Brescia ancora superstar europea nella manifattura
L’analisi è contenuta nel quarto numero di "BFocus", intitolato “Manifattura in trasformazione o deindustrializzazione? Brescia (e l’Europa) a un bivio”; il report, a cadenza periodica, è realizzato dal Centro Studi di Confindustria Brescia e OpTer (Osservatorio per il territorio: impresa, formazione, internazionalizzazione) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
Brescia si conferma al 2° posto delle province europee per valore aggiunto nella manifattura, con 13,8 miliardi nel 2022 (ultimo anno disponibile ai fini di un confronto internazionale), alle spalle della sola Böblingen (Germania) e davanti ad altri territori italiani quali Vicenza, Bergamo, Modena e Treviso; nonostante ciò si rafforza il processo di terziarizzazione in atto nella nostra provincia: dal 2001 a oggi, il settore privato non agricolo ha visto una significativa crescita degli occupati, passati da 420 mila a oltre 479 mila (+14,1%), con un’importante ricomposizione a livello di singolo comparto, mentre sono in ridimensionamento gli addetti nelle attività manifatturiere, i cui organici sono diminuiti di oltre 20 mila unità, passando da 176 mila a 155 mila (-11,9%). Ciò ha determinato un’ingente riduzione della quota dell’industria sul totale, attestatasi nel 2023 al 32%, rispetto al 42% riscontrato nel 2001.
A evidenziarlo è l’analisi contenuta nel quarto numero di “BFocus”, intitolato “Manifattura in trasformazione o deindustrializzazione? Brescia (e l’Europa) a un bivio”; lo strumento è dedicato ad approfondire le dinamiche economiche globali lette attraverso la prospettiva bresciana, concentrandosi nell’ultima uscita sul futuro della manifattura, tra rischio deindustrializzazione e processo di progressivo spostamento verso il comparto Terziario. In poche pagine, il report – realizzato a cadenza periodica dal Centro Studi di Confindustria Brescia e OpTer (Osservatorio per il territorio: impresa, formazione, internazionalizzazione) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – mira a semplificare temi economici complessi e a diventare una guida essenziale per gli imprenditori del territorio.
Dall’analisi emerge come il percorso di contrazione degli addetti all’interno dell’industria bresciana sperimentato in questi decenni non sia stato uniforme, ma possa essere diviso in due macro[1]momenti: il primo, dal 2001 al 2015, è stato contraddistinto da una forte flessione dell’occupazione manifatturiera, che proprio nel 2015, sulla scia della Grande Recessione e della Crisi dei Debiti Sovrani, ha toccato il minimo storico (142 mila unità). Dopo quell’anno, il numero degli addetti ha evidenziato un’importante inversione di tendenza, non tale, comunque, da riportarsi ai livelli di inizio secolo. In questo contesto, la pandemia da Covid-19 non ha provocato significativi scossoni nel settore manifatturiero bresciano, che ha infatti mostrato una non scontata capacità di tenuta.
L’analisi della dinamica del valore aggiunto realizzato nel territorio bresciano offre invece una prospettiva in buona parte differente rispetto a quanto riscontrato per l’occupazione. Nel 2024 la ricchezza prodotta dall’industria in senso stretto (14,7 miliardi di euro) ha rappresentato il 30% di quella totale (48,9 miliardi): una quota non di molto inferiore a quanto rilevato nel 2000 (33%). Va poi evidenziato come Brescia continui a distinguersi per la sua vocazione industriale, più elevata di quanto misurato in Lombardia e in Italia: la quota degli addetti manifatturieri sul totale nel nostro territorio (32%) è ampiamente superiore a quella regionale (23%) e nazionale (21%).
La fotografia scattata per il valore aggiunto è ancora più illuminante in tale senso: l’incidenza a Brescia e provincia è pari al 30%, contro il 20% in Lombardia e il 19% nel nostro Paese. Prendendo in considerazione esclusivamente quei territori che si connotano per un’incidenza del valore aggiunto manifatturiero superiore al 25% di quello complessivo e, al contempo, per una quota dell’occupazione manifatturiera, superiore al 25% di quella totale (nel 2022 se ne contano solamente 168 in Europa, dai quasi 1.200 di partenza), Brescia si posiziona al secondo posto per valore aggiunto manifatturiero generato, in una classifica che vede quattro territori tedeschi (tra cui Böblingen al primo, posto, Ingolstadt al terzo e Wolfsburg al quarto), cinque italiani (la già citata Brescia, con a seguire Vicenza, Bergamo, Modena e Treviso) e una sola dalla Repubblica Ceca (Stredocesky kraj). Il fatto che solamente tre Paesi contribuiscano a generare le prime dieci province “superspecializzate” nella manifattura è di per sé indicativo del fatto che l’industria, all’interno del Vecchio Continente, non è diffusa in modo omogeneo, ma si concentra in pochi Paesi, in aree la cui numerosità è in flessione negli ultimi decenni.
Questa tendenza trova conferma nel fatto che nel 2000 il numero di territori inserito in questo aggregato ammontava a 211: in altri termini, in poco più di venti anni, l’Europa ha visto ridursi del 20% la quantità delle province più vocate all’industria.
“Brescia resta, e continuerà a restare, una delle capitali manifatturiere del Paese. È una presa d’atto che emerge con chiarezza dai numeri esposti nel presente numero di BFocus – commenta Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia – e che merita di essere ribadita, soprattutto in un momento in cui il dibattito pubblico rischia di interpretare i cambiamenti economici come segnali di arretramento. Manifattura significa innanzitutto ricchezza, ma anche stabilità e qualità dell’occupazione”