L'eredità di Benedetto XVI
A tre anni dalla morte, Elio Guerriero offre un ritratto di Benedetto XVI
In “Benedetto XVI. L’eredità dalla vita e dalle opere”, Elio Guerriero dedica a Joseph Ratzinger un profilo che punta a definire ciò che resta, nella memoria ecclesiale e civile, del teologo divenuto Benedetto XVI. “Benedetto XVI. L’eredità dalla vita e dalle opere” nasce da una frequentazione lunga e rispettosa e si colloca senza ambiguità nell’alveo di una lettura simpatetica. L’intento non è la rivelazione d’archivio, bensì la ricomposizione di un itinerario coerente, in cui vita e pensiero scorrono sullo stesso binario. Guerriero chiede al lettore di guardare Ratzinger dall’interno delle sue categorie preferite: la verità come promessa affidabile, il nesso tra fede e ragione, la liturgia come sorgente della forma cristiana, il primato dell’incontro sul doverismo morale. La sezione biografica procede per quadri agili. Dalla Baviera dell’infanzia all’ordinazione, dalle cattedre di Bonn, Münster, Tubinga e Ratisbona alla guida pastorale di Monaco e Frisinga, fino al lungo servizio alla Dottrina della fede e all’elezione al papato. Il passo è rapido, sorvegliato, attento a saldare gli episodi in un disegno unitario. L’impressione è che il professore non scompaia quando arriva il governo della Chiesa, ma trovi un modo nuovo di esercitare la propria vocazione intellettuale. È questa la tesi portante: la biografia non è cornice decorativa, è parte dell’argomentazione. Il cuore del volume si misura sul terreno teologico e magisteriale.
Guerriero legge le tre encicliche come un trittico. “Deus caritas est” restituisce il cristianesimo alla sua sorgente d’amore. “Spe salvi” interroga il tempo alla luce della speranza. “Caritas in veritate” mette in dialogo carità e giustizia nella vita sociale. Considerate insieme, formano una linea che orienta il lettore dall’esperienza personale alla responsabilità pubblica. Anche il controverso discorso di Ratisbona è riletto come appello a una ragione non amputata, capace di riconoscere che il credo non è nemico del logos. Ne esce un Ratzinger meno polemico di quanto abbiano suggerito le semplificazioni mediatiche e più interessato a difendere l’umano dalle sue riduzioni. Ben riuscite le pagine sul Ratzinger studioso. L’attenzione ai Padri, l’assiduità con Agostino e Bonaventura, la critica puntuale al relativismo, l’interesse per la coscienza come luogo in cui la verità parla alla libertà. Guerriero evita il tecnicismo e offre un’introduzione accessibile anche a chi non mastica teologia. Temi complessi, come la “riforma della riforma” liturgica o la cristologia dei “Gesù di Nazaret”, vengono presentati con chiarezza didattica. Il lettore che arriva da fuori trova una bussola affidabile, quello già informato apprezza l’ordine e la nitidezza. Il libro però non aggira le zone sensibili, pur trattandole con tono difensivo. Sulla gestione degli abusi, la narrazione insiste su misure, incontri, linee di fermezza.
Manca un vero confronto con le critiche più severe e con il quadro comparativo di altre stagioni curiali. Anche la rinuncia del 2013 è affrontata con misura e rispetto, privilegiando le motivazioni spirituali. Le conseguenze istituzionali e simboliche dell’inedita compresenza tra pontefice regnante e papa emerito restano sullo sfondo, quando meriterebbero una riflessione più distesa sul piano canonico e sull’immaginario ecclesiale. Un’osservazione riguarda lo stile. Guerriero sceglie una prosa lineare, priva di enfasi e di gesti interpretativi eccessivi. È un vantaggio quando si tratta di restituire la trasparenza del pensiero ratzingeriano, diventa un limite quando servirebbe cambiare angolo di visuale, per esempio dando voce a chi legge in Benedetto un “conservatorismo creativo” non sempre a suo agio nei margini culturali. Il risultato è un racconto solido e leale, che tende più a proteggere che a mettere in discussione, ma che non nasconde l’ambizione di offrire un ritratto ordinato e amico. Il merito più evidente è la saldatura tra esistenza e dottrina. Le scelte pastorali non sono un capitolo a parte rispetto alla produzione accademica. Il teologo chiamato al governo non abdica al proprio mestiere, lo trasforma in servizio. Il papa che pubblica una trilogia su Gesù di Nazaret non cerca un varco per l’autore, ma propone il cuore della fede come criterio del ministero. In questa luce, il rapporto di Ratzinger con la modernità appare come confronto paziente e selettivo. Nessun rifiuto del mondo, piuttosto la denuncia di tagli che impoveriscono la ragione, l’etica, la memoria. La sua proposta mira a un’“ampliamento della ragione” che riconnetta scienza, filosofia e teologia.
Sul piano editoriale il volume guarda a un pubblico ampio. Capitoli brevi, ritmo controllato, citazioni attente. Chi entra oggi nell’opera ratzingeriana trova un ingresso ordinato, chi la frequenta da anni ottiene una mappa ben disegnata. Agli studiosi più esigenti mancherà un apparato critico più robusto e un confronto sistematico con la bibliografia internazionale. È una rinuncia consapevole, coerente con l’obiettivo divulgativo. Che cosa indica, in definitiva, l’eredità secondo Guerriero. Indica una serie di compiti: ricomporre fede e ragione senza nostalgie, custodire la liturgia come grammatica della bellezza, restituire al cristianesimo il volto di incontro che precede ogni precetto. Se questi obiettivi suonano ancora urgenti, e il libro fornisce buone ragioni per dirlo, allora il lascito di Benedetto non appartiene al passato immobile. Somiglia piuttosto a un cantiere che chiede mani e intelligenze. Guerriero ne offre una guida affabile e netta; non pretende di chiudere il dibattito, ma aiuta a entrare nella stanza con le domande giuste.
@Foto Patriarcato Maronita