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Brescia
di VITTORIO BERTONI 18 apr 10:31

Il mondo dopo il coronavirus

"Come l’Italia e il mondo hanno affrontato la pandemia e cosa ci aspetta dopo l’emergenza?". Le risposte del Centro Studi San Benedetto

In che modo l’Italia e il mondo stanno affrontando la pandemia e che cosa dobbiamo aspettarci una volta terminata la fase di emergenza? Le domande, che analizzano il presente, ma che già guardano ad un futuro a medio lungo-termine, sono state poste a quattro relatori nel corso di una 'tavola rotonda digitale' organizzata dal Centro Studi San Benedetto. “Il distanziamento sociale - dichiara il presidente, Marco Nicolai – ci mette di fronte a modalità diverse di fruizione, ma non diminuisce la voglia di confronto e di approfondimento che interessa chi fa politica, i professionisti, gli imprenditori e più in generale chi è animato da grande passione civile”. Partiamo dalla Cina. Che cosa è accaduto e quali sono state le reazioni delle istituzioni e dei cittadini? “La Cina - spiega Giuliano Noci, professore di marketing e prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano – possiede caratteristiche che rendono la gestione di questa emergenza del tutto peculiare. L'esperienza acquisita in analoghe situazioni, l'enorme sviluppo delle tecnologie digitali e il sistema di cultura e di valori fanno di questo Paese un sistema a polarità opposta rispetto all'talia dove i 'decisori' impiegano tempi enormi a prendere decisioni. Da noi occorrono una visione sistemica e una rete di competenze ben più elevate rispetto a quelle cui siamo stati abituati. Credo dunque che il nostro Paese abbia bisogno di una comunità di interlocutori che responsabilmente contribuisca al dibattito, evidenziando un progetto di rilancio. Dobbiamo essere consapevoli che se tutto ciò non verrà gestito nel modo giusto rischiamo molto”. Un esempio più vicino, la Svezia.

Che comportamento ha tenuto il Paese del welfare? “Il Governo – chiarisce Roberto Verganti, professore di Leadership and Innovation alla Stockholm School of Economics e alla School of Management del Politecnico di Milano – ha progressivamente attivato una serie di riduzioni. Per il resto ha emanato solo raccomandazioni. In questa scelta ha inciso profondamente la sua cultura individualista, che presta una grande attenzione alle libertà e ai diritti fondamentali dell'individuo. Il cittadino è ritenuto intelligente, è stato formato fin da piccolo al senso civico, al comportamento, quindi c'è un rispetto della persona molto elevato e l'individuo sa che deve prendersi cura di se stesso e di chi gli sta attorno. Per il futuro nessuno sa cosa succederà, ma è proprio se partiamo da questa consapevolezza che ci attrezziamo in modo opportuno, perchè quando non si sa si apprende. E non si può apprendere da soli, perciò bisogna passare dalla competizione alla cooperazione. È il momento di capire se vogliamo veramente lasciare una logica orientata unicamente al profitto in favore di una logica di cooperazione”. Come si è organizzata l'Italia rispetto al risk management, è stata tempestiva nell'affrontare la situazione? “Sono mancati - afferma Mario Mazzoleni, professore di Economia Aziendale all’Università degli Studi di Brescia e direttore della School of Management and Advanced Education dell’Ateneo – l'ascolto e l'apprendimento. In pratica, fino a fine febbraio siamo rimasti fermi di fronte ad una situazione in veloce evoluzione. Per quanto riguarda le modalità non ci siamo resi conto di quali andassero usate e non abbiamo imparato nulla da quelle utilizzate. Per il futuro non bisogna mettere in discussione la capacità di collaborare e dobbiamo immaginare un percorso positivo. È il concetto di welfare evoluto, che vuol dire rimettere al centro la persona, riunire le intelligenze, traendone stimolo per soddisfare i bisogni. Occorre un bel salto di umiltà da parte di tutti”. C'è qualcosa di positivo che possiamo intravedere da questa situazione? “Torna con prepotenza nella esperienza di ciascuno di noi – osserva Alberto Mingardi, professore di Storia delle dottrine politiche allo Iulm e direttore dell’Istituto Bruno Leoni – la necessità di credere in una vita sensata. Siamo chiamati a mettere in discussione la nostra invincibilità e avere un atteggiamento diverso, diffuso, rispetto alla scienza e alla ricerca e potremo capire se avremo imparato ad usare un po' meglio il nostro tempo rispetto a prima”.

(L'articolo completo sul prossimo numero di Voce)


VITTORIO BERTONI 18 apr 10:31