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Brescia
di PIERANTONIO TREMOLADA 12 set 11:03 Ultimo aggiornamento 12 set 11:38

Tremolada ai novelli: Siate amorevoli

In Piazza Paolo VI il vescovo Pierantonio ha ordinato quattro nuovi sacerdoti bresciani: don Alberto Comini, don Nicola Mossi, don Stefano Pe e don Alessio Torriti. Leggi l'omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

siamo riuniti per celebrare con gioia l’ordinazione presbiterale di quattro nostri giovani, che hanno risposto con generosità alla chiamata di Dio. A loro anzitutto si rivolge il nostro pensiero in questo momento; a loro e ai loro cari, genitori e familiari, si indirizza il nostro affetto e anche la nostra riconoscenza. Attorno a loro ci stringiamo, disponendoci a vivere un momento di grazia, che è segno dell’amore fedele del Cristo risorto per la sua Chiesa e per l’intera umanità.

Non è questa la data in cui normalmente si celebrano le ordinazioni sacerdotali. Circostanze dolorose e drammatiche ci hanno obbligato a posticiparla. Controlli, distanziamenti, mascherine protettive sono i segni tuttora presenti di una situazione non ancora pienamente risolta, che abbiamo dovuto affrontare con coraggio e che ha lasciato ferite profonde. Voi – cari candidati – siete i sacerdoti ordinati nell’anno del grande contagio, di quella pandemia che ha flagellato il mondo e particolarmente le nostre terre bresciane. Siete tuttavia – lo dico con profonda convinzione – uno dei segni con cui la provvidenza di Dio ha risposto al senso di smarrimento e di impotenza che in questi mesi abbiamo tutti provato; siete una preziosa testimonianza della speranza che non viene meno, di una vita che non si spegne ma che ancora di più si alimenta alla sorgente divina dell’amore. La vostra consegna all’amore fedele di Dio ricorda a tutti noi che questa è la strada da percorrere sempre, in particolare quando la sofferenza bussa alla porta o prepotentemente la scardina. La solidarietà generosa e coraggiosa – lo sappiamo bene – è stata infatti e continua ad essere la vera risposta alla sfida del grande contagio. Tante persone si sono dimostrate ancora più attente alle necessità dei più deboli e ancora più disponibili a condividere beni materiali ma soprattutto energie e sentimenti. Una ordinazione sacerdotale si pone decisamente in questa linea, perché risponde alla logica dell’offerta di sé fino al sacrificio e svela la radice divina di ogni testimonianza d’amore fraterno e solidale.


Mi piace leggere in questa prospettiva anche il fatto che la nostra celebrazione avvenga non all’interno della cattedrale ma sul suo sagrato, in questa bella piazza che la città di Brescia ha voluto dedicare a san Paolo VI. Ciò che le circostanze hanno imposto ha forse anche un valore di segno: ci aiuta a comprendere meglio che ogni consacrazione è per il bene della Chiesa ma anche del mondo, che si viene ordinati non per se stessi ma per la missione, per l’annuncio del Vangelo e quindi per la salvezza di tutte le genti.

Nella lettera pastorale che ho da poco consegnato alla diocesi, tentando una rilettura spirituale del tempo di prova che abbiamo dovuto affrontare, ho voluto esprimere una mia profonda convinzione, che cioè dall’esperienza vissuta emerge la necessità di concentrarsi sull’essenziale della vita cristiana, per essere comunità di veri credenti e contribuire con decisione al rinnovamento della società. L’essenziale della vita cristiana – ce lo dice la Parola di Dio – va ricercato nell’amore vissuto e prima ancora accolto. Un amore di risposta che poi diventa comunione fraterna, amicizia sincera e servizio generoso. Sappiamo bene qual è il segno distintivo dei discepoli di Cristo. Le parole del Signore che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Giovanni ce lo hanno chiaramente indicato: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri”. Tuttavia – ce lo dice sempre lo stesso brano del Vangelo – il comandamento dell’amore vicendevole trasmesso da Gesù ai suoi discepoli è preceduto da un suo invito accorato: “Come i Padre ha amato me così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.

