A 20 anni dalla morte di Oscar Di Prata
Il 5 gennaio ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa di Oscar Di Prata che ha segnato con le sue opere la vita artistica del Novecento. Dedicò la sua vita all’arte: pittore, affreschista ed autore di cartoni sia per mosaici che per vetrate. Non mancarono graffiti e anche piccole ceramiche come sperimentazione e libertà creativa nelle forme e nel colore. Ha dipinto fino all’ultimo riuscendo ad esprimere l’invisibile attraverso il visibile. La sua è stata una pittura prevalentemente gestuale che si è addentrata soprattutto nelle cromie e nel ritmo compositivo, entro cui a volte ha prevalso l’amore per l’arte antica e, altre volte, l’emozione di nuovi percorsi creativi anche d’empito astratto, come egli stesso ebbe a sottolineare.
Ma fu anche un uomo saggio. E in occasione di questo anniversario vorrei ricordare questo aspetto con la risposta che mi diede quando gli chiesi: “Qual è il maggior consiglio che daresti alla gente sulla vita?”.
“Direi che va vissuta senza egoismo, perché l’egoismo crea delle remore e dei pesi inutili.
E’ un poco come riempirsi delle tasche d’oro che poi pesa addosso. Quello che si ha e che si possiede veramente deve essere una conquista sia morale che spirituale o anche economica. Ed è conquista quando è veramente tale e cioè quando non è un onere o un peso e, di conseguenza, si può anche liberarsene, perché si tratta di una conquista della persona stessa che può servirsene fino a quando le serve. Ed alla fine, quando ritiene inutile portarsela dietro, può tranquillamente liberarsene. Non devono essere le cose a possedere te, ma tu a possedere le cose.
E’ l’ingordigia di avere tutto, l’utile e l’inutile, che crea grandi disastri all’uomo.
Da bambino, mia madre mi raccontava una storiella che ricorderò sempre.
Ad un uomo povero capitò di salvare la vita ad una persona molto ricca. Quest’ultima per riconoscenza gli promise in regalo tutte le terre che fosse riuscito a percorrere. Bastava che colui che gli aveva salvato la vita fissasse egli stesso il confine stabilendolo nel luogo dove avesse ritenuto di fermarsi. Accadde così che l’uomo povero diventò un pover’uomo perché ogni volta che pensava di fermarsi vedeva altre terre e, quindi, proseguiva il cammino. Il risultato fu che non riuscì più a fermarsi e, così, ramingo di luogo in luogo, morì povero e in solitudine. Si deve avere il senso della misura”.
E, mi sembra, che sia proprio quello che oggi spesso manchi e che rende attuale la sua riflessione.