Matteo Albini: Tanta umiltà per arrivare in alto
Dall’oratorio al primo contratto da professionista con il Como 1907. Matteo Albini, fresco vincitore dell’Europeo Under 17 in Estonia, è un terzino sinistro classe 2009 ed è originario di Castenedolo.
L’oratorio ti ha fatto innamorare di questo sport...
Sì, ho iniziato a giocare nell’oratorio del mio paese. Mi sono appassionato non tanto dello sport, quanto piuttosto della possibilità di stare con i miei amici e di divertirmi con loro.
Dopo due anni, sei passato al Brescia Calcio. Cos’è cambiato?
Ero in auto con i miei genitori e mi chiesero se volessi andare a giocare al Brescia. Vestire i colori della mia città era un sogno. Comunque, ero ancora piccolo: il mio obiettivo era continuare a divertirmi e lo è stato fino ai 14/15 anni.
Cosa ti ha fatto scattare una consapevolezza diversa?
La vita in generale, anche se il calcio mi ha fatto maturare. Verso i 15 anni pensi di più al tuo futuro: così ho iniziato a vedere il calcio in modo più professionale.
Hai incontrato qualcuno che ti ha aiutato a maturare?
L’anno della prima media è stato estremamente difficile. A gennaio, il direttore del settore giovanile ha scelto di mandarmi nella squadra della categoria superiore. Non è stato facile inserirmi in uno spogliatoio nuovo, con compagni più grandi. A fare la differenza è stato il mio allenatore, Marco Franchi: mi ha cambiato completamente, anche se lo ha fatto in modo molto duro. Stavo quasi perdendo la passione per il calcio: è stato un momento difficile, ma anche il più importante. Da quell’anno, ho perso la paura di giocare e ho sviluppato una grandissima personalità nel gioco e nel carattere. Mi piace menzionare anche Andrea Gardoni, arrivato sulla panchina l’anno successivo, che ha completato il percorso di crescita.
Quali difficoltà ti hanno fatto pensare di lasciare il calcio?
La mancanza di fiducia in me stesso.
L’anno scorso, poi, sei passato al Como...
La chiamata è arrivata nell’estate del 2025. Era un momento difficile per il Brescia Calcio, vista la retrocessione in Serie C. Inizialmente ho chiesto tempo: nel caso in cui il Brescia non fosse fallito, io con tutto il cuore sarei rimasto nelle Rondinelle. Il mio sogno è sempre stato quello di esordire tra la mia gente. Tuttavia, quando è arrivata la notizia del fallimento, ho colto l’occasione. Provare a diventare un giocatore professionista era ed è tutto quello che voglio, per cui avrei fatto di tutto per raggiungere l’obiettivo. Sicuramente è stato un passo importante e coraggioso, ma la voglia e la fame di provare a diventare qualcuno ha tolto da me tutte le insicurezze. Essendo lontano dai miei genitori e dai miei amici, a Como posso focalizzarmi esclusivamente sul calcio: questo mi ha permesso di lavorare ancora più intensamente per il mio sogno.
Sei arrivato per giocare nell’Under 17 e sei finito in Primavera, ottenendo anche il tuo primo contratto da professionista...
È stato stupendo. In pochissimi mesi, ho legato tantissimo con alcuni giocatori e con lo staff. Essere chiamato in Primavera è un grande sogno e mi ha permesso di toccare con mano anche il ritmo e l’ambiente del calcio che conta. Con la Primavera è facilissimo non solo vedere, ma anche fare gli allenamenti con la prima squadra. Un esempio: prima della partita con la Virtus Entella, l’ultima di campionato e decisiva per la vittoria, Cesc Fabregas è venuto a parlarci dell’atteggiamento e della partita.
È stato un anno di soddisfazioni, arricchito anche dalla vittoria dell’Europeo Under 17...
In Nazionale penso di aver toccato il livello più alto ed essermi avvicinato all’essere un giocatore vero. Per me è un sogno e un onore aver partecipato a scrivere un pezzetto di storia del mio Paese. È stato bellissimo.
Cosa ricordi della finale?
Per la prima volta ho giocato in uno stadio vero, pieno di persone... È stato sensazionale. La Finale l’abbiamo vinta ai rigori: l’atmosfera era incredibile. Credevamo molto in noi stessi e volevamo vincere di più degli altri. E ce l’abbiamo fatta.
Frequenti ancora l’oratorio?
Non lo dimenticherò mai. Conosco tutti ed è bellissimo ritrovarsi lì. Sono tornato a casa per l’estate e lo sto ovviamente frequentando.
Quali sogni hai nel cassetto?
L’unica cosa che conta è riuscire ad arrivare in alto e poi godermi il calcio a quei livelli. Devo continuare a lavorare con intensità, ma devo anche sbagliare perchè è dall’errore che si diventa migliori. Devo rimanere umile e, in questo, sono aiutato tantissimo dalla mia famiglia, soprattutto da mio papà che mi tiene con i piedi per terra, non tanto per essere un giocatore migliore, ma per come essere un uomo. La strada l’ho trovata: adesso devo solo continuare a percorrerla. Voglio arrivare in alto soprattutto per ripagare i sacrifici che mio papà, mia mamma e mia zia hanno fatto per me: sono la mia più grande motivazione e sono loro a spingermi quando serve.