La frenata della crescita
Che cosa accadrà quando a breve il Paese non potrà più beneficiare dei massicci finanziamenti del Pnrr?
Il governo Meloni è il secondo più longevo della storia della Repubblica. Un risultato che la premier ha salutato con legittima soddisfazione, ma che è stato accolto dai dati negativi sulla crescita, che frena fermandosi allo 0,2% nel primo trimestre, e dell’inflazione, che balza dall’1,7% di marzo al 2,8% di aprile. Dati problematici nella loro concretezza, ma anche emblematici di una situazione che si proietta in avanti con enormi margini di incertezza, dovuti soprattutto al contesto geopolitico.
Se è vero, infatti, che la crescita già acquisita per l’anno in corso – lo 0,5% – è su un livello molto vicino a quello stimato dal governo nel Documento di finanza pubblica (Dfp), è anche vero che questo andamento dipende soprattutto dalla crescita dello scorso anno. Che cosa accadrà quando a breve non potremmo più beneficiare dei massicci finanziamenti del Pnrr? I critici dell’esecutivo, a cominciare dalle opposizioni, insistono nell’accusare il governo di aver confuso la stabilità con l’immobilismo, anticipando quello che con tutta probabilità sarà il leitmotiv della prossima campagna elettorale.
Fatta la tara alla propaganda, che imperversa su entrambi i versanti politici, i segnali di un’economia con il freno a mano tirato ci sono tutti. Persino i dati relativi al lavoro, che il governo porta da anni come un fiore all’occhiello, perdono colpi: a marzo gli occupati sono diminuiti di 30 mila unità rispetto a un anno prima. La disoccupazione continua a calare (-1,1% su base annuale), ma il simmetrico aumento degli inattivi – che non cercando più un impiego escono fuori dai radar – conferma ancora una volta che si tratta in larga misura di un effetto ottico. La realtà è che il tasso di occupazione italiano resta strutturalmente lontano dalla media europea, con un deficit che colpisce soprattutto donne e giovani. Per non parlare del dato più eclatante di tutti, quello dei salari fermi al palo da decenni. Basti pensare che negli ultimi trent’anni essi sono aumentati del 40% nel Regno Unito e del 25% in Francia e Germania, in Italia soltanto dello 0,48%. Evidentemente il problema è strutturale, travalica maggioranze e governi, ma questo non lo rende meno drammatico per i lavoratori e le loro famiglie, tanto più in presenza di un’inflazione crescente e legata a fattori difficilmente addomesticabili come il costo dell’energia.
Alcuni elementi contenuti nel recente “decreto Primo maggio” vanno in una direzione condivisibile al di là delle appartenenze di schieramento. In particolare la parziale indicizzazione dei contratti non tempestivamente rinnovati (in chiave anti-inflazione) e il vincolo degli incentivi all’applicazione dei contratti nazionali più rappresentativi. Un po’ poco per parlare di “salario giusto” e per rimettere in moto l’economia, ma almeno il senso di marcia è corretto. Certo, questi provvedimenti sono tardivi e limitati, sanno di fine legislatura e si accompagnano a una sorta di sfida all’Europa (esplicitata nel Dfp) che non promette nulla di buono. Finora, tutto sommato, il governo ha saputo tenere i nervi saldi, speriamo che continui a farlo.
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