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Brescia
di GIACOMO CANOBBIO 09 ott 2020 11:10

Quale Chiesa dopo la pandemia?

Un nuovo anno pastorale per le comunità parrocchiali dopo l’esperienza drammatica dell’emergenza sanitaria che, forse, le ha rimodellate

Difficile lasciarsi rimodellare dalla realtà. Il vissuto struttura l’immaginazione e mortifica la creatività: genera il desiderio di tornare al già noto, quando non si vada oltre le retoriche, gattopardesche, dichiarazioni che tutto deve cambiare. La pandemia, dalla quale tutti si vorrebbe uscire al più presto, mentre sembra che continui a rincorrerci, ha mostrato guizzi di creatività pastorale – a volte un po’ kitsch – che però si vorrebbero abbandonare per tornare alle pratiche solite. Le ragioni sono plausibili: se le comunità cristiane non riprendono i ritmi abituali, si corre il rischio della dispersione. Nessuno potrà negare che partecipare (si fa per dire) alla celebrazione eucaristica dal salotto di casa appare più comodo e accentua la tendenza a vivere da soli il sacramento che più di tutti richiama e fonda la dimensione comunitaria della vita cristiana.

Rosari. La moltiplicazione dei rosari – sempre per via televisiva – fa nascere poi l’idea che la preghiera fondamentale dei cristiani sia la ripetizione di quella splendida formula evangelica alla quale in genere non si presta attenzione. I relativamente pochi stimoli a leggere la Parola di Dio in famiglia, i messaggi di vicinanza dei preti alle loro comunità tramite i social, le benedizioni per le vie dei paesi non pare siano (ancora) riusciti a provocare una riflessione seria sull’impostazione dell’attività pastorale. Non si vorrebbe dimenticare quanto si è vissuto nei mesi scorsi, ma si vorrebbe considerarlo come una parentesi, quasi un incubo dal quale si è (quasi) finalmente usciti. La domanda auspicabile sarebbe che cosa si possa imparare dal vissuto, quale figura di Chiesa si possa immaginare. Ovvio che nessuno ha la risposta già costruita.

Barca. Se un aspetto si vuole ricordare dei momenti clou della pandemia è che si è “sulla stessa barca”. L’affermazione, richiamata da tanti dopo che l’ha usata papa Francesco la sera del 27 marzo in una Piazza San Pietro deserta, non vale solo per il drammatico periodo vissuto, ma per la vita della Chiesa in generale. Non si può al riguardo dimenticare il tema della sinodalità, al quale negli ultimi anni ci si appella. L’oggi della Chiesa si può immaginare solo insieme, benché si noti la tendenza a cercare parole rassicuranti da parte di singole persone dotate di autorità. La vita ecclesiale non è pensabile al modo della scienza, che è riservata ad alcuni autorevoli esponenti della società, che poi comunicano a (quasi) tutti i risultati della loro ricerca. La vita ecclesiale è guidata dallo Spirito, che è presente in tutti i fedeli. Ciò comporta che si impari ad ascoltare le esperienze vissute e a discernere quali di queste possano essere assunte, senza la pretesa che tutti debbano farle proprie secondo il modo in cui sono raccontate.

Società. Un secondo aspetto attiene al rapporto della Chiesa con la società civile. Ad alcuni cristiani, compresi alcuni autorevoli (?) ecclesiastici, è sembrato che le indicazioni del governo circa le norme da seguire per evitare la diffusione del contagio fossero vessatorie nei confronti della Chiesa, la quale avrebbe dovuto alzare la voce per far valere i propri diritti e quindi la propria libertà. Figura un po’ retro del rapporto tra Chiesa e Stato. La questione non è questa, bensì quale contributo i cristiani possano dare alla costruzione di una vita civile ordinata, soprattutto quando è in gioco la salute di tutti. Ricordare la famosa Lettera a Diogneto sarebbe forse azzardato. Ma di essa si può almeno ricordare lo statuto di cittadini che i cristiani condividono con tutti i loro connazionali. Non è questione di obbedire oppure no a un governo, bensì di prendersi cura della salute e non solo della salvezza delle persone. La più volte citata parabola del buon Samaritano insegna. Del resto il culto cui il Nuovo Testamento presta attenzione è anzitutto il culto “spirituale”, che riguarda la vita prima delle celebrazioni.

Celebrazioni. Con ciò non si vuole negare valore alle celebrazioni, bensì ricordare che esse sono il culmine e la fonte della vita cristiana. Certamente una comunità cristiana non può fare a meno dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia, ma non si può limitare la vita cristiana alla celebrazione. Ciò comporta che si dia valore alla Parola di Dio – senza la quale peraltro non si dà neppure l’eucaristia – cogliendo in essa stimolo a ripensare anche la presenza dei cristiani nella società. Da questi due aspetti si ricava il profilo di una Chiesa più incerta, alla ricerca di un volto mai definitivamente delineato, consapevole di condividere con la società la medesima sorte terrena, ma capace di far intravedere che anche nella tempesta il suo Signore è presente, benché non risolva, come si vorrebbe, le cause della tempesta e le paure che questa genera.

GIACOMO CANOBBIO 09 ott 2020 11:10