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Brescia
di MASSIMO VENTURELLI 11 giu 2026 08:55

Non abituatevi mai al grande dono del sacerdozio

Anche se da quel 7 giugno 1975 è trascorso ormai più di mezzo secolo, mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, percepisce ancora come estremamente vive le emozioni, le attese e le speranze del giorno dell’ordinazione sacerdotale. I suoi sentimenti ancora attuali lo portano, come conferma in questa intervista, a far sentire tutta la sua vicinanza ai più giovani “fratelli” della stessa Chiesa bresciana.

Qual è l’augurio più bello che può essere indirizzato a chi si appresta a ricevere l’ordinazione sacerdotale?

Personalmente, ho un augurio che appartiene anche alla mia vita e che, in qualche modo, ha rappresentato anche l’unico proposito che sono riuscito a mantenere per tutta la mia vita sacerdotale e, volentieri, lo indirizzo e lo condivido con i giovani che, tra pochi giorni, il vescovo Tremolada ordinerà sacerdoti. L’invito è quello di non abituarsi mai al grande dono che stanno per ricevere, di riuscire a coltivare giorno dopo giorno il sentimento dello stupore per questa grazia, che il dono del sacerdozio rappresenta nella vita di una persona.

Qual è, in questa prospettiva, la strada da seguire perché la “freschezza” e gli entusiasmi del giorno dell’ordinazione sacerdotale non corrano il rischio di lasciare spazio alla stanchezza e all’abitudine?

La strada è una sola: alimentare ogni giorno la meraviglia, la gioia e lo stupore che deriva dal proprio ministero. Come? Attraverso una relazione personale con il Signore, ma anche attraverso uno sguardo particolare, capace di riconoscere la presenza del Signore nella vita delle persone che ci fa incontrare nel nostro cammino. 

Lei ha festeggiato, nel 2025, i 50 anni di ordinazione sacerdotale. Cosa ricorda ancora di quel giorno? 

Quel giorno resta impresso in modo indelebile nella mia mente e nel mio cuore, così come avviene per tutte le persone che si trovino a vivere momenti importanti e scelte destinate a segnare per sempre la loro vita. Alcune caratteristiche che segnarono quel giorno furono così particolari da risaltare ancora oggi, a più di mezzo secolo di distanza, estremamente vivide. Il primo è che, in quel 1975, eravamo in tanti a ricevere il dono dell’ordinazione sacerdotale. Eravamo in 29 e non fummo ordinati in Cattedrale, ma nel grande prato verde al centro della rotonda del Seminario di via Bollani. Restano, poi, ancora estremamente vivi anche i sentimenti provati quel giorno. Oggi come allora, avverto il contrasto tra quello che stavo provando: da una parte, c’era la gioia per essere arrivato al traguardo a lungo desiderato e, dall’altra, la malinconia per averlo raggiunto, mista a una sensazione di vuoto perché mi sembrava di non avere più nulla da cercare. Ricordo ancora di avere avvertito dentro di me, in quel momento, entrando su quel prato, la forte sensazione che davanti a me stava aprendosi un orizzonte infinito, come quando si arriva sulla vetta di una montagna e ci si trova davanti a un panorama senza fine. Ricordo di essermi detto che no, la mia ricerca non era finita, che poteva ancora continuare, cosa che, ancora oggi, riscontro giorno dopo giorno.

Cosa di tutto quello che portava nel cuore quel 7 giugno 1975, in termini di attesa e di speranza, si è realizzato nella sua vita sacerdotale?

A più di 50 anni di distanza credo di poter dire che si è concretizzata in pienezza quella gioia che portavo nel cuore, di poter servire la vita nelle persone che avrei avuto modo di incontrare. Servire la vita è stata per me l’opportunità di servire Dio, che è uno dei più grandi privilegi donati a un sacerdote, e farlo nella vita degli uomini. Insieme a questo che, secondo me, è un modo dinamico di vivere il sacerdozio, portavo in me anche il desiderio di riconoscere Dio nella vita degli uomini. Sono desideri e aspirazioni che ancora avverto in modo particolarmente intenso.

La Chiesa bresciana ha da poco celebrato un Convegno diocesano che ha rilanciato l’idea di una Chiesa e di una pastorale “delle relazioni”. Cosa significa questo per un giovane che si appresta a diventare sacerdote?

Ogni sacerdote, e in modo particolare i più giovani, deve avvertire il desiderio, il dovere, di salvare, di curare e di vivere le relazioni. Non va mai dimenticato che Gesù si è fatto uomo per salvare le relazioni: quella con Dio e quella con il prossimo. Per questo il sacerdote, in ogni stagione della vita, deve curare queste due relazioni. Oggi è impossibile vivere la fede a prescindere da una relazione personale con Dio. Si tratta di un principio che vale per tutti gli uomini, ma che è imprescindibile per il sacerdote che è colui che favorisce l’incontro personale con il Signore. Ma per fare questo è necessario che lui, prima di altri, abbia coltivato questa relazione. Altrettanto importante è dedicare la stessa dedizione alla cura con le persone che gli sono state affidate, una relazione che sappia diventare amicizia, cordialità e collaborazione. Una relazione che deve essere anzitutto fraterna: le persone devono avvertire questa dimensione che deve venire prima di progetti e programmi anche in Chiese come le nostre, molto strutturate e forti sotto l’aspetto organizzativo. Curare la relazione con Dio e con gli uomini fa sì che l’organizzazione non prenda il sopravvento e mangi la vita del presbitero che, invece, deve essere al servizio di relazioni reali, non immaginate o solo predicate. Altrettanto importanti per un sacerdote sono altre due relazioni. La prima è quella con i confratelli. Anche noi presbiteri, come il mondo contemporaneo, soffriamo a volte di individualismo. Il senso di forte responsabilità nei confronti della missione che ci è stata affidata non deve farci perdere di vista la consapevolezza che siamo chiamati a viverla insieme a tanti altri sacerdoti che hanno ricevuto l’ordinazione dal Vescovo. Per questo la seconda relazione da coltivare è proprio quella con il Vescovo che deve essere caratterizzata dalla fiducia e della fraternità.

C’è un augurio, un pensiero, una raccomandazione che lei rivolge in occasione dell’ordinazione ai sacerdoti bergamaschi che si può “estendere” ai confratelli bresciani?

L’augurio che rivolgo sempre ai miei sacerdoti e che volentieri indirizzo ai giovani presbiteri che saranno ordinati da mons. Tremolada è che, al termine di ogni giorno, riescano sempre a individuare un motivo per cui vale la pena essere sacerdoti. Mi fa sempre un enorme piacere incontrare sacerdoti che, prima ancora di entrare nel merito delle questioni che intendono affrontare con il Vescovo, mi esternano la loro gioia di essere preti.

MASSIMO VENTURELLI 11 giu 2026 08:55