lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
di ROSSELLA DE PERI 29 gen 2026 14:08

Educare alla morte

Philippe Ariès parla di morte “addomesticata” per illustrare come era intesa e vissuta la morte fino a tutto il XIX secolo. La morte era resa domestica, cioè vissuta con naturalezza, come l’esito naturale del ciclo di vita. Ed era importante avere il tempo per prepararsi: si temeva la morte improvvisa. Che differenza quando, al giorno d’oggi, si sente spesso esclamare: “Vorrei morire d’infarto, così non soffro: che bella morte sarebbe! Fortunato chi muore d’infarto!”.

La morte era un evento pubblico: quando si veniva a conoscenza che una persona era vicina alla morte, si affollavano al suo capezzale innumerevoli persone. Era il tempo di salutare, accogliere e chiedere perdono, sistemare al meglio questioni in sospeso. Ora la morte invece sembra essere un fatto privato, da relegare spesso in un luogo riservato. Ciò è determinato anche dal medicalizzare la morte, quasi fosse di competenza primaria o addirittura esclusiva del personale sanitario. Questo è avvenuto anche per le grandi innovazioni scientifiche e tecnologiche, che quasi ci illudono che si possa puntare all’immortalità, se solo ci affidiamo al grande luminare o alle ultime scoperte scientifiche. La morte sembra,cioè, essere vissuta quasi come un fallimento della scienza e della tecnologia.

Esiste una disciplina, la “Death Education”, che mira ad educare alla morte, a rendere cioè le persone più competenti nella gestione della propria morte o quella di altri. Questo perché il confronto con la morte può portare a vivere meglio, a promuovere la vita perché dà valore ai suoi vari aspetti, ne ridimensiona altri, valorizza il senso delle relazioni e della gentilezza. Il tenere presente che la vita ha un termine può dare senso alla vita stessa, può portare a viverla diversamente, a renderla più profonda e più vera. Il confronto col dolore promuove la resilienza di fronte ad ogni evento della vita.

Invece, la nostra cultura può ben essere descritta “algofobica”, come la definisce il filosofo Byung-Chul Han, cioè terrorizzata dal dolore. Anche contemplare certe scelte alla luce della propria mortalità può allargare la prospettiva e magari farne di non contemplate di primo acchito. In un romanzo un maestro indios afferma: “La cosa più stolta di voi occidentali è che vivete come se non doveste mai morire”. Nel romanzo “Tutti gli uomini sono mortali”, Simone de Beavoir immagina un uomo che divenuto immortale vive la propria immortalità come una maledizione. E forse in tanti sarebbero d’accordo con lei. Un proverbio recita che per essere felici bisogna pensare alla morte cinque volte al giorno…ma forse ne basterebbero quattro.

ROSSELLA DE PERI 29 gen 2026 14:08