La memoria è desiderio di non cedere alla cecità
Riproponiamo l'omelia pronunciata da mons. Carlo Tartari questa mattina, giovedì 28 maggio, durante la Messa al cimitero Vantiniano in ricordo delle vittime della strage di Piazza della Loggia
Il Vangelo di Marco (10,46-52) che abbiamo ascoltato ci riporta alla più antica città della storia umana ancora esistente: Gerico. Gesù la attraversa e da questa sale decisamente verso Gerusalemme dove si compiranno gli eventi della Passione, morte e resurrezione. È l’antico cammino dei pellegrini che volgevano i propri passi verso la città Santa, il santo viaggio che realizzava, in chi lo compiva, il desiderio di rinnovare l’alleanza con Dio e di un rinnovamento della propria vita.
La caratteristica dei luoghi, così distanti da noi, ci dice qualcosa di più di qualche mera notazione geografica: Gerico è posta in basso, nella più profonda depressione terrestre abitata, Gerusalemme al contrario è la città posta sul monte: per giugnervi si cammina verso l’alto, un faticoso cammino in salita. Ne cogliamo la forte valenza simbolica: il cammino dell’uomo tende verso l’alto, un faticoso cammino di risalita da una condizione letteralmente inferiore per elevarsi, per risalire, per riemergere dalle profondità. Un’immagine potente di una umanità sprofondata, afflitta, sofferente, ma desiderosa di riscatto, salvezza, redenzione. Gesù, il Figlio di Dio, non attende in alto chi per forza, coraggio determinazione riesce a giungere alla città santa, ma scende fino in fondo, abita i “bassifondi della storia umana”, cammina con il popolo, in mezzo al suo popolo: “Partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla”. Emblema di questa condizione umana è Bartimeo, letteralmente il “figlio di Timeo”: un uomo seduto lungo la strada, costretto a mendicare, un uomo privo persino di un nome proprio, privo di mezzi, incapace di vedere e per questo costretto, inchiodato alla propria misera condizione. Bartimeo si fa portavoce, senza vergogna né timor reverenziale, della sofferenza e della miseria umana alla quale reagisce con un grido: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. In questo grido c’è tutto la voglia di riscatto, l’attesa di una novità di vita, il
desiderio di una rinascita che si esprime nella pietas, Bartimeo chiede a Gesù di manifestare su di lui quella misericordia che appartiene all’agire di Dio: una misericordia attiva, non una reazione occasionale, ma di poter fare l’esperienza della fedeltà di Dio che si china sul povero, sul peccatore, sull’infermo, su chi non può salvarsi da sé.
Nel grido di Bartimeo riconosciamo il grido di tutti coloro che chiedono non una generica compassione, ma riscatto, riconoscimento, giustizia. A cambiare non è solo la vita di Bartimeo, ma anche la vita di coloro che in modo indifferente ruotano intorno alla sua condizione: la folla. Quella folla che inizialmente cerca di far tacere il grido, che è disturbata da chi chiede a gran voce, che non intende modificarsi e cambiare. Nel racconto del Vangelo c’è un passaggio decisivo: “Gesù si fermò”. La folla cammina. Gesù si ferma. Il cammino verso Gerusalemme, verso la Pasqua, verso il compimento della missione, viene interrotto dal grido di un povero. Questo dice qualcosa di molto forte: per Dio, la sofferenza dell’uomo non è mai un’interruzione secondaria di un programma prestabilito; è il luogo stesso della rivelazione.
La giustizia comincia così: quando qualcuno smette di passare oltre. Una comunità giusta non è soltanto una comunità in movimento, organizzata ed efficiente, ma è una comunità che sa fermarsi davanti alle ferite. Fermarsi davanti alle famiglie in difficoltà. Fermarsi davanti ai ragazzi disorientati. Fermarsi davanti alle solitudini nascoste. Fermarsi davanti alle ingiustizie e alle tragedie che ne feriscono la storia. Il contrario della giustizia non è quindi solo la violenza. È anche e soprattutto l’indifferenza. È il “non c’è tempo”. È il “non è compito nostro”. È il “non possiamo farci niente”. Gesù si ferma e, fermandosi, obbliga anche la folla a cambiare atteggiamento. Prima dicevano a Bartimeo di tacere; dopo, su comando di Gesù, gli dicono: “Coraggio, alzati, ti chiama.”
