Da Berlino a Mosca: democrazia a rischio
Voglia di nuovo. Resta il fatto che di fronte a un terremoto elettorale, l’ennesimo in Germania, ci si può aspettare di tutto. Si possono però formulare alcune chiavi di lettura, che peraltro confermano trend già noti. Punto primo. I politici e la politica si estremizzano e, così, gli elettori premiano gli estremi. Crescono le spinte antisistema, lievita la “voglia di nuovo”, nuovo purchessia. La politica è lontana dalla gente, i codici politici diventano incomprensibili ed estranei alla vita quotidiana; le continue e improbabili promesse elettorali non vengono mantenute. La credibilità delle istituzioni è minata alla base.Così di volta in volta si cercano un leader e una sponda partitica diversa, meglio se distanti dall’offerta partitica tradizionale.Salvo eccezioni (legate magari a un amministratore locale capace e che piace) vincono appunto le estreme, prevalgono le proposte ammantate di novità, con slogan roboanti appoggiati da un’attività martellante sui social media. Vale per la Germania, ma negli anni recenti lo abbiamo visto, e lo vediamo, in Italia, Francia e in quasi tutti i Paesi europei.
Governo e rappresentanza. Punto secondo: l’Europa è attraversata dal “mito” della governabilità. Si tratta, ovviamente, di un elemento di assoluta rilevanza, ma si ha l’impressione che ad essa si sacrifichino altri elementi strutturali della polis, il primo dei quali è la rappresentanza, correlata alla partecipazione. Per governare una città, una regione o un Paese si va nella direzione di consistenti (talvolta esagerati) premi di maggioranza che di per sé falsano il risultato elettorale.Quasi a dire che, in termini di seggi, il voto di una parte degli elettori pesa più di altri.Un altro aspetto della governabilità è la forzosa convergenza tra partiti e programmi assai differenti, talvolta persino contrastanti tra loro: con l’esito di formare un governo – locale o nazionale – che poi faticherà a governare.
Il collante del “nemico”. Un terzo elemento, non estraneo ai primi due, potrebbe consistere nel fatto che uno dei collanti che tiene insieme partiti diversi che confluiscono per costituire un’amministrazione locale o regionale o un governo nazionale, non dipenda da valori condivisi e da programmi concordati, ma piuttosto dalla identificazione di un “nemico”. Un orientamento, questo, tante volte imposto per necessità – e con facilona furbizia – dai leader e propinato al popolo sovrano come irrinunciabile esigenza.“Meglio noi di loro”, è la formula ricorrente.Ma – è lecito domandarsi – quel “noi” ha fondamenti oggettivi? Risponde a una storia comune o, almeno, a principi nei quali si crede insieme e realmente? C’è un disegno programmatico, una capacità progettuale che aspiri al buon governo? Oppure emerge solo l’urgenza di occupare le poltrone più alte?
Un messaggio da Mosca. Forse sono interrogativi che si pongono nel momento in cui tra politica e cittadini il solco s’è fatto troppo profondo. Ci sarebbe da domandarsi quali siano la voglia di informarsi e la coscienza civica dell’elettorato, quale l’amore per la democrazia, spesso conquistata a caro prezzo per il proprio Paese. Domande lecite se si osserva la deriva che la “democrazia” (tra virgolette) ha assunto in Russia, dove pure si è votato, senza la presenza di reali opposizioni all’autarca Putin, con un regime che ritiene imprescindibile il ricorso a una nuova “guerra santa”, in cui le voci dissenzienti finiscono in prigione oppure eliminate. La Russia di oggi dovrebbe richiamare il prezioso senso-valore della democrazia partecipativa e liberale che abbiamo conosciuto nell’Europa del dopoguerra.
(Foto Ansa/Sir)