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di PAOLA ZINI 21 gen 2026 16:33

Educare alla tragedia

Gli eventi di cronaca, tragici e inquietanti, che hanno segnato l’inizio del 2026, come quelli di Crans Montana e di La Spezia, non possono lasciarci indifferenti. Non sono semplici fatti da registrare o commentare a distanza: interrogano in profondità il mondo adulto e chi opera nei contesti educativi. Sono fratture che incrinano le certezze, interrompono la normalità e mettono alla prova il nostro modo di stare insieme, di leggere la realtà, di assumerci responsabilità individuali e collettive. Di fronte a tragedie di questo tipo, la scelta del silenzio non è mai neutrale. È, piuttosto, un’occasione educativa persa. Gli eventi hanno bisogno di essere nominati, attraversati, pensati, perché solo ciò che viene riconosciuto può essere elaborato. Tutti, anche i ragazzi, li hanno visti, ascoltati, commentati, interiorizzati. Spesso, però, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderli davvero. Parlarne significa aiutare a leggere i fatti e non subirli; costruire un’educazione al rischio e all’emergenza che non sia ansiogena, ma consapevole; riflettere su responsabilità, regole, decisioni collettive. Significa, soprattutto, restituire agli adulti un ruolo educativo credibile, capace di sostare nella complessità senza arretrare o rifugiarsi in risposte semplici. Tacere non consente agli adulti di adempiere alla loro funzione di base: educare.

I ragazzi apprendono comunque, anche quando noi non diciamo nulla. Ma imparano dal rumore dei social, dalle semplificazioni, dal giudizio sommario, dalla rabbia o dalla rimozione. In assenza di parole adulte, prevalgono narrazioni frammentate, emotive, spesso incapaci di tenere insieme dolore e responsabilità. Educare non è proteggere dal dolore evitando le parole. Educare è dare parole al dolore, per trasformarlo in pensiero, responsabilità e cittadinanza. Su questo, come adulti, non possiamo chiamarci fuori. E se tragedie come queste hanno un ruolo, è solo questo: costringerci a guardarci dentro, a chiederci chi siamo, come funzioniamo e che cosa dobbiamo cambiare. La lezione pedagogica che ne emerge è esigente ma inevitabile: educare significa costruire contesti sicuri prima dell’emergenza, allenare progressivamente all’ autonomia e al rischio, al rispetto, alla gestione del conflitto, e, soprattutto, non abdicare mai alla funzione adulta. Solo assumendo questa responsabilità collettiva, nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione, nelle istituzioni, il dolore può trasformarsi in consapevolezza e la memoria diventare un impegno educativo che non si esaurisce nel lutto, ma genera cambiamento, orienta scelte future e rafforza il senso di comunità.

PAOLA ZINI 21 gen 2026 16:33