Quale futuro per gli orfani di femminicidio?
Costruire un modello integrato e replicabile di presa in carico dei minori orfani di femminicidio, con una cabina di regia interregionale, protocolli condivisi tra i territori, formazione degli operatori e supporto strutturato ai caregiver affidatari. È l’obiettivo di “Custodire il futuro: sostegno agli orfani di femminicidio. Dare futuro a chi il futuro è stato tolto”, uno dei due progetti approvati con la seconda edizione del bando “A braccia aperte”, promosso da Con i bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, per sostenere gli orfani di crimini domestici e violenza di genere, attraverso accompagnamento e supporto psicologico, sociale, educativo e giuridico a bambini e ragazzi che si trovano ad affrontare la perdita contemporanea di entrambi i genitori a causa di un omicidio-suicidio o di un omicidio seguito da arresto. “Parliamo di giovani che, per la brutalità di quanto accaduto, rimangono orfani due volte – sottolinea Marco Rossi-Doria, presidente di Con i bambini -. È una ferita profondissima. Per questo abbiamo strutturato un modello che ha le sue radici forti nel territorio e nel ruolo insostituibile che le associazioni svolgono quotidianamente nel sostenere gli orfani e le famiglie affidatarie. Nessuno di loro deve essere lasciato solo nel tentativo di ricostruzione della propria vita”.
Capofila del progetto “Custodire il futuro: sostegno agli orfani di femminicidio. Dare futuro a chi il futuro è stato tolto” è la Fondazione Don Calabria per il sociale Ets. Con un finanziamento di 1,5 milioni di euro, riguarda i territori di Veneto, Piemonte, Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige. “Dopo una fase burocratica e documentale, a settembre partiremo”, ci spiega il responsabile del progetto, Silvio Masin. Nel progetto, che dura 48 mesi, “sono coinvolte 22 organizzazioni tra enti pubblici, ordini professionali ed enti del Terzo settore, nelle diverse regioni”. “Per noi è molto importante come intercettiamo, affianchiamo e supportiamo gli orfani di femminicidio, nel momento in cui avviene il crimine, cioè come la comunità educante che vogliamo mettere in piedi con il progetto nei diversi territori coinvolti prende in carico questi ragazzi, indipendentemente dall’età, supportandoli nell’elaborazione del trauma non solo del femminicidio, ma anche della violenza assistita di cui sono stati testimoni, fino al tragico epilogo”. Oltre all’aspetto psicologico, terapeutico e di accompagnamento, “supportiamo la re-inclusione sociale dell’orfano, che ha perso i suoi punti di riferimento, con la madre uccisa e il padre in carcere, minore spesso costretto a trasferirsi in altri contesti e in scuole diverse perché i parenti vivono in un altro luogo o in un quartiere diverso della stessa città”. Secondo Masin, “è importante anche creare nei diversi territori coinvolti nel progetto dei luoghi di pronta accoglienza per gli orfani, appena si verifica il femminicidio”. Il progetto prevede, inoltre, un supporto per i caregiver, prevalentemente parenti, che si prenderanno in casa e in carico i ragazzi.
L’altra grande tematica del progetto, prosegue il responsabile, riguarda il sistema pubblico-privato:
“È necessario un dialogo nel mondo della tutela, che prende in carico l’orfano.
A volte, nel solo pubblico sono diversi gli assessorati interessati che hanno approcci e linguaggi diversi, mentre servirebbe una certa omogeneizzazione del sistema pubblico nella presa in carico integrata, nei linguaggi e nelle procedure”. Bisogna, poi tenere in considerazione “la capacità o la difficoltà di intercettare gli orfani, perché tante volte sono presi in carico direttamente dai caregiver senza passare attraverso i Servizi e quindi sfuggono al sistema di sostegno, supporto e affiancamento pubblico. È necessario riuscire a fare sistema tra pubblico e privato su un determinato territorio, creando una comunità educante per sostenere nel miglior modo possibile queste persone”.
Le équipe che all’interno del progetto prenderanno in carico orfani e caregiver “saranno composte da educatori e psicologi, che hanno fatto formazione e hanno esperienza di violenza di genere. Gli orfani che saranno inseriti nel progetto saranno 150 e a loro si aggiungeranno i caregiver, nonni, zii, parenti”. Fondamentale, per Masin, “è come si attiva, subito dopo il femminicidio, l’équipe costituita per un intervento immediato a sostegno della persona. Penso non solo a un luogo per l’accoglienza immediata, ma anche a un telefono sempre reperibile o a un educatore che va a casa degli orfani e sta insieme con loro per affrontare il trauma enorme subito. Il tema è come ci mettiamo a fianco all’orfano nell’immediatezza dell’evento, o subito dopo l’evento, per riuscire a costruire un percorso di sostegno e di accompagnamento efficace”. Alla fine del progetto,
“speriamo di aver creato una nuova mentalità nei territori, delle buone pratiche replicabili anche altrove ed équipe che si attivano immediatamente nell’emergenza”.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)