Adoramus Te
Se Dio decidesse di farsi uomo oggi, dove nascerebbe? Quale luogo sceglierebbe? Ho provato a rivolgere questi interrogativi all’intelligenza artificiale che ha offerto delle risposte interessanti. Se guardiamo al significato originale della nascita di Gesù − una scelta di umiltà, vicinanza agli ultimi e rottura con i centri del potere −, possiamo immaginare diverse ipotesi. Ecco alcuni “luoghi” simbolici dove, secondo una lettura moderna, potrebbe scegliere di nascere. Gesù potrebbe nascere in una favelas sudamericana, in una baraccopoli africana o nelle banlieue europee. Sceglierebbe un posto dove la dignità umana è messa alla prova ogni giorno, per ribadire che Dio si trova dove la vita è più fragile. Se la mangiatoia era un luogo di fortuna per chi non trovava alloggio, oggi il corrispondente potrebbe essere una tenda in un campo profughi o persino un barcone nel Mediterraneo. Nascere tra chi è in cammino e cerca speranza lontano da casa rifletterebbe molto bene la storia della Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto. Betlemme è un luogo segnato da muri e tensioni.
Se Gesù dovesse rinascere, potrebbe scegliere proprio una regione martoriata dalla guerra, come la Striscia di Gaza, l’Ucraina o il Sud Sudan, per portare un messaggio di pace proprio dove sembra impossibile trovarne. Nel racconto degli evangelisti, non sfugge il dettaglio della mangiatoia, in una stalla fatta di fieno con odori non sempre gradevoli. Come afferma padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, “Dio non ha paura di nascere nella stalla della nostra umanità. È questa la grande sfida della fede: credere che, nonostante le tenebre, una luce continua a risplendere. Dio non nasce in un palazzo o in una reggia, ma nel punto più basso della nostra umanità, anche lì dove c’è il male, di cui l’uomo porta una responsabilità. Ed è lì che lo andiamo ad adorare”. Probabilmente non sceglierebbe un palazzo reale o una clinica di lusso, ma un luogo scomodo che costringa il resto del mondo a fermarsi e a guardare dove solitamente preferisce non guardare. Non è poi detto che sceglierebbe la povertà materiale. Potrebbe nascere nell’anonimato di una metropoli iper-tecnologica, tra la solitudine dei palazzi di vetro, per parlare a chi ha tutto, ma si sente vuoto dentro.
Lasciamogli, comunque, un po’ di creatività. Speriamo, davvero, che nasca almeno nel cuore di ciascuno di noi. Anche nel cuore di chi prova o ha provato l’onta del fallimento (lavorativo, familiare, personale...). Anche nel cuore di chi ha commesso un errore al quale non può più porre rimedio. Anche nel cuore di chi non riesce più ad amare, stretto nella morsa della depressione che tutto complica e tutto ingigantisce. Persino nel cuore di chi non riesce a perdonare. Anche nel cuore di chi sente il peso della solitudine. Come scriveva Juan Arias Martinez “è difficile il mio Dio fragile per quelli che continuano a sognare un Dio che non somigli agli uomini”. L’augurio è che il Natale non sia solo una consuetudine che si rinnova. Possiamo, allora, fare nostre le parole di Charles Dickens: “Onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di tenerlo con me tutto l’anno”. Buon tempo di Natale!