Voi – cari ordinandi – avete scelto proprio questa frase come motto per la vostra ordinazione presbiterale. In effetti questo è il punto cruciale. Qui sta o cade la nostra vita di discepoli del Signore. Occorre anzitutto “rimanere nel suo amore”, prendervi dimora, sentire nel profondo del proprio cuore che “ci ha visitati dall’alto un sole che sorge” e che in questa aurora di redenzione abbiamo sperimentato l’infinta misericordia di Dio. Mantenendoci ancorati a questa ardente benevolenza riusciremo a liberarci dalle strette del nostro selvatico egoismo, tanto duro a morire. Attirati dall’amore del Cristo crocifisso, misteriosamente uniti a lui come i tralci alla vite, siamo infatti entrati nella vita eterna per il Battesimo che abbiamo ricevuto. Occorre però dare a tutto questo l’avvallo della nostra libertà e lottare ogni giorno per “far morire in noi – come ci dice l’apostolo – l’uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici”.

Che cosa si chiede dunque oggi anzitutto a un servitore di Cristo, a chi riceve l’ordinazione presbiterale? Si chiede che abbia conosciuto l’amore di Dio non per sentito dire, che abbia fatto personalmente e continui a fare l’esperienza della grazia, che abbia gustato “quanto è buono il Signore” e che perciò possa dire in piena onestà, insieme con Pietro. “Signore, tu sai che ti amo”. Anche voi – cari ordinandi – siete stati amati e scelti per essere testimoni del Vangelo della grazia. Con il Battesimo prima e ora con questa ordinazione presbiterale, venite inseriti con una specifica missione in un disegno provvidenziale. Vi siete votati alla causa della redenzione, grazie alla quale l’umanità ha riguadagnato la speranza ed è stata riscattata da un triste destino. Guardate dunque all’umanità intera con il vivo desiderio di vederla in pace, unita e concorde per la potenza del nome di Gesù. Indirizzate a questo obiettivo tutte le vostre energie, perché questa è la volontà di Dio. Non dimenticate mai che la luce della carità di Cristo è quanto tutti si attenderanno da voi: cercheranno nei vostri gesti e nelle vostre parole le tracce della bontà di Dio e della sua amorevole vicinanza.

Siate dunque uomini di comunione ma sappiate che la comunione deriva dalla grazia di Dio. Fate dunque spazio all’azione dello Spirito nell’intero corso della vostra vita. Siate terreno buono che accoglie la semente feconda della rivelazione di Dio. Lasciatevi costantemente raggiungere nel segreto del cuore dall’amore di Cristo che conquista e trasfigura. Il vostro ministero sarà così la naturale espressione di un amore ultimamente sponsale, la cui essenza rimarrà un segreto tra voi e colui che vi ha chiamato. Vi raccomando in particolare la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia: siano i cardini della vostra vita spirituale e del vostro servizio alla Chiesa. Una preghiera che attinga costantemente alla Parola di Dio e una celebrazione eucaristica sempre accompagnata dal senso del mistero.

Proprio la preghiera e l’Eucaristia vissute nella verità consentiranno alla grazia di Dio di manifestarsi in voi con tutta la sua potenza, al di là di ogni nostra capacità e anche attraverso la nostra debolezza. “Abbiamo un tesoro in vasi di creta” – ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura che è stata proclamata – un tesoro che è la luce di Dio, la gloria splendente della sua santità. Ci è chiesto di lasciarla trasparire in noi, di non ostacolarla, di non mortificarla. “Noi non annunciamo noi stessi – dice sempre san Paolo – ma Cristo Gesù Signore”. Siamo servitori, ambasciatori, araldi, messaggeri che offrono al mondo una ricchezza di cui non sono padroni e di cui non si deve approfittare. Siamo presi a servizio per gioire dei frutti del Vangelo insieme con chi lo accoglierà, senza pretese di ricompense o riconoscimenti mondani, senza tornaconto personale, liberi dalla ricerca del successo personale, del plauso della folla, dalla soddisfazione dei numeri.

