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di GIAN ENRICO MANZONI 20 mag 2026 08:38

La Pentecoste: la festa dei linguisti

Pentecoste è un vocabolo dotto di origine greca, precisamente un aggettivo numerale che significa “cinquantesima”, e sottintende “heméra”, “giorno”, che in greco è femminile e non maschile come in italiano: dunque la Pentecoste è la solennità che cade nel 50° giorno dopo la Pasqua. La parola, anche se di origine greca (dove si legge con l’accento Pentecostè), è giunta in italiano attraverso la mediazione del latino, ove esisteva la forma “pentècostes”, da leggere con l’accento sulla terzultima sillaba: quindi noi dovremmo pronunciare Pentècoste, per analogia con le altre parole o i nomi greci passati in italiano con l’accento latino, come lo statista Pèricle e non Periclè alla greca, e i filosofi Sòcrate e non Socràte, Aristòtele e non Aristotèle. Porteremo ora la nostra attenzione non tanto all’aspetto liturgico o teologico della solennità, cioè a un campo che non ci compete, quanto al dono delle lingue di cui la Pentecoste è la manifestazione esteriormente più significativa. Scrive Luca, nel capitolo 2 degli Atti degli Apostoli, che nel cinquantesimo giorno dopo la Pasqua gli apostoli, sul cui capo si erano posate come delle lingue di fuoco, furono tutti ripieni di Spirito Santo e iniziarono a parlare in varie lingue, a seconda di come lo Spirito permetteva loro di esprimersi. Dalla moltitudine di gente che ebbe la possibilità di udirli, essi furono sentiti esprimersi ciascuno nella lingua dei singoli ascoltatori: i quali, precisa il testo degli Atti, erano giudei osservanti che si trovavano a Gerusalemme, ma provenienti dalle più disparate regioni circostanti. Luca ce ne dà l’elenco: essi furono uditi esprimersi nella lingua dei Parti, dei Medi, degli Elamiti, degli abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto, dell’Asia Minore, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto, della Libia Cirenaica e inoltre in quella dei stranieri trasferitisi da Roma a Gerusalemme, tanto Giudei quanto proseliti (è incerto se da identificare con i precedenti o se distinti da quelli), e poi ancora nell’idioma dei cretesi e in quello degli arabi. Il dono delle lingue provocò ammirazione e stupore, ma suscitò anche irrisione, da parte di chi li credeva ubriachi: questa conoscenza delle diverse lingue non si era ancora riscattata, evidentemente, dalla tradizionale negatività che ne accompagnava la manifestazione, dopo la vicenda della torre di Babele e della conseguente babele linguistica. Eppure il dono pentecostale portava a una riconciliazione con quella antica tradizione ostile al plurilinguismo: la molteplicità delle lingue diveniva ora preannuncio simbolico dell’universalismo del Vangelo, che sarebbe stato predicato a tutte le genti. Per questo motivo il grande linguista Tullio De Mauro, che fu anche Ministro dell’Istruzione nel biennio 2000-2001, diceva che la Pentecoste è la festa dei linguisti. Il messaggio cristiano di amore universale richiedeva la possibilità di esplicarsi nelle diverse lingue di allora, elencate secondo un catalogo di popoli, di tradizione culturale antica ma ancora attuale nella Gerusalemme tardo-ellenistica. Sappiamo infatti del carattere multietnico e multilinguistico della Palestina del I secolo d.C., che si trovava sotto il dominio romano ma era caratterizzata dalla presenza culturale greca, tipica del periodo sia dell’Ellenismo sia del primo impero. E infatti tra le diverse lingue udite c’era anche il latino dei Romani, conquistatori del mondo allora conosciuto. Manca invece, forse sorprendentemente, il greco nella rassegna delle lingue del miracolo. Ma tutto si spiega: la mancanza del greco nell’elenco è il segno della imprescindibilità e ovvietà di questa lingua, evidentemente conosciuta dagli ascoltatori a Gerusalemme degli apostoli. Dunque il dono delle lingue rappresenta la facoltà di portare la Buona Novella, quindi di poter parlare agli altri, anche i lontani, in un senso davvero cattolico, cioè universale.

GIAN ENRICO MANZONI 20 mag 2026 08:38