(1836) Norme quaresimali
“Le calde e fervorose suppliche da Noi umiliate alla Santa Sede, onde ottenere nella imminente quaresima un grazioso Indulto, corrispondente ai bisogni di questa vasta Diocesi, sono state benignamente esaudite”. Con queste parole il vescovo Carlo Domenico Ferrari, il 6 febbraio 1836 si rivolgeva “agli onorandi Parrochi, Clero e Popolo della Città e della Diocesi” per l’imminente Quaresima, con le seguenti indicazioni: “Accordiamo a tutti i fedeli di questa Chiesa Bresciana l’uso delle uova e latticini in tutti i venerdì e sabati superiormente non contemplati, come pure in tutti gli altri giorni, l’uso delle carni anche meno salubri, salva però sempre l’unica commestione, e vietata severamente la promiscuità di carne e pesce”. Il Vescovo prescriveva “ogni settimana una visita alla Chiesa, onde implorare dal Padre de’ lumi la grazia di conoscere sè stessi ed i bisogni loro spirituali, assegnando agli abitanti della Città la Cattedrale od il Santuario delle Grazie; e a quelli di campagna la rispettiva Chiesa Parrochiale, e in caso di grave incomodo od impedimento quella che più loro aggrada”. L’avviso si concludeva con l’invito: “Approfittiamo adunque, o dilettissimi, di questo sacrato tempo più d’ogn’altro accettevole, tempo in cui il Signore apre i tesori di sua misericordia per versarli sopra di noi; ed Egli il primo c’invita per mezzo de’ suoi Profeti a convertirsi a Lui mercè una penitenza sincera, cordiale e rigorosa”. Ma un’altra penitenza più dolorosa attendeva a breve il popolo bresciano. Pochi mesi dopo sarebbe scoppiato il colera che avrebbe mietuto migliaia di vittime.