Il Vangelo non propone soltanto una consolazione interiore, propone un cambiamento delle relazioni: chi era invisibile viene visto, chi era muto socialmente viene ascoltato, chi era fermo lungo la strada viene rimesso in cammino. La vita nuova nasce quando una persona, o una comunità, trova il coraggio di dire la verità sulla propria cecità. Una comunità può essere cieca in molti modi: può non vedere i poveri, può non vedere i giovani, può non vedere le ferite delle famiglie, può non vedere le proprie chiusure, può non vedere le ingiustizie che tollera. Anche una comunità ha bisogno di “vedere di nuovo”, di vedere la realtà con gli occhi del Vangelo. Vedere la giustizia non solo come tema politico estraneo alla fede, ma come esigenza posta dall’annuncio del Regno; vedere la verità non come accusa, ma come luce che purifica. La cecità più grave non è non vedere le cose; è vedere tutto senza riconoscere il passaggio di Dio. Il racconto del Vangelo non termina con Bartimeo che vede e torna semplicemente alla sua vita. Termina con Bartimeo che segue Gesù lungo la strada.
Anche la nostra città di Brescia conosce per certi versi questi passaggi. Piazza della Loggia non è una piazza qualunque: è il cuore civico della città, il luogo della comunità che si incontra, si raduna. Eppure, il 28 maggio 1974 alle ore 10.12, quella piazza sprofondò - letteralmente - nelle profondità della storia. Otto persone morirono. Giulietta, Livia, Clementina, Alberto, Euplo, Luigi, Bartolomeo, Vittorio. Persone comuni - insegnanti, sindacalisti, operai - che quella mattina avevano scelto di essere lì, in piazza, come atto di civiltà e di coscienza. Come Gerico, la città non è rimasta in basso. Come i pellegrini diretti a Gerusalemme, Brescia ha ripreso a camminare verso l'alto, portando con sé il peso di quella ferita, cercando - anno dopo anno, processo dopo processo, verità dopo verità - di risalire verso la luce della giustizia. Anche noi abbiamo ascoltato il grido di Bartimeo; quello dei familiari delle vittime. Un grido che ha attraversato indagini, processi che si aprivano e chiudevano, condanne annullate, assoluzioni che sembravano definitivamente chiudere la porta alla verità. Per 40 anni la strage di Piazza della Loggia ha invocato verità e giustizia. I familiari non hanno smesso di gridare. Non si sono rassegnati al silenzio. Non hanno accettato l'indifferenza come risposta. Fermarsi davanti a queste vittime, ogni anno, è un atto di amore civile contro la tentazione di fare come la folla: passare oltre, voltarsi dall'altra parte, lasciare che il tempo dissolva ciò che il dolore ha inscritto nella carne della città. La comunità che si raduna qui oggi dice che non è così. Che questi volti, queste storie, questi legami spezzati appartengono ancora al tessuto vivo della città. Renderli visibili - attraverso il ricordo, la preghiera, la cultura, la scuola, l'arte, il diritto - è l'atto stesso con cui una comunità decide di non cedere all'oblio. La memoria che si fa qui ogni anno non è nostalgia ma è esercizio dello sguardo, è desiderio della comunità di non cedere alla cecità, quella comoda, quella conveniente, quella che permette di dormire sonni tranquilli. Che i nomi delle vittime, custoditi nella memoria di Dio prima ancora che nella nostra, ci accompagnino in questo cammino.
Il testo del Vangelo di Marco (10,46-52)
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!". Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!". Chiamarono il cieco, dicendogli: "Coraggio! Àlzati, ti chiama!". Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: "Che cosa vuoi che io faccia per te?". E il cieco gli rispose: "Rabbunì, che io veda di nuovo!". E Gesù gli disse: "Va’, la tua fede ti ha salvato". E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

















