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Brescia
di LUCIANO FEBBRARI 02 apr 10:00

Quella visione molto profetica

Il primo aprile 1981, l’allora vescovo Luigi Morstabilini dette inizio al Segretariato migranti. “Un gesto profetico. Un’intuizione perfino visionaria”, scriverà Massimo Tedeschi.

Padre Mario Toffari, come nacque quella scelta?

La Curia aveva una struttura sinodale. Ogni Segretariato faceva parte di un Ufficio, che aveva il suo direttore, nel nostro caso don Dino Foglio, che faceva riferimento a un Vicario Episcopale, per noi mons. Silvio Perini. In quanto Segretario godevo di una sorta di delega: pianificavamo gli interventi con gli altri segretariati, ogni 15 giorni. All’inizio risuonava la domanda: “Perché un Segretariato per i Migranti?”. Pochi comprendevano che si era all’inizio di un fenomeno epocale. In una riunione con Confindustria e Sindacati, mi sentii dire dai primi: “Se hai qualcuno bravo, mandalo che gli troveremo un lavoretto”. E i sindacati: “Chiuderemo un occhio, ma dobbiamo stare attenti ai nostri disoccupati”.

Qual è stato il ruolo dei missionari scalabriniani?

Il Segretariato era situato in via Gabriele Rosa. In quell’anno passarono 289 immigrati, tra studenti, avventurieri, poveri in cerca di carità o di lavoro. Noi missionari scalabriniani, sia nelle Americhe, sia quando subentrammo ai Bonomelliani nelle Missioni d’Europa per gli emigrati italiani, portammo avanti l’impostazione “laicale” delle Missioni, cara anche al Bonomelli, Vescovo di Cremona: il prete si preoccupa della parola di Dio e dei Sacramenti, i laici della parte sociale, civile e politica.

Fondamentale il servizio dei laici...

Cercai (e la Provvidenza mi regalò) laici che ci credevano. La prima fu Maria Buffoli Caggioli, la mamma buona e decisa. E poi la favola bella: all’epoca la Questura di Brescia aveva tre poliziotti “addetti all’immigrazione e ai night”: Lopez, D’Agostino e Sergio Mora, che andò in pensione a fine anno. Lo contattai e mi rispose col suo accento reggiano: “Non posso venire a lavorare per la Chiesa. Non sono credente sono un socialista”. Gli dissi che non chiedevo nessun patentino, ma solo qualcuno, esperto di immigrazione, che volesse bene ai poveri. Per 30 anni Sergio sarà il faro dei migranti: conosciuta la Chiesa, riscoprì anche la fede. Divenuto anziano, mi chiese di avvisarlo quando sarebbe giunta la sua ora. Lo feci: chiamò la sua famiglia e ricevette, in piena coscienza, di fronte ai suoi, quel Gesù, che aveva servito nel migrante. Arrivarono poi Margherita Mantovani e il marito Agostino, l’Andreana, Franco Ribola e Sara.

L’organizzazione toccò a padre Zonta...

Io lasciai il posto a padre Bernardo Zonta, il vero artefice dell’organizzazione. Nel 1991 organizzò la pastorale per i cattolici e il Centro Migranti, che divenne una fucina per gli obiettori di coscienza e per il servizio civile. Padre Elio Alberti, dopo padre Zonta, potenziò la cooperativa Scalabrini Bonomelli. Io tornai nel 2000. E lì entrò in scena l’incommensurabile Giovanni Boccacci, come direttore del Centro Migranti, e due segretarie Chiara Gabrieli e Silvia Tonni. Il nostro lavoro aveva alcune direttrici “sacre”: l’autonomia dei laici, il ruolo pastorale e di discernimento del sacerdote, la presenza a fianco delle Istituzioni, a prescindere dal colore politico, la denuncia dell’ingiustizia, la costante proposta di soluzioni, ma anche l’educazione del Migrante, che non è un candidato alla povertà assistita, ma alla cittadinanza, liberamente scelta e portata avanti nel rispetto della legge. Inoltre la Chiesa doveva esserci e ci fu, in piazza con i kossovari, sopra e sotto la gru per la regolarizzazione; ci fu contro le discriminazioni dei minori e nel suo Centro Migranti, “luogo di ascolto con il cuore e di risposta con l’intelligenza”, secondo il motto di Giovanni Boccacci.

LUCIANO FEBBRARI 02 apr 10:00