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Udine
di REDAZIONE - DANIELE ROCCHI 06 mag 2026 08:02

Il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme

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Mezzo secolo fa il sisma che distrusse il Friuli ma che scatenò anche una straordinaria ondata di solidarietà L'impegno della Diocesi di Brescia

Alle 21 del 6 maggio 1976, una scossa di magnitudo 6.5, lunga 59 secondi devastava il Friuli, provocando quasi mille morti e 2.500 feriti, la distruzione di 45 paesi e lasciando senza una casa 100mila persone. Poi, a settembre, un’altra serie di scosse finiva di abbattere ciò che era rimasto in piedi. Sin dai primi giorni, però, cominciava il lento ma costante lavoro di ricostruzione di una terra grazie a quello che fu chiamato “modello Friuli” basato sul decentramento amministrativo e su alcune priorità sintetizzate nelle parole dell’allora arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti: “prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”. Un modello basato sulla partecipazione delle comunità locali, sulla centralità del lavoro e della responsabilità, diventando un riferimento anche per successive ricostruzioni post-sisma in Italia.

La popolazione e la terra friulana, poi, poterono contare sin da subito sulla solidarietà e la mobilitazione di tutto il Paese. Anche Brescia si dimostrò particolarmente vicina e anche la Diocesi, allora guidata da mons. Luigi Morstabilini, si attivò.

“Allora – ricordava don Armando Nolli nel 2023 in occasione del 130° de “La Voce del Popolo” – ero un giovane sacerdote impegnato in oratorio. Sin da subito con un gruppo di giovani, al seguito degli Alpini di San Zeno partimmo per le zone colpite dal sisma. Rimanemmo là una settimana e in mezzo a distruzione e dolore imparammo che cosa fosse la solidarietà”. La Chiesa bresciana, stimolata dall’appello del Vescovo che all’indomani del terremoto proprio dalla prima pagina del settimanale diocesano lanciava un appello alla Diocesi perla vicinanza concreta alle popolazioni colpite (“MI tengo certo – erano le sue parole – della vostra pronta e larga rispondenza nel venire in aiuto ai molti sinistrati dal recente terremoto che ha copiyo così duramente molte famiglie di una regione a noi tanto vicina. La nostra solidarietà valga, oltre che a sollevare le necessità materiali, anche a lenire il dolore dei superstiti che hanno perduto i loro cari e a suffragio delle tante vittime”) sin da subito si mise in moto. Nel cortile del palazzo vescovile venne eretta una tenda per la raccolta di aiuti di prima necessità e il 16 maggio successivo venne realizzata in tutte le parrocchie del Bresciano una raccolta di solidarietà che fruttò quasi 35 milioni di vecchie lire. La Caritas diocesana allora guidata da don Giuseppe Tognali, su indicazione del Vescovo di Udine strinse una sorta di gemellaggio con la comunità di Madonna di Buja, nell’omonimo paese collocato nel pieno dell’epicentro del sisma. Quella comunità, di 460 famiglie, era stata devastata. Della chiesa parrocchiale non restava che la facciata, l’ampio edificio che ospitava le opere parrocchiali era stato raso al suolo, moltissimi erano stati i morti e i feriti.

A Madonna di Buia serviva un centro polivalente per riconsentire alla comunità di tornare a vivere. La Chiesa bresciana si assunse l’incarico di realizzarlo. Durante la visita alla comunità don Tognali, si legge ancora su “Voce”, venne avvicinato da un anziano sopravvissuto al sisma. Portava in una mano un pezzo di bronzo, il resto di una campana della parrocchiale. Lo consegnò al presidente della Caritas con queste parole: “Lo porti ai bresciani come segno della nostra gratitudine”. Negli mesi successivi quel legame tra Brescia e il Friuli non venne mai meno, così come la solidarietà dei bresciani. Più volte, nel corso del suo episcopato, mons. Morstabilini tornò nelle zone colpite dal sisma per testimoniare un legame sempre più profondo.

A ricordo del sisma, il 3 maggio scorso, il presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi ha presieduto nel Duomo di Gemona, divenuto nel tempo non solo simbolo del dramma vissuto dai friulani, ma anche della loro capacità di ripartire.

“Come dimenticare?” Nel cuore dell’omelia, il cardinale non ha eluso la domanda più lacerante: “Come dimenticare? E come essere indifferenti ai terremoti di oggi, come la guerra?”. Ricordare il Friuli del 1976 significa, “non chiudere gli occhi davanti al dolore presente. Siamo qui per ricordare quei tanti nomi e quell’immenso dolore che non passa nemmeno a distanza di 50 anni”. Evocando storie concrete – come quella della “ragazza con la treccina bionda” rimasta sotto le macerie per ore o i racconti richiamati dall’allora arcivescovo Alfredo Battisti – Zuppi ha restituito il volto umano della tragedia. “Ognuno di voi porta tanto di questo dolore”, ha detto, riconoscendo ferite che restano aperte. Davanti a questa sofferenza, il Vangelo può apparire stridente. “Il Vangelo di oggi pare stridere con questo dolore senza misura: ‘Non sia turbato il vostro cuore… abbiate fede’”. Ma, ha precisato il cardinale, “chi pronuncia queste parole non è un uomo che sta bene e lo spiega a chi sta male, ma è Gesù, che sta per essere ucciso”. Cristo, ha sottolineato, “era là sotto, sotto le macerie, con loro fino alla fine”. Un Dio che non osserva da lontano, ma “piange con noi”.

“Il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme” ha rimarcato il presidente della Cei che ha definito la ricostruzione successiva, “una lezione per tutta l’Italia e per il mondo”. Da quell’esperienza presero forma anche nuove risposte organizzate alla solidarietà: “Fu questa esperienza a dare fisionomia alla Protezione civile e alla Caritas”.

Un patrimonio da non disperdere oggi, in un tempo segnato da nuove fratture. “Vorrei che oggi come allora dal Friuli partisse questa consapevolezza per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo. Con serietà e umiltà. Non si perde tempo per dividerci”. Ricordando la figura di mons. Battisti e le sue priorità indicate per la ricostruzione, il cardinale ha ribadito che ricostruire non fu solo un’opera materiale:

“Ricostruire la casa è ricostruire la comunità, le relazioni”. Una lezione che oggi, ha aggiunto, interpella anche la difesa della “casa comune, che è la terra”.

Non è mancata, infine, una citazione di Paolo VI: “Il nostro cuore è come un sismografo: piangiamo e ridiamo insieme”. Tenere acceso quel “sismografo del cuore significa restare vigili davanti al dolore degli altri”, oggi come allora, perché dal Friuli continui a partire un messaggio di speranza, responsabilità e amore condiviso.

Durante la messa è stato letto il messaggio di Papa Leone XIV, giunto a firma del Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin. Nel testo il Pontefice “si unisce spiritualmente” alla celebrazione, e assicura il suo “orante ricordo per coloro che persero la vita” auspicando che “la memoria di così tragico evento susciti il rinnovato impegno nella promozione dei valori della fraternità e della carità”. Nel messaggio il Papa definisce la popolazione colpita dal sisma “instancabile” e ne loda l’impegno per la “ricostruzione esemplare”, accompagnata anche dalla solidarietà internazionale.

REDAZIONE - DANIELE ROCCHI 06 mag 2026 08:02