lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
Brescia
di PAOLO FONTANA 17 set 2026 13:52

Intelligenza artificiale: rallentare o correre?

Le varie dichiarazioni sul tema dell’IA di questi giorni mettono l’una di fronte all’altra due visioni apparentemente inconciliabili del futuro dell’intelligenza artificiale. Da una parte ci sono alcuni degli stessi protagonisti che stanno costruendo i sistemi di IA più avanzati. Dario Amodei di Anthropic ha chiesto di rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli di frontiera, posizione sulla quale hanno espresso condivisione anche Sam Altman ed Elon Musk. Dall’altra parte vi è la posizione dell’Amministrazione americana. Donald Trump ha sintetizzato brutalmente il problema affermando che chi vincerà la corsa all’intelligenza artificiale "vincerà tutto" e che gli Stati Uniti non intendono rallentare mentre competono, in particolare, con la Cina. È una formulazione estrema, ma coerente con una linea ufficiale della Casa Bianca che considera la leadership nell’IA una questione di competitività economica e sicurezza nazionale e ritiene dannosa una regolamentazione capace di soffocare l’innovazione. A mio avviso, sarebbe troppo facile scegliere una delle due posizioni e liquidare l’altra. Entrambe contengono una parte rilevante di verità.

Le potenzialità positive dell’intelligenza artificiale sono enormi, dalla medicina alla ricerca scientifica, dall’istruzione alla produttività. Ma altrettanto reali sono i problemi che possono derivare da sistemi sempre più autonomi, potenti e difficili da controllare. Esiste però un secondo problema, che è essenzialmente geopolitico. Viviamo in un’economia digitale globale nella quale non esiste un’autorità capace di imporre contemporaneamente le medesime regole a tutti. Se l’Europa o gli Stati Uniti decidessero unilateralmente di rallentare fortemente lo sviluppo di determinate tecnologie, non vi sarebbe alcuna garanzia che la Cina o altri Paesi assumano contemporaneamente le stesse decisioni. Il rischio, quindi, è paradossale: una regolamentazione nata per proteggere la società potrebbe, se applicata soltanto da una parte del mondo, contribuire a trasferire ad altri una futura supremazia tecnologica, economica e, infine, geopolitica. Un problema analogo si è già presentato recentemente, ad esempio, in un’altra frontiera tecnologica forse ancora più delicata: le Brain-Computer Interface, le interfacce dirette tra cervello e computer. L’italiano Paolo Ardoino, CFO di Tether, a sua volta proprietaria di Blackrock Neurotech, una delle società più avanzate nel settore, ha affrontato il tema. Oggi queste tecnologie hanno principalmente applicazioni cliniche e assistive, per esempio consentendo a persone paralizzate di controllare computer o protesi attraverso l’attività cerebrale, ma il settore ha esplicitamente indicato tra le prospettive future anche il potenziamento delle capacità cognitive. Intanto anche la Cina sta procedendo rapidamente. Poniamo allora un’ipotesi: cosa succederebbe se, per ragioni etiche comprensibili, società occidentali come Blackrock Neurotech o Neuralink (di Elon Musk) fossero fortemente limitate nello sviluppo di applicazioni di potenziamento umano, mentre altrove tecnologie analoghe continuassero a progredire fino a essere applicate su larga scala in Cina, o altre nazioni, a ricercatori, ingegneri o altre categorie strategiche? È una domanda inquietante, perché in quel momento non discuteremmo più soltanto della competitività di due aziende o di due economie. Discuteremmo, potenzialmente, della differente capacità cognitiva e tecnologica di intere società. Ed è proprio qui che trovo particolarmente attuale l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Il Papa riconosce senza ambiguità il valore del progresso tecnologico, ma anche la sua natura ambivalente. Soprattutto afferma che servono «strumenti normativi adeguati», aggiungendo immediatamente una frase decisiva: «la questione non si esaurisce nella regolamentazione». Il problema fondamentale diventa allora chi possiede il potere tecnologico e verso quali fini lo orienta. Ancora più significativa, a mio avviso, è un’altra affermazione: "La prima scelta non è tra un 'sì' o un 'no' alla tecnologia". La tecnologia può curare, educare e connettere, ma può anche generare ingiustizie; non è concretamente neutrale, perché prende il volto di chi la progetta, la finanzia, la regola e la utilizza.

E l’enciclica arriva direttamente al tema oggi discusso dai vertici dell’IA: "Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso". Il motivo è lo squilibrio fra la velocità dell’innovazione e quella con cui riescono a maturare norme, controlli e istituzioni. Ma il testo aggiunge che non basta invocare genericamente l’etica: occorrono quadri giuridici, vigilanza indipendente, educazione e una politica capace di assumersi le proprie responsabilità.

Credo che qui si trovi una possibile risposta anche alla contrapposizione di questi giorni.

Non fermare la tecnologia. Non accelerare a qualunque costo. Piuttosto, governarla, verificarla, distribuire il potere, mantenere la responsabilità nelle mani dell’uomo e, soprattutto, cercare regole che abbiano una dimensione internazionale, perché una tecnologia globale difficilmente può essere governata efficacemente attraverso divieti soltanto nazionali.

Leone XIV usa un termine ancora più forte, «disarmare» l’intelligenza artificiale, precisando però che «disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano». E collega esplicitamente la corsa all’algoritmo più potente alla ricerca di un vantaggio commerciale e geopolitico.

Forse, quindi, l’interrogativo che abbiamo davanti non è semplicemente rallentare o accelerare.

La domanda più difficile è: come continuare a sviluppare tecnologie che inevitabilmente determineranno gli equilibri economici e geopolitici del futuro, senza permettere che sia la tecnologia stessa a determinare che cosa debba diventare l’uomo?

Perché in gioco non vi è soltanto chi sarà il primo nell’intelligenza artificiale.

Vi sono la dignità della persona, la sua libertà, la sua autonomia e, probabilmente, la stessa idea di essere umano che consegneremo alle prossime generazioni.

PAOLO FONTANA 17 set 2026 13:52