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Gussago
di GIOVANNI COCCOLI 05 mar 2026 11:23

La pace non è un sogno, è un diritto

La riflessione del Sindaco di Gussago

Da quasi una settimana è in corso una “nuova” guerra. Una guerra che si aggiunge alle tante altre già in atto nel mondo, un’altra guerra assurda.

È davvero preoccupante lo scenario internazionale che si sta delineando, un mondo che sembra abbandonato agli umori di pochi, dove organismi e regole internazionali hanno perso autorevolezza.

Non sono un esperto di geopolitica, né di strategie belliche. Ma so con certezza che non potrò mai comprendere né accettare che per gestire controversie, interessi economici, vecchie ruggini religiose o qualsiasi altro motivo, si scelgano la violenza, le armi, la guerra.

Ancor più ripugnante è osservare chi paga il prezzo più alto di questi conflitti. Un tempo le guerre le combattevano gli eserciti: uomini che, in qualche modo, avevano fatto una scelta e conoscevano il rischio; anni fa si parlava di “bombe intelligenti”, ordigni che avrebbero dovuto colpire obiettivi strategici risparmiando vite umane; oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale (che forse, in certi casi, è persino più saggia di chi sta giocando con il destino dell’umanità), assistiamo invece ad una deregulation totale, dove non sembra esserci più nemmeno un briciolo di umanità, di etica, di rispetto per la vita.

E quasi nessuno parla di questo, le parole che sentiamo sono energia, economia, interessi geopolitici, conquista di territori, terre rare, materie prime.

Qualcuno vuole tornare a parlare degli uomini, delle donne, dei bambini? Di chi continua a pagare il prezzo più alto di questa follia?

Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’umanità, di ricordarci che la Terra è la nostra casa comune, di trovare il modo per fermare questa escalation che rischia di trascinarci in una spirale pericolosa. Non ho una soluzione, semplicemente da padre penso alle mie figlie, da Sindaco penso alla mia comunità, ai nostri ragazzi e al futuro che li attende, e provo un senso profondo di impotenza, vorrei poter con serenità e pace continuare a destinare energie nel costruire un futuro positivo.

E forse qualcuno potrebbe dire che queste parole sono ingenue, che sono il frutto di un pensiero troppo idealista, perfino utopista; può darsi, ma mi chiedo: davvero desiderare la pace, chiedere che la vita umana venga prima degli interessi economici o geopolitici, è diventato un atto di ingenuità? Se è così, allora forse abbiamo smarrito qualcosa di essenziale.

Vorrei reagire, ma come? In questo momento non ne ho idea, so però una cosa: siamo molti di più a volere la pace rispetto a quelli che alimentano le guerre.

Sono Sindaco da quasi nove anni e, guardandomi indietro, mi accorgo di aver attraversato da amministratore locale alcuni dei momenti più difficili della storia recente, la pandemia, poi la guerra in Ucraina, poi quella in Medio Oriente e oggi quella che Papa Francesco ha definito una “terza guerra mondiale a pezzi”. Mai avrei immaginato che nei miei mandati potessero infilarsi tante tragedie globali, eppure è successo, questo rende ancora più forte il senso di responsabilità verso le nostre comunità, custodire la pace, difendere la convivenza, educare alla solidarietà.

Io non riesco a schierarmi con una nazione contro un’altra. Non sono contro gli americani o a favore degli iraniani, non sono con gli ucraini e contro i russi. Io sto dalla parte dei più deboli, di chi subisce, sono contro chi decide di usare armi e violenza distruggendo vite umane, questo non significa ignorare la storia, le dinamiche dei fatti né disconoscere chi ha responsabilità in questi conflitti.

Certo, potremmo osservare che spesso i conflitti nascono da Paesi guidati da leadership aggressive; potremmo dire che troppo spesso sono i Paesi più ricchi a sottomettere quelli più poveri; potremmo notare che sono quasi sempre uomini a scatenare le guerre, mai le donne. Ma queste riflessioni ci pongono una domanda: possiamo continuare a tollerare questo modello?

