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di GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA 02 feb 2026 16:19

Fine vita: lo Stato non dovrebbe offrire la morte

Salvo ulteriori rinvii, il ddl della maggioranza sul fine vita – relatori Ignazio Zullo (FdI) e Pierantonio Zanettin (FI) – dovrebbe approdare in Aula al Senato il prossimo 17 febbraio. Centrale nel testo il principio della tutela della vita e dell’inesistenza di un diritto alla morte, la cui richiesta è da considerarsi un’eccezione. Lo scorso 9 gennaio, nel discorso al Corpo diplomatico Papa Leone XIV ha, tra l’altro, esortato gli Stati ad offrire soluzioni alla sofferenza umana come le cure palliative, e a

“non incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia”.

Lunedì 26 gennaio il card. Matteo Zuppi ha sottolineato il rischio che legittimare il suicidio assistito possa depotenziare l’impegno pubblico verso le persone più fragili che potrebbero sentirsi “un peso” e quindi spingersi verso scelte che non nascono da vera libertà. Sulla stessa linea la Nota Cei No a polarizzazioni o giochi al ribasso sul fine vita dello scorso 19 febbraio. Intanto, nei giorni scorsi il Senato francese ha bocciato il ddl che avrebbe introdotto “la morte medicalmente assistita” ed ha approvato un provvedimento per garantire a tutti l’accesso alle cure palliative. Di fine vita, suicidio assistito, iter parlamentare del ddl italiano abbiamo parlato con don Riccardo Mensuali, officiale della Pontificia Accademia per la Vita ed esperto di biodiritto.

Don Mensuali, secondo lei è necessaria una legge sul fine vita? 
Contrariamente a quanto molti ritengono, un sistema normativo esiste già. Non si tratta di una legge statale organica, ma di una sorta di “combinato disposto” delle diverse sentenze della Corte costituzionale – in particolare la 242 del 2019 – e delle leggi regionali che hanno superato i controlli di costituzionalità. È un quadro frammentato, ma reale.

È preferibile mantenere questo sistema giurisprudenziale o approvare una legge parlamentare?
Le sentenze della Corte sono inevitabilmente sensibili al mutare del sentire comune e culturale, quindi possono risultare “volubili”.

Una legge parlamentare, se ben costruita, garantirebbe maggiore stabilità e chiarezza.

Alcuni temono che una legge possa “pubblicizzare” il suicidio assistito, ma è rischioso anche lasciare tutto alla sola giurisprudenza.

Che clima auspica nel dibattito parlamentare? 
Serve un approccio non partitico. Parliamo di persone gravemente ferite nel corpo e nell’animo: non si può affrontare un tema così complesso con logiche di schieramento;

serve un approccio di livello molto più profondo perché si tratta di una questione antropologica.

Non esistono risposte preconfezionate. L’obiettivo dovrebbe essere il bene del Paese, arrivando a una soluzione unitaria. Meglio una legge nazionale condivisa che venti normative regionali diverse.

La posizione della Chiesa sul fine vita è nota a tutti, ma questo tema non riguarda solo i cattolici. Lei afferma che anche in questo caso occorre mantenere come faro lo spirito della Costituzione…
La nostra Costituzione non mira mai all’eliminazione della persona. Lo dimostrano anche l’assenza della pena di morte e la finalità rieducativa della pena. La visione della nostra Carta rispetta e promuove la vita. Lo Stato è chiamato a risolvere i problemi del cittadino, a riabilitare, a migliorare le condizioni di vita. Mai a “dare la morte”.

Come si conciliano autodeterminazione e dovere di solidarietà?
Il rifiuto delle cure è un diritto di ogni cittadino, ma lo Stato ha un dovere di solidarietà verso chi soffre. La sintesi dovrebbe essere “ardita” ma semplice: quando prende in carico un malato,

lo Stato deve offrire cure, sostegno, accompagnamento. Non la morte come risposta alla sofferenza.

I dati sulle cure palliative in Italia sono allarmanti e molto disomogenei: solo il 33% degli aventi diritto ne ha accesso e in alcune regioni del Sud si scende al 4%. Quanto pesa questo nel dibattito? 
Pesa moltissimo. Significa che il sistema non sta offrendo ciò che dovrebbe. Le cure palliative costano, ma il governo deve trovare risorse e fondi per renderle realmente accessibili in modo capillare a tutti sull’intero territorio.

II ddl prevede proprio l’obbligo per lo Stato di offrirle su tutto il territorio nazionale. È un passo avanti? 
Sì. Nessuno può essere costretto ad accettarle, ma lo Stato deve obbligare sé stesso a proporle prima di qualsiasi altra opzione e – ribadisco – impegnarsi per garantirle effettivamente a tutti. È un punto essenziale.

Gli operatori degli hospice testimoniano che chi riceve cure palliative efficaci non chiede di morire…
La richiesta di morte può quasi sempre essere letta come una domanda di vita. Chi chiede il suicidio assistito, nella maggior parte dei casi, chiede sollievo dal dolore, dalla solitudine, dalla paura. Chiede di non essere lasciato solo. L’esperienza degli hospice dimostra che quando il paziente è preso in carico globalmente – fisicamente, psicologicamente, spiritualmente, con compassione, gesti, parole – la domanda di morte tende a scomparire.

Un paio di mesi fa il suicidio assistito delle gemelle Kessler ha scosso l’opinione pubblica…
Questo caso ha mostrato che cosa accade quando non esistono criteri oggettivi: Per la legislazione tedesca l’unico criterio è la volontà del singolo, indipendentemente dalle condizioni cliniche. Un modello da non seguire perché costituisce una “slavina” etica che travolge la persona e la dignità umana: in Germania il suicidio assistito diventa un diritto accessibile a chiunque lo desideri, non solo ai malati terminali.

Come si evita il “piano inclinato” che rischia di diventare, come dice lei, una slavina?
Con criteri chiari e oggettivi, e paletti rigorosi. Qualsiasi normativa – o sentenza – deve limitare l’accesso a situazioni di estrema gravità clinica e terminalità.

Se la morte diventa una risposta standard alla sofferenza esistenziale, la società perde il suo fondamento etico.

Tornando al disegno di legge italiano, come giudica la proposta di istituzione di un comitato nazionale unico per valutare le richieste?
Credo sia stata avviato un confronto, anche con le opposizioni, per arrivare ad un compromesso tra un comitato nazionale unico e comitati territoriali/regionali. Serve uniformità, ma anche conoscenza del contesto locale. È un nodo delicato.

Nel ddl non è previsto il coinvolgimento del Ssn nell’assistenza al suicidio. Che ne pensa?
Temo che escluderlo del tutto rischi di creare disuguaglianze territoriali, perché ci si affiderebbe solo a strutture private.

Ma resta imprescindibile il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario – medico e infermieristico – perché non si può obbligare chi per professione ha scelto di dare e curare la vita, di farla terminare.

Qual è, allora, il suo auspicio?
Non è detto che il Parlamento debba arrivare ad una legge, ma se sarà così auspico che questa sia il frutto di una discussione seria, approfondita, trasversale, che vada oltre le logiche di partito. Forse occorre prendersi ancora del tempo. La priorità assoluta deve essere il potenziamento delle cure palliative e il sostegno alla vita sofferente. Qualsiasi eventuale normativa futura dovrà mantenere limiti rigorosi per evitare derive etiche che trasformino la morte in una soluzione facile a problemi che chiedono, invece, accompagnamento e responsabilità.

(Foto: AFP/SIR)

GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA 02 feb 2026 16:19