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Brescia
di LUCIANO COSTA 27 giu 2019 12:02

Don Vender, prete degli sfrattati

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A 45 anni dalla morte, un ricordo del sacerdote a cui il vescovo Tredici, nel dopoguerra, affidò il compito di costruire la comunità di Santo Spirito. Venerdì 28 giugno, alle 18.30, nella parrocchiale di Santo Spirito sarà celebrata una Messa di suffragio. Saranno poi presentate le iniziative pubbliche

Il 28 giugno ricorre il 45° anniversario della morte di don Giacomo Vender, il prete degli sfrattati, il costruttore della chiesa e della parrocchia di Santo Spirito, prima ancora cappellano militare e prete della Resistenza, ribelle per amore e sempre “uomo, prete, cittadino”: coraggioso, fratello di chiunque gli camminasse accanto; prete di Dio senza soste, senza timori, senza altra pretesa che quella di essere portatore di pane consacrato da vivere e condividere; cittadino esemplare sempre e solo impegnato a costruire la città dell’uomo. Don Giacomo se ne andò avanti nel 1974, addolorato per l’oltraggio che un mese prima, appena dopo la strage di piazza Loggia, persone ignote e vili avevano fatto alla sua chiesa (erano andati a scrivere sul muro frasi ingiuriose contro i preti) e alla sua storia.

Ceratello. Si trovava a Ceratello, piccolo paese sopra Lovere da dove la vista spaziava fino ad abbracciare da una parte tutto il lago e dall’altra gran parte della Valle Camonica, per un breve periodo di riposo che si era ritagliato con fatica dagli impegni parrocchiali. Essendo nato a Lovere (14 aprile 1909), da quelle parti si sentiva a casa. In più, in quel paesello che per raggiungerlo era necessario arrampicare tutta la montagna di fondo lago, lui sarebbe andato volentieri a fare il parroco.

Aveva 65 anni, tutti spesi per far il bene. Aveva incominciato la sua avventura di prete nel quartiere dei Santi Faustino e Giovita, dove il Vescovo lo aveva mandato a fare il curato appena dopo averlo consacrato (21 maggio, insieme ad altri 25 che come lui sognavano di portare il Vangelo in mezzo alla gente). La proseguì ottenendo dal Vescovo, nel 1940, il permesso di andare a fare il cappellano militare al fronte, tra i giovani altrimenti costretti a sentirsi orfani anche della “Buona Novella”. Poi, dopo l’8 settembre 1943, la sua avventura ricominciò a viverla nella parrocchia dei santi Faustino e Giovita, ancora al fianco di giovani che oltre a giorni migliori cercavano un futuro in cui libertà e democrazia fossero i cardini della loro esistenza. Don Giacomo, al fianco di preti, uomini e donne che avevano scelto di schierarsi con la Resistenza, andò tra i partigiani col crocifisso bene in vista, seminando parole di speranza e portando aiuti.

Oltremella. Alla fine della guerra ricominciò di nuovo dai giovani che cercavano scorci di luce. Il Vescovo, però, aveva per lui altri progetti. Così, nel 1946 gli chiese di occuparsi, senza avere sede e incarico definito, degli sfrattati ancora “ammucchiati sull’argine del Mella”, costretti a vivere nelle baracche, bisognosi di tutto ma, soprattutto, di un prete che condividesse le loro angosce e le loro speranze. Don Giacomo accettò, mise in valigia quel che possedeva, inforcò la bicicletta e si presentò al campo degli sfrattati. Da allora visse con loro, abitando in uno sgabuzzino al fianco della chiesetta, che era poi l’obitorio di quel singolare villaggio. Povero tra i poveri, ribelle per amore tra ribelli per forza, cultore di pace e di solidarietà, convinto assertore del “prima loro, i poveri”, poi, eventualmente, un posto per Cristo e i suoi preti. Così, tra mille difficoltà, scalfì il disinteresse e obbligò la città a farsi carico del futuro di quel popolo di “sbandi” di cui lui era amico e custode.

Chiesa. Riuscì a vedere la sua gente prendere possesso di case vere, poi immaginò la parrocchia dell’Oltre Mella, con una chiesa fatta di mattoni a disposizione di tutta la comunità, intitolata al Santo Spirito, perché da lui discendevano grazie e illuminazioni. Sopportando fatiche e umiliazioni, chiuse prima il baraccamento degli sfrattati, poi inaugurò la delegazione destinata a diventare parrocchia. Infine, incominciò la costruzione della chiesa-parrocchia di Santo Spirito, che il vescovo andò a inaugurare. E lui, stanco e con qualche acciacco, come ricompensa chiese di essere mandato a fare il parroco a Ceratello, sopra Lovere. Invece, il vescovo gli chiese di restare. Allora, in quel giugno 1974, lui andò a Ceratello per respirare aria buona, riposare e, purtroppo, incontrare sorella morte. I funerali, celebrati nella sua parrocchia di Brescia, richiamarono fedeli e infedeli, cristiani e laici, partigiani arrabbiati e ribelli per amore, politici e impolitici, tutti lì per dire “grazie, don Giacomo, per il bene che ci hai dato”.

LUCIANO COSTA 27 giu 2019 12:02