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di MAURILIO LOVATTI 25 ago 07:33

Aborto, legge e mentalità

Ho letto la lettera con cui il sig. Luca Poli, su Voce del 6 agosto, cerca di confutare la tesi esposta in una precedente lettera di Angelo Onger. La tesi di Onger, che condivido pienamente, è semplicissima: “Non sono le leggi che creano la mentalità, ma è vero il contrario.”

Per demolire questa tesi, Poli usa l'esempio dell'aborto: “L'esperienza dell'aborto non è forse diventata, con gli oltre 6 milioni di vite soppresse negli ultimi 40 anni, un sempre più normale e condiviso metodo anticoncezionale?” lasciando intendere che la legge che ha legalizzato l'interruzione di gravidanza abbia modificato la mentalità e la cultura portando ad una diffusione dell'aborto “sempre più normale e condiviso”.

Se il presupposto (cioè l'aumento continuo degli aborti dopo l'introduzione della legge) fosse vero, la tesi di Onger sarebbe demolita del tutto. Ma non è vero, anzi è esattamente il contrario. Le interruzioni volontarie di gravidanza in Italia nel 1982, cioè l'anno dopo il referendum sull'aborto, sono state 234.593. Poi sono diminuite in continuazione per 36 anni, fino a scendere a 76.044 nel 2018. Son diminuite di oltre 2/3. Non solo per merito della legge, ma soprattutto per l'evoluzione della mentalità e del costume.

Per evitare equivoci, sia chiaro che l'aborto rimane un atto morale grave ed ingiusto; e non ho remore a ricordare che nel referendum del 1981 ho votato, come presumo anche il sig. Poli, per l'abrogazione della legge 194. Ma qui non si discute del valore morale dell'aborto, ma del rapporto tra leggi da un lato e mentalità e costumi dall'altro. I dati ufficiali sull'aborto dicono il contrario di quello che lascia credere il sig. Poli.

Come si può spiegare un così clamoroso autogol del sig. Poli? I casi sono due: o non si è documentato prima di scrivere, oppure ha voluto far credere al lettore che gli aborti fossero aumentati in Italia, sapendo che non era vero. Ora, mi pare che scrivere senza documentarsi non sia particolarmente intelligente e che cercare di far credere il falso al lettore non sia particolarmente onesto.

 

MAURILIO LOVATTI 25 ago 07:33