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Roma
21 set 2022 14:36

Una politica capace di superare l’attuale crisi

L'appello di Rete Pace Disarmo in vista della prossima legislatura

Il movimento per la pace è autonomo ed indipendente. Esprime una propria pratica politica per il disarmo e la pace, ma è apartitico. Come Rete Pace Disarmo vogliamo dialogare con tutti ma nel rispetto dei reciproci ruoli. Guardiamo al mondo della politica, e soprattutto delle Istituzioni, come luogo che deve fare sintesi delle diverse proposte che, nel nostro caso, elaboriamo grazie alle competenze delle tante organizzazioni che si riconoscono nella nostra Rete.

La scadenza elettorale del 25 settembre dovrebbe far emergere tra i partiti e i candidati le idee su temi fondamentali come la pace, il disarmo, la difesa, le relazioni internazionali. Temi sui quali la quasi unanimità degli schieramenti politici, a differenza dalla popolazione italiana che auspica la pace e desidera rafforzare le opportunità per raggiungerla, sembra ritenere possa esistere una sola politica: come se fosse possibile governare un Paese come l’Italia con il pilota automatico, limitandosi a slogan e semplificazioni. La pace invece si raggiunge con il dialogo continuo e fiducioso e con il coraggio delle scelte nonviolente.

Sentiamo il bisogno di riprendere il dibattito e l’impegno per il rafforzamento e la riforma democratica delle Nazioni Unite come luogo di pari dignità di tutte le nazioni. Un luogo in cui rilanciare il diritto internazionale in quanto strumento utile a regolare le relazioni tra gli Stati, senza condizionarne l’applicazione alle convenienze di specifiche e contingenti alleanze o congiunture. Se non avverrà una cessione di sovranità degli Stati a favore di un soggetto internazionale rappresentativo di tutte le nazioni e super partes continueremo a vivere regolati dalla “legge del più forte”, dall’avidità di parte, dalla ricerca del potere e della vittoria contro l’altro per interessi strategici e geopolitici; come nel medioevo ma con la presenza dell’arma di distruzione di massa: quella nucleare.

Sentiamo il bisogno di un’Europa diversa, non allineata. Di un’Europa politica, sociale, solidale, inclusiva, che difenda il modello di Stato sociale che qui è stato inventato, che guardi all’Africa, all’Asia e alle Americhe scrollandosi di dosso il passato coloniale e che sia promotrice del superamento dei blocchi e di quella “sicurezza condivisa per un futuro comune” che deve essere alla base di una nuova politica europea e globale.

Esprimiamo la nostra contrarietà a una società che si basa sulla violenza e la sopraffazione dell’altro o dell’altra e che vede nei femminicidi l’apice di una aggressività sociale inaccettabile e per la quale dobbiamo esigere l’impegno di tutti. Le disuguaglianze sono la porta alla violenza e la violenza è portatrice di guerre e disgregazioni dei desideri positivi di convivenza. L’aumento della retorica bellicista e il miraggio di poter risolvere i problemi del mondo con “vittorie militari” ormai impossibili e sicuramente non in grado di affrontare alla radice le motivazioni dei conflitti si pongono in antitesi con la strada che vogliamo percorrere, e che deve partire con un rilancio dei concetti, delle prospettive, delle pratiche di una vera “Pace positiva”. Per questo sono necessari nuovi cammini di educazione alla Pace, a una vera politica della Nonviolenza, al disarmo umanitario e climatico (che, mettendo al centro la protezione delle persone e delle comunità, sono il faro delle campagne internazionali di cui facciamo parte).

Avremmo voluto che l’elezione del nuovo Parlamento diventasse l’occasione per un dibattito sul nostro futuro, sul futuro dell’Italia, dell’Europa, della Terra perché questo è la posta in gioco. Sarebbe servito un grande dibattito pubblico nazionale sul futuro. Assemblee, seminari, confronti di idee nelle scuole, nelle fabbriche, nei circoli, nelle piazze nei quartieri come si è iniziato a fare in altri Paesi (Bolivia, Brasile, Tunisia, Cile…) dove hanno compreso che ne vale la pena, che è il momento di partecipare prima di delegare. In questa ottica ci pare fondamentale valorizzare sempre di più il contributo e l’approccio femminista al progresso globale e del nostro Paese.

