lock forward back pause icon-master-sprites-04 volume grid-view list-view fb whatsapp tw gplus yt left right up down cloud sun
Brescia
di MASSIMO VENTURELLI 27 mar 2024 08:12

Bignami: uscire dalle sacrestie per partecipare

Ascolta

Intervista a don Bruno Bignami, direttore dell'Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei sulla disaffezione al voto e all'impegno

Si avvicinano le elezioni amministrative del giugno prossimo e in tanti Comuni, non solo del Bresciano, si profila lo spauracchio dell’assenza di candidature. Se a Brescia tiene banco il caso Chiari, dove a poco più di tre mesi dal voto si registrano già sei candidature, in molte realtà, soprattutto quelle più piccole, si fa sempre più forte l’ipotesi di corse in solitaria. Se confermato, questo fenomeno andrà a fare il paio con la sempre più ridotta partecipazione al voto. Quelli che si prefigurano non sono scenari incoraggianti, come conferma in questa intervista don Bruno Bignami, direttore dell'Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, che pure non manca di dare chiavi di lettura per comprendere la situazione.

Dall’osservatorio dell’Ufficio che è stato chiamato a dirigere quale lettura date di questa situazione?

Sicuramente è in atto una trasformazione dei modelli di partecipazione. La gente preferisce partecipare dove sente di poter esprimere qualcosa di se o vedere realizzato il proprio impegno. Penso alle varie forme di volontariato e al mondo del Terzo settore che, negli ultimi decenni, rappresenta un’esperienza originale di partecipazione. Accanto a questo c’è la cattiva fama che la politica ha attirato su di sé, consegnata com’è a partiti che non sanno più esprimere una democrazia interna. Questo genera uno sconforto generale perché più che far trovare la porta aperta per poter entrare sono diventati luoghi asfittici dove manca il respiro. I partiti sono percepiti come centri di gestione del potere. Credo che la sola via per risalire la china della partecipazione attiva elettorale sia quella di riformare i partiti nella direzione democratica, raccomandata peraltro dalla Costituzione. Le stesse leggi elettorali in vigore, che non danno all’elettore l’effettiva possibilità di scegliere i propri rappresentanti, non favoriscono la partecipazione. Ciò finisce per riverberarsi anche sulle elezioni locali, dove tuttavia esistono ancora spazi di protagonismo e di responsabilità.

Quale contributo può arrivare dalle parrocchie, della Diocesi in questo tentativo di risalire, almeno a livello locale, la china? Devono rassegnarsi a essere semplici spettatrici?

No, il mondo cattolico già oggi non è spettatore. I cattolici sono presenti in tutti gli schieramenti politici. C’è, però, nella comunità cristiana una sorta di sguardo negativo verso la politica che è identificata con gli attori che se ne fanno interpreti. Dovremmo impegnarci per allargare la prospettiva, facendo in modo che la politica torni a essere una esperienza di servizio, una vocazione nel senso più ampio del termine. È evidente che tutto questo chiede educazione e formazione: i credenti non possono rinchiudersi nelle sagrestie e occuparsi solo di catechesi e liturgia, ma occorre che sappiano entrare nei vissuti sociali con competenza e creatività. La politica è alta vocazione laicale. Questa è la grande partita che dovremmo giocare.

C’è, però, la sensazione che quella relativa all’impegno sociopolitico sia la parte più dimenticata della Dottrina sociale della Chiesa…

È dimenticata nell’agire pratico della comunità cristiana, non nel magistero. L’enciclica sociale Fratelli tutti dedica il quinto capitolo alla «migliore politica». Non era mai successo in passato che un documento fosse così esplicito e che le dedicasse tanto spazio! Da questo punto di vista non siamo sguarniti, abbiamo importanti punti di riferimento. Semmai facciamo fatica a dare gambe al pensiero sociale dentro il vissuto ordinario della comunità cristiana per i motivi già ricordati. Abbiamo ancora la visione di un cattolicesimo sacrale, clericale, spiritualista… La sfida è di formare coscienze laicali che, nella fatica e nella responsabilità, sappiano impegnarsi nel campo sociale e politico.

Eppure, questo mondo c’è quando si tratta di impegnarsi su altri temi come quelli ambientali e solidaristici e caritativi. Questi ambiti sono meno «compromettenti» di quello politico?

Ogni forma di impegno sociopolitico chiede lo stesso grado di «compromissione». Non c’è una forma di impegno più gravosa dell’altra. Le responsabilità restano tali indipendentemente dall’ambito in cui vengono esercitate. Quello che oggi la gente avverte è la necessità di trovare spazi di impegno in cui poter costruire veramente qualcosa di bello. Quando questo non avviene o si vede che la responsabilità è nelle mani di pochi, subentra la tentazione di guardare altrove, verso altre forme di partecipazione. Più riconosciute e più efficaci.

C’è qualche buona prassi di formazione all’impegno sociopolitico?

A Torino ci sono le Piccole Officine Politiche (Scuola POP), attivate dalla pastorale sociale della Diocesi, che mostrano una attenzione speciale ai più giovani. La presenza nelle scuole pubbliche consente di raggiungere un numero significativo di ragazzi. La Diocesi di Senigallia, inoltre, sta realizzando da qualche anno laboratori di partecipazione sul tema sia dell’ecologia integrale che della democrazia. Ci sono infine molte altre esperienze in corso segnate da una novità: non scuole ma laboratori, percorsi e attività caratterizzate dalla capacità di aprirsi ai territori e di rendere le persone protagoniste.

Tina Anselmi, in un libro in cui raccontava come la sua vicenda umana e politica fosse intimamente legata alla sua vita di fede, lanciava un appello: “Se vuoi cambiare il mondo devi esserci”. Cosa dicono oggi alle nostre comunità queste parole?

Queste parole sono di un’attualità straordinaria. Davvero è fondamentale esserci, vivere incarnati dentro la storia, disposti ad assumere la responsabilità di servizio al bene comune. Figure come Tina Anselmi hanno saputo mostrare una dedizione totale all’impegno civile e una spiritualità profonda. Tina si è ribellata al male, rappresentato dal nazifascismo, e ha capito che la partecipazione era un dovere di vita cristiana. Anche oggi è necessario esserci, non per occupare spazi, ma per avviare processi di democrazia autentica. I cattolici devono saper offrire un contributo culturale e spirituale per la costruzione di una società differente, capace di speranza e di rispondere ai problemi della gente. Possono essere una riserva di energia viva!

MASSIMO VENTURELLI 27 mar 2024 08:12