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Milano
di MASSIMO VENTURELLI 03 giu 07:30

La Repubblica in cerca di nuova salute

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Pero Bassetti, 92 anni e primo presidente della Regione Lombardia, ha ripercorso per "Voce" i 75 anni dal 2 giugno 1946 ad oggi. Il passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica ha causato un vuoto di valori di cui il Paese sta pagando le conseguenze. Il futuro della Repubblica sarà solo in chiave europea

Un “formidabile strumento di civiltà” ma anche “un cantiere”. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha più volte definito l’Italia che il 2 giugno ha ricordato il 75° anniversario della proclamazione della Repubblica. A tre quarti di secolo dal referendum istituzionale del 2 giugno del 1946 le sfide per il Paese non mancano e il “cantiere” sembra ancora lontano dalla sua chiusura. Anzi! Il vero tema è la capacità dell’Italia repubblicana di saperle affrontare e condurre in porto con successo. È questo il parere di Piero Bassetti, 92 anni, imprenditore prestato alla politica per un lungo tratto della storia del Paese, nato dal voto del 2 giugno del 1946.Primo presidente della Regione Lombardia, delinea con chiarezza limiti e prospettive dell’Italia repubblicana.

Presidente, come sta l’Italia repubblicana?

L’Italia repubblicana ha goduto di una salute relativamente buona sino a quando ha potuto vivere del traino esercitato dall’opposizione al fascismo, alla guerra e a quei disvalori che erano incardinati nell’esperienza della monarchia. La lezione tragica del ventennio fascista e della guerra aveva indotto il popolo italiano a girare pagina, esprimendo il meglio che con gli anni, però, è andato virando verso il peggio.

Qual è stato lo snodo che l’ha portata al cambio di valutazione?

Personalmente colloco il punto di svolta nel periodo in cui si è consumata la vicenda Moro, quando è venuto meno il ruolo delle grandi forze politiche che avevano portato il Paese fuori dalle secche del dopoguerra: la Dc, il Pci, attorno a cui si riconosceva il mondo del lavoro organizzato, e quell’area un po’ illuminista che faceva riferimento a Ugo La Malfa.Insieme questi mondi avevano svolto un ruolo importante nel determinare il successo della Prima repubblica. Con il passaggio alla Seconda tutto questo è tramontato.

Perché?

Perché la nuova politica non ha avuto la capacità di incarnare valori come lavoro, imprenditorialità, creatività che insieme a propensione al benessere e qualità della vita erano stati quelli della ripartenza dopo la guerra. Ma nemmeno ha saputo trovarne di nuovi, altrettanto importanti. A tutto questo si è aggiunto il fatto che il mondo e la storia hanno alzato sempre di più l’asticella: tutto, a ogni latitudine, è diventato più difficile. La politica è stata chiamata a sfide nuove, ma non ha saputo interpretarle. Il Paese non ha avuto quella capacità, che riconosco a una città come Brescia, di plasmare il peggio verso il meglio. Le nuove sfide sono giunte in un momento storico in cui l’Italia ha pagato un vuoto di ideali e di valori.

L’Italia repubblicana tornerà mai a “buone condizioni”?

Ogni tanto arrivano eventi che ci indicano quali sono i valori a cui fare affidamento per recuperare

quanto abbiamo perduto. La pandemia, per esempio, ci ha costretto a comprendere come la salute sia un valore a cui tutti, salvo forse i no-vax, devono tendere. Allo stesso modo, poi, le fotografie di bambini annegati sulle sponde del Mediterraneo devono farci comprendere che il tema dell’immigrazione non potrà essere mai affrontato e risolto se non inquadrandolo sul piano di quelle sfide che la definizione di nuovi valori porta con sè. La storia ci sta sfidando a cogliere problematiche che si risolvono solo all’insegna della riconferma di valori eterni o alla scoperta di nuovi, in contesti che sono profondamente cambiati

È solo la politica che deve ripensarsi?

No. Il Paese deve essere ricostruito e l’Italia sta affrontando la sfida di uno stato a pezzi affidato a un banchiere come Mario Draghi, di cui nessuno certo contesta il valore, ma di cui pochi riconoscono le difficoltà delle sfide affidategli. L’Italia non può essere ricostruita solo sulla base della disponibilità di molti soldi. Occorre ripensare tutto il sistema delle nostre istituzioni definite dall’art. 114 della Costituzione, a cominciare dalla pubblica amministrazione. Occorre rivedere il sistema dei ministeri. L’art 114 dice infatti che la Repubblica è fatta, oltre che dallo Stato, da Comuni, Province, Città, città metropolitane e Regioni. Un apparato che già esisteva durante la monarchia e che ha gestito il potere centrale ancora con criteri del passato.

Cosa manca al cammino repubblicano per essere maturo?

Dobbiamo curare l’efficacia del potere centrale, gli strumenti per gestire le nuove sfide che via via vengono avanti. Draghi è sicuramente una grandissima risorsa del Paese, ma senza un’efficace e integrale revisione del sistema, anche i suoi sforzi rischiano di essere vani. Questa è anche la grande sfida a cui ci chiama l’Europa con il piano “Next Generation Eu”.


Il futuro dell’Italia si concepisce, allora, solo in una prospettiva europea?

Dobbiamo gettare le basi per la costruzione di una società diversa, ma possiamo farlo, davanti a una geografia del mondo che è cambiata, solo pensandoci, insieme agli altri 26 Stati nazionali dell’Unione, come parte di un’unica Europa. Solo così l’Italia può pensare di affrontare le grandi sfide della ripartenza dopo la pandemia e la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo.

Quella che lei indica non è solo una prospettiva politica, ma anche, o soprattutto, culturale…

Sì. Sono convinto che la dimensione in cui gli italiani possono giocare al meglio le sfide indicate sia quello dell’acculturamento del Paese. E questa è una sfida per gli intellettuali e a cui nemmeno la Chiesa può sottrarsi, come del resto sta dicendo da tempo anche papa Francesco.


MASSIMO VENTURELLI 03 giu 07:30