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Brescia
di ROMANO GUATTA CALDINI 23 mar 00:00

Quando l'opinione pubblica cambia il corso della politica

La cronaca continua a fornire esempi di come la politica, per sopravvivere a se stessa, non possa non tenere conto dell'indignazione della cittadinanza, anche quando questa non trova riscontri nella realtà

La stampa può sostituirsi alla magistratura? E quest’ultima fino a che punto può influenzare un governo? Interrogativi che scaturiscono ogni qualvolta un’inchiesta giudiziaria coinvolge, a vario titolo, un esponente politico, decretandone il destino, spesso non solo in termini di impegno nella cosa pubblica. Le dimissioni di Maurizio Lupi da ministro delle Infrastrutture sono l’ultimo caso di una campagna stampa imbeccata da un’inchiesta, quella sulle Grandi opere. Lupi ha rassegnato le dimissioni nonostante non fosse indagato: sulla sua testa non c’è alcuna accusa, la sola colpa dell’ex ministro – se così la vogliamo chiamare – è di non aver restituito al mittente un Rolex regalato al figlio Luca da un amico di famiglia coinvolto nell’inchiesta. Intanto la testa di Lupi è caduta. A questo punto spetterà ai magistrati il compito di dimostrare se l’ex ministro, nelle sue funzioni, abbia favorito chicchessia all’interno del sistema appalti.

Ciò che emerge, però, e che stride, è il doppiopesismo di un certo tipo di stampa, un differente modo di affrontare le questioni scottanti che coinvolge anche il partito di governo guidato da Matteo Renzi. Ed è proprio quest’ultimo che, nelle scorse ore, tornando sull’“affaire Lupi”, ha dichiarato: “Non caccio gli indagati...ci si dimette per questioni politiche ed etiche non per gli avvisi di garanzia". Ergo, ben vengano le dimissioni di Lupi, ma i quattro sottosegretari del Governo indagati possono tranquillamente stare al loro posto. Da buon animale politico qual è, Renzi ha voluto seguire la pancia degli italiani, poco inclini al garantismo, ma sempre pronti a dare sfogo ai propri istinti giacobini, che si palesano ogni qual volta la stampa dà risalto a uno scandalo: a qualcuno deve cadere la testa, che sia innocente o colpevole poco importa.

Se da una parte il panorama politico nazionale ha assunto tinte fosche, ammorbato da una coltre di sospetti, dall’altra anche la realtà bresciana presta il fianco a diffidenze e perplessità. E’ il caso in cui è incappato l’assessore del Comune di Brescia Felice Scalvini, chiamato in causa - attraverso un’interrogazione - da FI, Lega e M5S. Secondo i rappresentanti dell’opposizione, che hanno chiesto le dimissioni di Scalvini, quest’ultimo sarebbe incorso in un conflitto d’interessi, firmando a nome del Comune, di concerto con il consorzio Koinon in cui la moglie è consigliera delegata, un accordo di rete finalizzato alla richiesta di un contributo alla Fondazione Cariplo.

Dal canto suo l’assessore ha respinto le accuse, valutando l’opzione di adire le vie legali, supportato, inoltre, dalla fiducia del sindaco Emilio Del Bono che però, da quanto emerso dalla conferenza stampa indetta a seguito delle dichiarazioni dell’opposizione, ha affermato: “Il nome del consorzio Koinon e del suo consigliere delegato (Cinzia Pollio, moglie dell’assessore ndr ) non lo voglio più leggere in atti che riguardano il Comune di Brescia”. A questo il sindaco Del Bono ha aggiunto che il consorzio sarà escluso dai progetti menzionati nell’interrogazione. L’opinione pubblica del resto ha il suo peso, a Roma come a Brescia.
ROMANO GUATTA CALDINI 23 mar 00:00