Invece, no. Salvo poche eccezioni il dibattito sul nostro futuro, su come costruire l’alternativa alle guerre, alle migrazioni forzate, al riscaldamento climatico, al lavoro con sempre meno diritti, al divario crescente tra ricchi e poveri, è schiacciato sulla ricerca del voto per il voto e la rincorsa ai sondaggi.

Consapevoli di questa situazione chiediamo che la politica faccia la sua parte offrendo un cambiamento nei diritti che la società attende e non rinunciamo a esigere risposte ed impegni da chi si candida per rappresentare in Parlamento ed a governare l’Italia.

L’Italia, l’Europa, il Pianeta sono dentro una crisi di sistema globale che attraversa tutti i continenti che governi e poteri economici non sembrano riconoscere, forse perché più attenti ai gruppi di interessi che ne traggono vantaggio, e che decidono chi potrà stare al sicuro e chi no. Da decenni il mondo intero attraversa crisi continue di tipo finanziario, sanitario, climatico, con ripercussioni dirette sulla vita e sul futuro della popolazione mondiale e delle future generazioni. Le diseguaglianze sociali ed economiche crescono, le malattie diventano pandemia, i diritti e le democrazie sono minacciate, i ghiacciai stanno scomparendo, le emissioni di CO2 non diminuiscono, intere popolazioni sono costrette ad emigrare…. ma ancora non si vuole ascoltare il campanello d’allarme dell’emergenza in corso, dell’urgenza di ripensare al modello di sviluppo e di relazioni internazionali, di fermare la corsa all’autodistruzione climatica o nucleare. Le guerre e la crisi climatica stanno accentuando le povertà nel pianeta (anche a casa nostra): la miseria è nemica della pace.

Ci sarebbe bisogno di un grande sforzo mondiale di cooperazione globale per un futuro comune di cui l’Europa potrebbe essere artefice con un approccio di neutralità attiva, invece si continua ad alimentare lo scontro e dividere il mondo in blocchi. Alle crisi diplomatiche si risponde con la guerra, si preparano altre guerre spendendo ingenti risorse economiche e naturali. Abbiamo la necessità di tornare a un contesto di relazioni internazionali garantite e inclusive.

L’idea di sconfiggere la crisi globale del sistema attraverso il riarmo dei singoli Paesi, alzando muri, chiudendo porti e frontiere, prelevando risorse energetiche e materie prime a basso costo dall’Africa o dagli oceani, firmando accordi con dittatori o autocrati, militarizzando i territori, difendendo i nostri interessi di privilegiati con armi e guerre è ciò a cui stiamo assistendo e purtroppo subendo, conducendoci ineluttabilmente verso la crisi permanente ed il rischio di un conflitto nucleare.

Cinquant’anni fa gli obiettori di coscienza rinchiusi in carcere riuscirono ad influire culturalmente e politicamente sulla società, fino ad ottenere dal Parlamento la Legge che ha riconosciuto il diritto al rifiuto del servizio militare e ha istituito il servizio civile, una palestra di democrazia e solidarietà che ha formato milioni di giovani italiani alla cittadinanza attiva. Abbiamo raccolto il testimone di quei pionieri che hanno migliorato la democrazia repubblicana e ancor oggi vogliamo dare piena attuazione alla visione costituzionale di ripudio della guerra, anche sostenendo le esperienze di obiezione e resistenza alla guerra in tutto il mondo.

Questo è il nostro contributo che ha come ancoraggio la nostra Costituzione che ripudia la guerra, gli ideali che hanno portato a pensare a una Europa sociale unita e un sistema globale, le Nazioni Unite, dotate di strumenti per proteggere e garantire pace, sicurezza e benessere per tutte e tutti sulla base del diritto internazionale.