Noi italiani, meno che mai. La nostra Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 11, afferma con chiarezza che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: è un principio altissimo, che non può restare lettera morta.

Viviamo in un tempo in cui l’odio sembra prevalere, in cui la rabbia abita il discorso pubblico, in cui l’egoismo rischia di diventare norma e forse, proprio perché viviamo in una parte di mondo dove (nonostante tutto), stiamo ancora bene, ci siamo abituati a considerare la guerra come qualcosa di lontano, un rumore di fondo che non ci riguarda.

Ma è davvero così?

O la vera sfida del nostro tempo è combattere l’indifferenza?

Come è possibile che la sorte di milioni di innocenti sia decisa da poche decine di uomini, accecati da arroganza, potere e odio? È una follia alimentata da interessi economici enormi, da silenzi complici, da equilibri che nessuno osa spezzare.

E noi, la maggioranza silenziosa, cosa possiamo fare?

Possiamo fare molto. Possiamo scegliere ogni giorno da che parte stare, possiamo scegliere la pace, la giustizia, la solidarietà, possiamo almeno iniziare a farlo con le nostre scelte politiche ed economiche, con il nostro stile di vita, possiamo educare i nostri figli all’empatia, all’altruismo, possiamo smettere di vedere l’altro come una minaccia e iniziare a considerarlo un’opportunità.

Ma per costruire una pace vera e duratura dobbiamo saper dialogare, oggi assistiamo a toni accesi, talvolta al limite della violenza, perfino tra chi si proclama difensore della pace; io credo sia più importante essere pacifici che pacifisti. Preparare la pace significa diffonderla attraverso parole e gesti coerenti, non si costruisce imponendo la propria visione, ma cercando di comprendere quella dell’altro.

Anche tra chi lavora per la pace vediamo divisioni, rigidità, contrapposizioni, eppure la pace nasce dall’ascolto, dal riconoscere che anche l’altro può avere delle ragioni.

Gino Strada diceva: «Se vuoi la pace, costruisci la pace». Non basta dire “non fate la guerra”. Bisogna infondere valori reali, a partire dalle famiglie e dalla scuola.

Un ragazzo di tredici anni, Ferdinand Nokaj, ci ricorda con parole semplici e potenti che la guerra è morte e distruzione, e che nessun bottino potrà mai ripagare una sola delle sue vittime.

Robert Baden-Powell ci invita a riflettere: «Per costruire la pace non basta il pensiero, ma da lì si può cominciare».

Papa Francesco ci ricorda che la pace non è solo assenza di guerra, ma vita piena, condivisa, fraterna.

Questo cambio di sguardo deve partire anche e soprattutto dalla politica, dai partiti, dai palazzi, da chi ha il compito di rappresentare il popolo, è tempo che la politica torni ad ascoltare, a dialogare, a mettere al centro l’uomo e il suo diritto a vivere in pace con sé stesso, con gli altri e con l’ambiente.

Nella dialettica politica i toni possono scaldarsi: è segno di passione, ma non devono mai degenerare nell’insulto o nella denigrazione personale, la politica dovrebbe essere palestra di confronto, non campo di battaglia.

Per costruire la pace, anche il linguaggio deve essere pacificato, perché le parole possono essere ponti oppure muri e noi abbiamo bisogno di costruire ponti.

Tutto questo deve partire da ciascuno di noi, come disse Teresio Olivelli, «non ci sono liberatori, ma uomini che si liberano».

Serve una ribellione etica e morale che non abbia colore politico, una ribellione contro le piccole e grandi ingiustizie, contro un modello di mondo che esalta il singolo e dimentica la comunità.

Perché la pace non è un sogno.

È un diritto.

E noi, oggi, siamo chiamati a difenderlo.

GIOVANNI COCCOLI 05 mar 2026 11:23