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Roma
di NICOLA SALVAGNIN 03 ago 2026 07:07

Occupazione in salita? Sì, ma...

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Due dati gettano una solida ombra sulla luce delle assunzioni: cala il reddito medio di chi lavora; chi viene assunto, molto spesso ha dietro un contratto a tempo determinato

Le statistiche dicono che mai l’occupazione in Italia aveva registrato numeri così positivi: sempre più lavoratori, sempre meno disoccupati. Ma dentro il pollo di Trilussa occorre vederci chiaro: anzitutto le assunzioni si stanno concentrando nel settore privato e in minor parte in quello pubblico. In drastico calo il lavoro autonomo, le partite Iva: anche perché in molti scelgono lo stipendio fisso e sicuro a redditi sempre più incerti.

Ma altri due dati gettano una solida ombra sulla luce delle assunzioni: cala il reddito medio di chi lavora; chi viene assunto, molto spesso ha dietro un contratto a tempo determinato.

Con ordine: il primo dato segnala un movimento positivo delle assunzioni, ma in settori “poveri”, laddove le retribuzioni sono basse. E nello specifico parliamo del terziario meno avanzato, dell’accoglienza e del turismo. Quello del lavoro “povero” è un fenomeno che sta uscendo dalle mere statistiche per diventare una delle questioni sociali più importanti per l’Italia, assieme alla fuga all’estero dei giovani meglio formati: percepire retribuzioni che permettono la sopravvivenza e poco più ha riflessi che colpiscono fondamenta importanti per la nostra vita (famiglia, figli, casa, tenore di vita, coesione sociale).

D’altronde l’Italia è uno dei Paesi al mondo – al mondo – che più si accanisce fiscalmente sul lavoro, laddove 100 euro dati al lavoratore costano all’azienda quasi il doppio: un indubbio freno verso assunzioni stabili e contratti migliorativi.

L’economia italiana, poi, è in realtà semi-ferma da trent’anni, bloccata in un “tirare a campare” che non produce nuova ricchezza aggiuntiva. La produttività è stagnante, la torta da dividere è sempre quella mentre in Germania nello stesso periodo di tempo è cresciuta del 30% e in Francia del 25.

Sul perché l’Italia abbia scelto il tirare a campare è questione enorme che riguarda l’imprenditoria e la politica. Ma non c’è dubbio che sia così e che il lavoro a tempo e le retribuzioni basse siano le dirette conseguenze di non scelte reiterate nel tempo.

Attenzione: una terza ombra incombe sul nostro panorama. Molto nuovo lavoro ha portato giovani italiani a darsi da fare, in attesa che… Colmando così il buco lasciato da chi prima occupava o avrebbe occupato quei posti, accontentandosi: i lavoratori stranieri. Ce ne sono sempre meno, per varie ragioni che anch’esse aprono discorsi ben più ampi.

Ma il “serbatoio italiano” si sta svuotando e ci sono province nel Nordest, in Lombardia e in Emilia che già ora sono estremamente carenti di personale: da qui al 2030 un milioncino di posti di lavoro si rivolgerà agli annunci del personale. Qualche soluzione andrà trovata, prima che s’ingrippi la macchina produttiva o scelga definitivamente di trasferirsi all’estero.

NICOLA SALVAGNIN 03 ago 2026 07:07