Beatrice Fazi: Un amore che non si può descrivere
Oggi si celebra la Festa della Mamma, una ricorrenza dedicata a tutte le madri e al valore della maternità. In Italia cade tradizionalmente la seconda domenica di maggio ed è un’occasione per riflettere sul significato dell’amore materno, dell’educazione, della cura e dei legami familiari che accompagnano la vita di ciascuno di noi. Per l’occasione, il Sir ha intervistato Beatrice Fazi – attrice, conduttrice e autrice del libro “Un cuore nuovo” -, che racconta con sincerità la propria esperienza di madre, le fragilità, gli errori, le fatiche e le scoperte vissute nel rapporto con i figli. Un dialogo profondo che attraversa il tema della maternità in tutte le sue sfumature: dall’amore incondizionato alle difficoltà quotidiane, fino al significato più ampio del prendersi cura degli altri.
Siamo alla vigilia della Festa della Mamma. Quando sente il termine “mamma”, qual è la prima parola che le viene in mente?
Amore. L’amore incondizionato. Almeno per quanto mi riguarda, la prima cosa che provo è una grande tenerezza. Mi vengono in mente i miei figli e quindi il regalo che sono stati per me, anche se non è sempre facilissimo essere la mamma perfetta. Anzi, è impossibile esserlo. Con la parola “mamma” mi tornano incontro anche i ricordi della mia infanzia: la mia mamma, il bisogno che ho avuto di lei, la lontananza che purtroppo ci divide, la fuga che ho fatto dalle mie origini a diciott’anni, i contrasti che ci sono stati. Viene davanti a me tutto insieme. Ma soprattutto l’amore che non si può descrivere: non esiste un altro amore come quello di una mamma, almeno per come l’ho vissuto io. Poi ci sono anche situazioni disfunzionali, me ne rendo conto: storie di abbandono, di critica, di sofferenza. Eppure, nonostante tutte le debolezze, gli errori e le fatiche, nella mia vita la parola “mamma” rappresenta l’amore più grande, quello su cui puoi contare sempre.
Qual è stata la sfida più grande? Cosa ha scoperto di sé attraverso il rapporto con i suoi figli e l’essere mamma?
Ho avuto un lungo cammino per imparare a essere madre e non credo di aver imparato a non fare errori, anche grossolani. La sfida non finisce mai: è quotidiana. I figli crescono, cambiano età, e tu non puoi trattarli sempre nello stesso modo. Ogni figlio è diverso e devi capire che con ciascuno serve un dialogo e un modo di porsi differente. Ho fatto un grande errore in passato: pensavo che essere giusta ed equanime significasse comportarsi con tutti nello stesso modo. Invece è sbagliato. Loro hanno bisogno di sentire che il rapporto con ciascuno è esclusivo e unico. Vogliono sentirsi, ognuno, il tuo preferito. E questo è difficilissimo, perché sono sempre lì a guardare come tratti l’altro. La sfida più grande è proprio questa: farli sentire amati in maniera esclusiva. Ho fatto tanti errori legati all’intemperanza e all’incapacità di gestire la mia frustrazione. Nei momenti in cui erano molto piccoli non potevo lavorare: dovevo stare a casa, perché ne ho avuti due a soli quattordici mesi di distanza. Poi è nato il terzo e ne ho persi quattro. La mia maternità è piena di sfumature. Ho urlato molto, sono stata severa, esigente, perfezionista. Mi portavo dietro anche una ferita enorme: l’aborto che avevo praticato a vent’anni. Quella esperienza mi ha sicuramente condizionata psicologicamente. Quando poi ho desiderato dei figli, li volevo perfetti e per molto tempo ho pensato che fossero quasi una medaglia da esibire. Ho fatto tanti errori “da manuale” prima di capire che i figli sono un miracolo: non sono un diritto, ma un dono straordinario. E soprattutto sono persone diverse da noi. La sfida è ricordarsi sempre che non sono “tuoi”: gli devi rispetto e gli devi la vita. La fatica più grande è stata il periodo in cui erano molto piccoli. Ero senza lavoro, piena di desideri e il rapporto con mio marito non era ancora così consolidato. I figli inevitabilmente fanno le spese delle fragilità dei genitori e credo di aver riversato su di loro anche alcune mie frustrazioni. Io sono una mamma che ha bisogno di essere tanto perdonata. E ho avuto questa grazia, questa fortuna, perché sento che crescendo i miei figli hanno compreso molte cose. Abbiamo sempre parlato molto. Mio marito è stato molto bravo: non mi ha mai demolita davanti a loro. E io ho cercato di non demolire lui. Alla fine, navigando a vista, ce la stiamo cavando come famiglia.
Che messaggio si sente di lasciare a chi è mamma e a chi è figlio?
Direi di avere il coraggio di buttarsi in questa avventura straordinaria che è fondare una famiglia, anche numerosa. Capisco benissimo tutte le difficoltà economiche, politiche e l’angoscia che spesso ci sovrasta in un mondo che sembra offrire poca luce per il futuro. Però ne vale la pena. La mia famiglia è il mio rifugio. È il luogo dove ho imparato a conoscermi e ad amarmi. Ho imparato l’amore, il servizio, il significato delle relazioni disinteressate. Ho imparato anche a correggermi, a essere corretta, a guardare senza paura gli errori che tutti facciamo e a sperimentare la possibilità di essere perdonata e accolta. Certo, senza una motivazione profonda, senza il desiderio di stare dentro questa avventura anche quando è faticosa, la famiglia non la puoi costruire. È un luogo in cui devi investire tantissimo di te stesso per crescere. Ma ne vale sempre la pena. Direi anche di non mollare, perché non esiste la famiglia perfetta, non esiste il matrimonio perfetto. Arrivano le crisi, i contrasti, le incomprensioni, l’incapacità di capirsi. Ma se resti dentro quella relazione e comprendi che c’è un bene più grande da perseguire, allora tutte le fatiche si possono attraversare.
Celebriamo la Festa della Mamma, ma ci sono anche donne che, per motivi diversi, non hanno potuto diventare madri. Cosa si sente di dire loro?
Non è vero che non possono essere madri. Io stessa, al di là della maternità biologica, sperimento continuamente una forma di maternità diversa nelle persone di cui sono chiamata a prendermi cura. Prendersi cura degli altri, dei figli degli amici, dei ragazzi che hanno bisogno di una parola o di un punto di riferimento: tutto questo è già una forma di maternità e di paternità. Nella nostra società siamo chiamati a questo: a prenderci cura degli altri maternamente e paternamente, non solo dei più giovani, ma anche delle persone fragili, degli ultimi, perfino di persone più adulte di noi. Questa esperienza la può vivere chiunque ed è qualcosa di bellissimo e profondamente gratificante. Per questo direi di non vivere la mancata maternità biologica come una sfortuna. Forse si è chiamati a vivere un’altra forma di maternità, altrettanto vera e significativa. Probabilmente c’è un talento, una vocazione da esprimere fino in fondo. E questa è una grande sfida che riguarda tutti: coglierla e viverla pienamente.
@Foto Siciliani/Gennari/Sir