Il Rigamonti per un campione mondiale
La passerella sul prato del Rigamonti, la mano sulla spalla del presidente Giuseppe Pasini, la consegna della targa (da parte di Giovanni Olivini, presidente della Fondazione Union Brescia, ndr) e della maglietta ufficiale, gli applausi di una curva caldissima. Sono emozioni fortissime quelle provate da Mattia Vareschi, calciatore del Team DCP di Union Brescia “Senza di me che gioco è”, prima del fischio di inizio della sfida di domenica scorsa tra i biancazzurri e il Desenzano. Appena sedicenne, il giovane bresciano si è da poco laureato campione del mondo con la Nazionale Italiana di Calcio Paralimpico. Un torneo che Mattia ha vissuto da vero protagonista: nel match inaugurale, infatti, ha firmato una doppietta, conquistando anche il premio di miglior giocatore.
Come ci si sente a essere campioni del mondo?
È indescrivibile. Non mi sarei mai aspettato nulla di tutto ciò. Meno di un anno fa non conoscevo nemmeno il progetto della Nazionale. Il Mondiale l’ho sempre vissuto dalla televisione: essere in campo e vivere il torneo da protagonista ha fatto un certo effetto. Totalmente inaspettato è stato anche il premio di Mvp: era il mio esordio ed ero convinto premiassero qualche mio compagno più esperto di me. È stato un motivo di grande orgoglio.
Poi la premiazione al Rigamonti: cosa hai provato sotto la curva?
È stato bellissimo. Fino a poco prima ero lì con loro, quando la curva mi ha applaudito mi sono emozionato.
Ti ricordi il momento in cui è arrivata la chiamata dalla Nazionale? Tra raduni e Mondiale, come ti sei trovato con la squadra?
Certo. Alla prima chiamata, sono rimasto sorpreso e non sono riuscito a realizzare subito quanto stava accadendo. Durante i raduni e il torneo mi sono trovato bene con la squadra. Mi hanno accolto calorosamente, non mi hanno mai fatto sentire il più piccolo o l’ultimo arrivato e, soprattutto, mi hanno sostenuto nei momenti difficili quando ero agitato. Grazie a loro sono riuscito a trasformare la timidezza in entusiasmo e grinta in campo.
Quando nasce la tua passione per il calcio?
Ho iniziato a giocare a calcio da piccolissimo, a casa, con mio fratello e mio papà. I miei genitori mi hanno iscritto a una scuola calcio per normodotati, che ho potuto frequentare sino ai 13 anni. Poi sono entrato in contatto con il progetto “Senza di me che gioco è?”, che mi ha subito entusiasmato. In questi tre anni, sono sempre stato sostenuto in un percorso di crescita fino a festeggiare la convocazione azzurra.
Chi ti ha accompagnato in questo percorso?
Al di fuori dal campo, la mia famiglia è stata fondamentale per il supporto continuo. Ho trovato grande aiuto e incoraggiamento anche all’interno dell’Union Brescia, da Fabio Iachetti (responsabile educativo del progetto, scomparso lo scorso giugno, ndr) fino ai miei mister che mi hanno spronato per farmi giocare al massimo delle mie potenzialità.
In cosa ti senti cresciuto?
Certamente, sono cresciuto dal punto di vista emotivo. Tre anni fa ero molto più timido: tutte le esperienze vissute in questi anni sul campo e in Nazionale mi hanno aiutato a combattere la timidezza e l’ansia. Mi sento maturato anche sotto il lato calcistico: da piccolo, quando commettevo degli errori, andavo in crisi, oggi invece ho capito che sbagliare fa parte del processo e che tutte le persone che ho accanto vogliono solo il meglio per me.
Chi è Mattia fuori del campo?
Frequento il Liceo scientifico Calini di Brescia. Ho molti hobby: mi piacciono tutti gli sport e, tra gli altri, ho anche praticato basket, karate e ping pong. Tifo Brescia e Juve: frequento da sempre il Rigamonti, sin dagli anni della Serie A.
Hai qualche sogno nel cassetto?
Il mio primo obiettivo è far star bene la mia famiglia. In ambito lavorativo, mi piacerebbe diventare giornalista sportivo o, comunque, lavorare nell’ambito sportivo. Mi piacerebbe molto anche fare il medico. A livello calcistico, mi aspetto di continuare a divertirmi per molti anni ancora e di raggiungere altri obiettivi a partire dall’Europeo di aprile.