lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
Brescia
di MASSIMO VENTURELLI 16 gen 00:00

Un documento "spaccafamiglie"

Il dibattito aperto dalla presa di posizione di alcune figure del mondo politico, istituzionale e associativo bresciano, è, come previsto, acceso. Pare però richiamarsi a schemi superati...

Nessuno fraintenda: il titolo non deve essere inteso come un giudizio sul recente documento che un gruppo di bresciani attivamente impegnati in politica e nel sociale ha realizzato in tema di convivenze non matrimoniali. Tutt'altro! Quello che tanto sta facendo discutere in questi giorni a Brescia, pensato dagli estensori come un contributo al dibattito da tempo aperto sul riconoscimento da dare o meno a forme di convivenza diverse alla famiglia "fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna" (definizione sufficientemente lunga, l'unica però a non potere essere oggetto di contestazione, visto che anche sull'uso dell'aggettivo "naturale" voluto dai padri Costituenti qualcuno comincia a dubitare), è un documento che potrà essere anche contestato o non condiviso, ma che è serio, ponderato e che non può essere considerato il frutto di qualche colpo di testa improvviso o l'uscita di chi ama il gusto della polemica fine a se stessa.

Obiettivo del documento, dopo un confronto guidato, pare di capire, più da esperienze, sensibilità, vissuti sociali e personali di ciascuno dei firmatari che da tatticismi politici, è, come si legge in uno dei suoi ultimi punti, quello di indicare nel Parlamento l'unico soggetto legittimato a decidere su eventuali modifiche di quello che, ad oggi, è ancora il valido dettato costituzionale in tema di famiglia. Tutto il resto, il tanto che c’è nel documento, è la precisazione, nero su bianco, di posizioni, idee e pensieri che possono (e devono, a mio modesto parere) guidare un confronto che non si presenta facile.

Certo, la lettura del lungo e articolato documento deve essere fatta con occhi liberi, non condizionati da pensieri già formati. Può essere letto come un contributo più o meno condivisibile (a seconda della sensibilità) a un dibattito importante, che non dovrebbe mai trascendere nei toni e nelle argomentazioni. Parla di famiglia, dei valori su cui si fonda (anacronistici? Si domanda qualcuno fra chi contesta il documento), degli orizzonti in cui questa si colloca e del contributo che può portare alla società.

Punti di vista che possono non piacere, che possono disturbare chi pensa che la famiglia sia anche altro. Posizioni anche queste legittime che non stupiscono. Stupisce, invece, che nell’analisi del documento si sia ancora una volta fatto ricorso a categorie, queste, sì anacronistiche, come quella delle lobby o dell’appartenenza politica, cercando in questo modo lo scontro, la spaccatura tra “famiglie”.

È vero che tra i firmatari del documento vi sono personaggi che hanno ruoli pubblici e appartenenze politiche chiare. Andrebbe però anche sottolineato che il loro nome appare senza alcuna ulteriore qualifica, né di carattere istituzionale né politico.

Davvero tanto difficile credere che la condivisione sia avvenuta in termini strettamente personali, per non coinvolgere enti, istituzioni e partiti?

Nel novembre del 2006, Paolo Corsini, all’epoca sindaco di Brescia, venne intervistato da “Voce” proprio su una questione che è “parente stretta” di quella oggi al centro di tante polemiche. Era, quella, la stagione del dibattuto parlamentare sul pacs (il patto civile di solidarietà), un tema che, anche allora, spaccava la politica e la società. Il consiglio comunale di Palazzo Loggia fu chiamato a discutere e a votare un ‘ordine del giorno per impegnare la stessa assemblea, la giunta e il primo cittadino a sollecitare i presidenti dei due rami del Parlamento, perché accelerassero i tempi del dibattito parlamentare sul tema in oggetto. Tra chi vota contro l’odg c’è anche il sindaco Corsini che al settimanale così giustificava la sua scelta, per altro contraria alla sensibilità diffusa nel centrosinistra che lo sosteneva: “Personalmente ritengo che vi siano materie nelle quali non esiste il vincolo di appartenenza o di fedeltà al partito. La posizione assunta in consiglio comunale non incide sulle dinamiche amministrative perché i Comuni non hanno alcuna competenza in materia di pacs… Quando da amministratori siamo chiamati ad affrontare questioni che attengono a valori morali, convinzioni etiche, che chiamano in causa le modalità con cui ciascuno di noi pensa alla persona, alla famiglia, ai sistemi di valori è la coscienza personale ad avere il sopravvento”.

Da allora sono passati nove anni e la domanda torna in tutta la sua attualità: la coscienza personale esiste ancora o in un dibattito tanto importante come quello a cui il documento intende portare un contributo, vale solo l’appartenenza? Considerare solo quest’ultimo come il criterio in base al quale una persona esprime la sua opinione può essere pericoloso, può allargare fratture che probabilmente già esistono in tante “famiglie” (partiti, associazioni, etc). E questo è un orizzonte auspicabile?
MASSIMO VENTURELLI 16 gen 00:00