Tuttavia, fatta questa analisi molto severa della situazione, non possiamo fare a meno di riconoscere le energie positive che si sono sviluppate e che si sviluppano nella nostra società e che si collocano controcorrente rispetto al dominio dei media, degli apparati militari, della politica della caccia al consenso con slogan e parole vuote, non credibili.

Sindacati, Organizzazioni non governative e della società civile, parrocchie, stampa alternativa, associazioni ambientaliste, iniziative dal basso auto organizzate costituiscono un tessuto positivo in cui è attivo anche il movimento pacifista con le sue campagne. Si vuole contrastare con pazienza e perseveranza, in nome di valori etici e politici di cui è maestro Papa Francesco, il degrado in corso della civile convivenza.

Da queste considerazioni traggono motivazione le proposte, i temi, le campagne che secondo noi devono essere parte della “politica di pace, disarmo, nonviolenza” ormai necessaria, con fondamentali connessioni con Ambiente, Lavoro, Diritti Civili. Proposte e temi che continueremo a mettere al centro della nostra azione anche nella prossima Legislatura.

La necessità di una nuova politica estera

Lo stato attuale delle relazioni internazionali richiederebbe una nuova politica estera dell’Italia basata sul non allineamento con i blocchi e che definisca come “interesse nazionale” il co-sviluppo con i popoli del sud e la soluzione negoziata dei conflitti, mettendo al centro un “Mediterraneo di Pace” e il rilancio del progetto delle Nazioni Unite. In tale contesto il nostro Paese dovrebbe:

Farsi parte attiva di una iniziativa politica affinché l’Unione Europea promuova negoziati di pace nel quadro dell’Osce e delle Nazioni Unite basati sul concetto della sicurezza condivisa dall’Atlantico agli Urali e del riconoscimento dei diritti di tutti i popoli e i gruppi linguistici.

Promuovere la ripresa del processo di integrazione dell’area mediterranea che favorisca il co-sviluppo economico, anche attraverso la revisione equa dei trattati commerciali euro-mediterranei e i processi di democratizzazione, in particolare sostenendo la società civile mediterranea.

Riconoscere lo stato di Palestina sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e sospendere la collaborazione militare con Israele sino al raggiungimento di accordi di pace.

Sospendere la collaborazione sulla produzione di armamenti con la Turchia sino alla completa cessazione delle campagne militari contro le popolazioni kurde.

Sviluppare iniziative diplomatiche finalizzate alla convocazione di una conferenza per la pace in Medio Oriente e la soluzione negoziata dei conflitti in Siria, Libia, Marocco e Sahara Occidentale, Yemen, Etiopia, Corno d’Africa, Nigeria, Congo, Sahel, Myanmar, tra gli altri.

La necessità di nuova politica di disarmo

Riduzione delle spese militari (in particolare quelle destinate all’acquisto di nuovi sistemi d’arma) per rafforzare la spesa sociale e iniziative di mitigazione della crisi economica per le fasce deboli della popolazione. Come elemento specifico ulteriore, richiesta di spostamento consistente dei fondi dalle missioni militari all’estero verso la cooperazione e gli aiuti allo sviluppo.

Promuovere politiche concrete di riconversione dell’industria militare verso la produzione civile, con rafforzamento di fondi per lo sviluppo locale sostenibile, in particolare istituendo una Agenzia Nazionale per la riconversione (dotandola di fondi necessari per ricerche e studi).

Inserire la prospettiva del disarmo climatico (con iniziative preventive di studio ed analisi) e della trasparenza delle emissioni climalteranti di natura militare (e provenienti dalla produzione di armi) nelle strategie nazionali di contrasto al cambiamento climatico e che affrontano le emergenze di natura climatica, meteorologica, di equilibrio ecologico.

Dare concretezza all’obiettivo, più volte ribadito dall’Italia, di un disarmo nucleare globale e completo facendo i passi necessari affinché il nostro paese possa aderire al Trattato di proibizione delle armi nucleari TPNW mediante la presa in carico e la realizzazione dei 50 punti di azione previsti dal “Piano di Vienna” approvato a metà 2022 dai paesi membri del Trattato.