Nulla fermerà l’opera della grazia di Dio se questa troverà un cuore che generosamente le si affida. Non temete dunque – cari ordinandi – le vostre fragilità, non vergognatevi della vostra debolezza. La misericordia di Dio è grande e si manifesta in modo ancora più efficace là dove più evidenti sono i nostri limiti. I vasi di creta non impediscono al tesoro di mostrarsi; anzi, rendono ancora più evidente la sua grandezza. Non temete dunque i vostri limiti e nemmeno i vostri sbagli. Temete piuttosto l’incredulità del cuore indurito, le pretese dell’io orgoglioso e avido che cerca in ogni cosa la propria gratificazione. Temete la tendenza a primeggiare, la rivendicazione di potere e la pretesa di avere sempre ragione. Temete il rischio di fare del vostro ministero un piedistallo su cui salire o una nicchia in cui rifugiarsi comodamente. Siate veri servitori del Signore, lasciate risplendere in voi la gloria che è sua e molti ne saranno attratti e vi saranno riconoscenti.

Un ultimo pensiero vorrei condividere con voi, che traggo dalla prima lettura che abbiamo ascoltato. Mosè supplica il Signore suo Dio e domanda aiuto per sostenere il formidabile compito che gli è stato affidato: quello cioè di guidare un popolo che è divenuto numeroso e che domanda di essere costantemente assistito. Il Signore invita Mosè a nominare settanta uomini tra gli anziani di Israele e rivolgendosi al suo fedele servitore dice: “Io toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo”. Mi conforta ascoltare queste parole. Il sentimento di Mosè è infatti anche il mio, chiamato come sono a portare il carico di un popolo numeroso, con il desiderio di non lasciargli mancare quanto è necessario. Questi settanta anziani che ricevono parte dello spirito di Mosè in vista della condivisione del suo compito diventano figura del presbiterio che forma con il vescovo una cosa sola, nella guida della Chiesa di Cristo in cammino nella storia. Di questo presbiterio – cari candidati – voi da oggi entrate a far parte e io sin d’ora vi ringrazio per l’obbedienza che pubblicamente esprimerete nei miei confronti e nei confronti dei miei successori. È un’obbedienza che non va intesa come muta sottomissione ma come sincera condivisione di un mandato che proviene dall’unico vero pastore della Chiesa, cioè il Cristo risorto. Vorrei raccomandarvi questa comunione con me e con tutti i confratelli. Non si è preti in solitaria ma nella comunione del presbiterio diocesano. Là dove sarete mandati vivete dunque la fraternità e l’amicizia con quanti condividono il vostro ministero. Abbiate rispetto e affetto per chi ha sulle spalle un numero maggiore di anni, lasciatevi ammaestrare dalla loro esperienza. Mantenetevi in costante dialogo con tutti. Siate schietti ma prima di tutto amorevoli, liberi da ogni protagonismo e da ogni gelosia. La fraternità presbiterale sia il primo dono da voi offerto alle comunità che vi accoglieranno, perché anch’esse saranno invitate sempre più nei prossimi anni a vivere un’esperienza di comunione all’interno di ciascuna parrocchia e di più parrocchie tra loro. Lo Spirito santo ci sta infatti guidando verso forme sempre più intense di ministerialità e di sinodalità, attraverso le quali risulti ancora più evidente la forma nuova della vita redenta.

Il cammino che si apre davanti a noi, pur segnato da incertezze che non potremmo velocemente annullare, è carico di quella speranza che poggia sulla presenza costante del Dio con noi. “Tutto è possibile a chi crede” – aveva ricordato Gesù a un padre prostrato nel dolore. Questa parola è rivolta oggi anche a noi, soprattutto a voi, cari candidati. Conservate viva la vostra fede e il vostro ministero risplenderà della gloria di Dio.

La madre del Signore, arca della nuova alleanza e stella del mattino, vi custodisca nella fedeltà alla vostra chiamata e vi sostenga nell’esercizio generoso del vostro servizio alla Chiesa e al mondo. Noi vi accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto.

PIERANTONIO TREMOLADA 12 set 11:03 Ultimo aggiornamento 12 set 11:38