Consigli di quartiere: cambio di direzione?
La lettera di Mirco Biasutti, consigliere del Gruppo consiliare “Partito Democratico” in Loggia
Dal 2014 l’amministrazione cittadina è impegnata in un faticoso recupero di spazi dediti alla partecipazione democratica, alla vita politica e amministrativa dei residenti a Brescia.
Brescia ha una lunga tradizione di partecipazione “dal basso”, a partire dagli anni 60/70 del Novecento, con l’esperienza dei comitati di quartiere spontanei nei villaggi. Cosa è cambiato da allora? Un sempre maggiore distacco dei cittadini dai partiti, quindi dalla politica; una situazione aggravata, dal 2014, dalla cesura tra amministrazione e territorio data dall’abolizione delle Circoscrizioni.
Ne conseguono due necessità: da un lato, per chi si trova ad amministrare, l’esigenza di poter sentire ancora il respiro della città, coglierne le esigenze e le urgenze; dall’altro lato, quella di rinnovare l’interesse alla Politica nel senso più ampio del termine. Un tentativo di risposta a queste due esigenze lo si è trovato nell’elezione dei Consigli di quartiere con lista unica non partitica: elettorato attivo e passivo a partire dai sedici anni e liste aperte anche ai non italiani, purché residenti in città da almeno cinque anni, tutto ciò nella prospettiva di un allargamento della partecipazione in senso democratico ed orizzontale.
Da lì è iniziato un articolato cammino verso il consolidamento di questo nuovo apparato partecipativo: una serie di provvedimenti che, negli anni, hanno via via ampliato la “cassetta degli attrezzi” a disposizione dei Consigli di quartiere per poter essere sempre più affini a ciò per cui sono stati istituiti: catalizzatori delle energie di un territorio, promotori di cittadinanza attiva, di socialità e di un lavoro in rete con tutte le realtà presenti nel territorio di riferimento; laboratori di analisi dei problemi di un quartiere e interfaccia privilegiata con il Comune per la soluzione degli stessi.
Un percorso articolato e progressivo, non semplice ma con un chiaro intento: rafforzare e far crescere questo nuovo spazio democratico in cui, fin da subito, tanti volontari e volontarie si sono ritrovati. Alcuni con una sensibilità politica già strutturata, altri mossi da puro spirito di servizio, avulsi dal confronto politico e di partito, forse, questi ultimi, sono i più vicini alle finalità e alle motivazioni fondanti dei consigli.
Lungo questo percorso, la sempre più manifesta importanza dei Consigli di quartiere nelle dinamiche politiche cittadine e la loro aumentata autorevolezza come rappresentanti di parti di città hanno portato al maturare di una naturale — possiamo dire inevitabile — dialettica tra Consigli di quartiere e forze politiche. Una dialettica che, nel rispetto dei ruoli, arricchisce certamente il confronto e il dibattito, portando nella discussione una prospettiva nuova, diversa e “laterale” rispetto alla consuetudine.
L’importante, nuovo e originale spazio di confronto tra CdQ e partiti porta con sé nuove responsabilità, specie per le forze politiche che siedono in Consiglio Comunale. Questa nuova modalità di confronto è da intendersi positiva e arricchente per tutte e tutti se rimane nella dimensione dell’ascolto, del confronto rispettoso e del passaggio di informazioni, al fine di far emergere nuove istanze alla dimensione di quartiere.
Diverso è se il tutto si traduce solo in nuove possibilità di propaganda partitica; se i CdQ vengono ridotti alla stregua di cassa di risonanza delle proposte di un partito o, peggio ancora, se — facendo leva sulla quota di consiglieri politicamente più vicini — si cercasse di far passare come ordini del giorno dei Consigli di quartiere i propri documenti e proposte, solo invece espressione pur rispettabile della linea di un partito. È un fenomeno già iniziato: lo si è visto sui temi del verde, della sicurezza e dell’igiene urbana. Credo di non sbagliare pensando che questa modalità nei rapporti stia mettendo a repentaglio l’intero impianto dei CdQ, almeno nella modalità e con le finalità per cui sono stati pensati.
È legittima, quindi, la domanda se — viste le finalità e i motivi che hanno portato alla nascita dei consigli di quartiere — sia corretta questa troppo invasiva forma di relazione tra partiti e CdQ. Possiamo immaginare volontari senza alcun interesse partitico, messisi a disposizione del proprio quartiere con fatica, rubando ore alla famiglia e al proprio tempo libero (magari ragazzi e ragazze di 20 anni: pochi, ma ci sono) con quale voglia possano continuare il proprio impegno serenamente, se tirati per la giacchetta ogni "tre per due"?
Credo sia urgente un cambio di direzione: dialogo sì, ma rispettoso dei ruoli e di questa preziosa forma di volontariato, nell’interesse non tanto di questo o quel partito, ma delle persone, quindi di tutta la città.