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di LUCIANO ZANARDINI 16 mar 00:00

Misericordia sconosciuta

Siamo abituati a chiedere misericordia a Dio e agli uomini, ma non a concederla

Papa Francesco ha sorpreso un po’ tutti con l’indizione del Giubileo straordinario della misericordia, un sentimento che non è lontano dal concetto di "Civiltà dell'amore" caro a Paolo VI. Per comprendere Francesco e il suo Pontificato, bastano due versetti del Vangelo di Luca (capitolo 4), quando Gesù entra nella Sinagoga e legge il rotolo del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore”. Ma cos’è davvero la misericordia che Francesco ci ricorda ogni giorno? Noi siamo abituati a chiedere misericordia a Dio e agli uomini, perché come scriveva il Manzoni: “A ogni fallo” c’è “rimedio e misericordia”.

Per chiedere misericordia a Dio bisogna, però, avere la capacità di recuperare lo strumento della confessione, un sacramento sempre meno esercitato anche nella nostra cattolica Brescia. Ben venga questo Giubileo se avrà la forza di riportarci davvero davanti al confessionale. Oggi, al di là, delle feste “comandate” (Natale e Pasqua) facciamo fatica a condividere con Dio i nostri sbagli e a chiedere perdono. È difficile, però, chiedere la sua misericordia, se non siamo pronti a metterci in gioco fino in fondo. E fin qui siamo sul piano del rapporto con il Divino, ma se allarghiamo l’orizzonte alla nostra quotidianità e ai rapporti umani, non possiamo non notare che esercitiamo ben poca misericordia. Anzi, il giudizio (in molti casi nasce come pregiudizio) è l’arma appuntita che teniamo abilmente nella nostra faretra e siamo pronti a sfoderare alla prima occasione utile.

Ma quale misericordia? Quando sbagliamo noi, siamo pronti a fornire una serie infinita di alibi e di cause, quando a nostro avviso sbagliano gli altri, siamo pronti ad attaccare. È evidente che serve un po’ di equilibrio, perché il tasso di litigiosità (accresciuto notevolmente dai social network che mettono in piazza il nostro rancore) pervade le nostre vite. Il dato più eclatante si percepisce all’interno delle nostre comunità dove la correzione fraterna (questa sconosciuta) ha lasciato il posto alla critica non sempre (per non dire mai) costruttiva.

È questa la società che vogliamo costruire? È questa la comunità parrocchiale che edifichiamo? Lo stesso avviene tra le mura domestiche dove il perdono non è una categoria dell’era moderna. Speriamo che la misericordia entri davvero nelle nostre case.
LUCIANO ZANARDINI 16 mar 00:00