi si va a confessare trent’anni dopo da un prete, perché si ricorda che esiste la confessione. Tra il nostro gesto e il suo possibile frutto c’è un tempo che non possiamo governare. Il Vangelo ci invita ad abitare anche questo tempo: a seminare con cura, a rispettare il ritmo della crescita e a non pretendere di vedere il raccolto. In fondo, non solo la catechesi ma ogni servizio educativo ha questa logica. Questo sguardo umile e paziente sull’opera di Dio ci aiuta anche a discernere dove impegnarci. Non dove ci aspettiamo il “risultato”, ma dove Dio sta già operando, dentro o fuori dai nostri progetti. È come se ci dovessimo chiedere: intorno a me, nella parrocchia, dove il Signore sta costruendo? Dove lo Spirito sta agendo? Dove si vedono i segni dello Spirito, cioè la fraternità, la gioia, il servizio, la preghiera? Là, in questi luoghi, vale la pena mettere le proprie energie, capendo cosa è meglio lasciar perdere e non perdendo tempo a puntellare edifici che crollano. C’è una beatitudine particolare del catechista. Non è la beatitudine di chi vede il risultato, ma quella di chi sa di partecipare a una grande opera, alla costruzione di una cattedrale. Stiamo costruendo la Chiesa, stiamo lavorando per il Regno. E stiamo anche lavorando per il bene comune, costruendo un popolo di persone che conoscono il bene e sono a contatto con una fonte di bene, che è lo Spirito. Per riprendere il nostro titolo: stiamo costruendo una “magnifica umanità”.

ANDREA CAVALLINI 28 set 2026 10:58