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di GIAN ANTONIO GIRELLI 17 set 2026 13:51

A proposito di bollo auto

Quando la politica sceglie uno slogan semplice, bisogna avere la pazienza di guardare ciò che c'è dietro. L'annuncio della presunta cancellazione del bollo auto è uno di questi casi. Occorre capire quale idea di politica economica e sociale ci sia dietro una misura presentata come l'abolizione di una delle tasse più odiate dagli italiani.

Abolizione che, in realtà, non è tale: il provvedimento riguarda il 2027, un solo veicolo e, per le automobili, entro il limite degli 80 kilowatt. Per renderlo permanente servirebbero ulteriori interventi e nuove coperture. Nel frattempo, lo Stato impiegherà circa 2,3 miliardi di euro per compensare il mancato gettito.

Ed è proprio qui che comincia la discussione politica vera. Se lo Stato dispone di miliardi da restituire ai cittadini, la domanda non dovrebbe essere soltanto quale tassa sia più facile o popolare cancellare, ma quale sia oggi la maggiore difficoltà delle famiglie italiane.

La risposta credo sia davanti agli occhi di tutti: stipendi che troppo spesso non tengono il passo con il costo della vita e un lavoro che, anche quando c'è, non sempre garantisce quella sicurezza che dovrebbe derivarne.

Non è un'impressione. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali in Italia erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021: il divario più ampio tra le maggiori economie dell'area OCSE. Dietro questa percentuale ci sono milioni di persone che lavorano e che hanno visto ridursi ciò che possono realmente acquistare con il proprio stipendio.

Questo Governo è in carica da quasi quattro anni. Ha avuto il tempo per fare della questione salariale una grande priorità nazionale, ma non lo ha fatto. Ha preferito interventi frammentari e temporanei, mentre il problema strutturale del valore del lavoro è rimasto sul tavolo. E oggi trova oltre due miliardi per una misura destinata, allo stato attuale, a durare un anno, proprio mentre ci avviciniamo alla conclusione della legislatura.

La differenza è sostanziale. Avere ogni mese uno stipendio più adeguato significa poter programmare il futuro, affrontare una spesa imprevista, sostenere i figli, pagare un affitto o un mutuo senza vivere nell'angoscia del prossimo aumento.

Significa anche potersi curare. Quando il reddito disponibile si riduce, sempre più spesso le persone rinviano una visita, un esame, una prestazione. La questione salariale, dunque, non è separata dalla questione sociale e dal diritto alla salute: ne è parte.

Per questo servirebbe uno sforzo straordinario sul lavoro e sui salari: favorire rinnovi contrattuali adeguati, ridurre stabilmente il peso fiscale sui redditi da lavoro, contrastare il lavoro povero e sostenere chi ogni giorno contribuisce con il proprio lavoro alla crescita del Paese. Su questi temi, però, il Governo non ha finora costruito una risposta strutturale, bocciando anche le proposte avanzate dall'opposizione.

Non basta vantarsi del numero degli occupati se poi una parte di quegli occupati fatica ad arrivare alla fine del mese. Il lavoro non è soltanto una statistica da esibire: è reddito, autonomia, possibilità di costruire una famiglia e di progettare il proprio futuro. È, prima ancora, dignità.

Le persone non hanno bisogno che, all'avvicinarsi delle elezioni, si trovi una tassa da sospendere per un anno. Hanno bisogno di sapere che il proprio lavoro vale, che il reddito può crescere insieme al costo della vita, che i servizi pubblici funzionano e che il futuro può essere programmato.

È questa la differenza tra una politica che interviene sulle cause e una politica che cerca consenso attraverso gli effetti speciali. Dopo quasi quattro anni, non basta più dire che ci si penserà. Il lavoro povero e la perdita di potere d'acquisto non si combattono con gli annunci, e una misura parziale e temporanea non diventa una grande riforma soltanto perché la si racconta come tale.

GIAN ANTONIO GIRELLI 17 set 2026 13:51