Rendere più stringente il controllo dell’export militare italiano, applicando rigorosamente i criteri e dei meccanismi previsti sia dalla legge nazionale (la 185/90) sia dalle norme internazionali (trattato ATT e Posizione Comune UE) sul tema. Il flusso di armi verso i Paesi in conflitto e le situazioni di instabilità (dall’Ucraina allo Yemen, dall’Africa all’Asia) rende più facile e intensa la violenza armata e favorisce il rischio di guerra. Dobbiamo ridurre al massimo gli impatti negativi provocati delle armi italiane, applicando anche in questo ambito i principi del Disarmo Umanitario.

Chiediamo che l’Italia firmi e rilanci con convinzione la dichiarazione politica contro l’uso di armi esplosive in contesti popolati elaborato in questi anni anche grazie alla pressione della società civile internazionale.

Chiediamo che l’Italia rinunci al già finanziato programma di armamento dei propri droni militari: l’uso di tali sistemi, spesso in contesti esterni ai conflitti e quindi in maniera illegale, esacerba le situazioni di instabilità e in questa fase configurerebbe uno strumento armato i cui confini legali di utilizzo (sia in ambito nazionale sia internazionale) sono poco chiari e rischiano di avere effetti altamente controproducenti.

L’Italia deve farsi promotrice (insieme al numero maggiore di Paesi possibile) di percorsi di messa al bando preventivo delle armi letali completamente autonome (i cosiddetti “killer robots”) il cui sviluppo e applicazione sui campi di battaglia potrebbe disumanizzare ancora di più la guerra con impatti incalcolabili sulla vita delle persone, sui territori, sull’ambiente. A nessuna “intelligenza artificiale” può essere assegnata la facoltà o il compito di decidere della vita e della morte di un essere umano.

La necessità di una difesa non armata e nonviolenta

Promuovere la Difesa Civile non armata e Nonviolenta, riattivando il percorso di discussione e di approvazione della proposta di Legge di iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile”: serve una riforma organica del sistema di difesa del nostro Paese, in ottemperanza con gli articoli 11 e 52 della Costituzione, che si fondi su principi di multilateralismo e “neutralità attiva”. In tale ottica è necessario arrivare ad istituire il Dipartimento per la Difesa Civile non armata e nonviolenta.

Promuovere continue sperimentazioni di interventi di difesa civile non armata e nonviolenta, riattivando, senza nessun costo per lo Stato, il Comitato DCNAN (Difesa civile non armata e nonviolenta) finalizzato proprio alla ricerca, sperimentazione, innovazione e previsto dalla legge 230/98

Dare continuità alla sperimentazione dei Corpi Civili di Pace, quale strumento specifico e insostituibile di prevenzione dei conflitti armati e della violenza e in azioni di protezione e di abbassamento della tensione alternative all’intervento armato

Il Servizio Civile Universale come programma costruttivo per la pace

Occorre arrivare quanto prima al potenziamento e stabilizzazione del contingente annuo del Servizio Civile Universale: i 250 milioni chiesti all’Europa con il PNRR, che si aggiungono ai 400 stanziati negli ultimi anni dal Governo, devono significare contingenti di 100.000 ragazzi e ragazze all’anno così a portare ad una stabilizzazione vera di questo Istituto (senza reintrodurre obblighi contraddittori con la natura libera della partecipazione civica e senza sprechi organizzativi e burocratici che la leva comporta).

La necessità di promuovere una cultura di Pace

L’educazione alla pace, alla nonviolenza e al rispetto dei diritti umani venga inserita nei programmi scolastici a tutti i livelli – dalla Scuola primaria all’Università – e venga potenziato il sostegno alle organizzazioni della società civile che propongono iniziative e progetti in tal senso.

Riteniamo fondamentale che l’educazione alla pace, alla nonviolenza e al rispetto dei diritti umani trovi spazio nella programmazione dei canali radio-televisivi pubblici, prevedendo di inserire nel Consiglio di Amministrazione RAI e la Commissione Parlamentare di Vigilanza della RAI una figura competente.

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