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di PAOLA PAGANUZZI 19 mag 07:59

Canto del sole inesauribile

Lunedì 18 maggio, due motivi di grande gaudio, singolarmente intrecciati: l'anniversario della nascita di san Giovanni Paolo II e il ritorno alla celebrazione della Messa nelle nostre chiese. Ho riletto, nella pubblicazione di Santino Spartà “L’opera poetica completa di Karol Wojtyla”, il "Canto del sole inesauribile" del 1944. Ne trascrivo qui alcuni passi (sarebbe da trascrivere per intero!) pensando che possano dare consolazione, fiducia e coraggio ai suoi lettori, gentile Direttore.

In questi giorni non mancano, in tanti di noi, preoccupazioni circa le possibili conseguenze delle decisioni che sono state prese, ma, insieme, anche un senso di sia pure timido e timoroso sollievo, e, soprattutto, uno sguardo di particolare affetto e gratitudine per i nostri sacerdoti e per tutti i volontari impegnati con grande generosità ad assicurare sicurezza e conforto ai fedeli. Viene magari il pensiero che forse si poteva attendere ancora un poco, che  di certo Gesù sarebbe stato il primo a condividere la nostra prudenza, se dettata dal desiderio di tutelare la salute di tutti e in particolare dei più deboli, e il nostro desiderio di pensare, prima che al personale bisogno di incontralo nelle comunità parrocchiali, al riavvio delle attività economiche, alla distribuzione di "pani e pesci" per i tanti che vivono realtà di grande indigenza....

Sì, c'è tutto questo, ma di certo si avverte forte anche la commozione di rivederci - almeno alcuni (e magari portando nel cuore tutti gli altri che per varie ragioni non possono rischiare il contagio) - arrivare dai vari angoli dei nostri quartieri per convergere là dove lo sguardo è portato in alto dai campanili, dalle facciate slanciate verso il Cielo, dall’elevazione, nel silenzio adorante, del Santissimo…

E, allora, un godimento spirituale profondo ci può essere regalato dalle parole di san Giovanni Paolo II, il papa-poeta che nelle sue poesie sa muovere-emozioni (l’accostamento delle due parole è voluto: è un omaggio di grande riconoscenza a Ezio Bosso!) forti e belle. Il “Canto del sole inesauribile”: un inno all’amore di Dio per l’uomo, alla luce che ci riscalda dopo mesi di dolore, all’Eucaristia, che è per tutti: per chi vi si può accostare, per chi ancora un poco attenderà.

1

Il Tuo sguardo fisso sull’anima, come il sole verso la foglia s’inclina

ne arricchisce il fiorire con la profonda, trasparente bontà,

l’accoglie nel suo raggio

- ma Tu, Maestro, guarda:

che accadrà della foglia e del sole? – la sera si avvicina.

3

L’anima non è una foglia.

e su di sé può trattenere il sole

e insieme a lui discendere

in un arco inscindibile, al tramonto.

E laggiù lo raggiunge e rimane,

partecipando al solare declino,

e quando ancora procede il cammino,

in una lunga ombra a lui si salda –

Non spezza l’orizzonte,

nell’ansia di giorni lontani,

- ma solo sta alla porta e bussa.

Ed ecco, ha già raggiunto tutto:

ecco, ogni giorno le riporta il sole

nel cerchio visibile.

4   

Quando tristezza e sera si confondono

– hanno lo stesso colore –

formano insieme uno strano liquore,

e timorosamente alle mie labbra l’accosto.

Così, per non lasciarmi solo

in quell’ansia, spogliasti

il crepuscolo d’ogni suo orrore,

ed all’eternità desti il sapore del pane.

Quando dall’infinito facesti emergere il tempo

per appoggiarlo all’altra riva,

Tu già sentivi il mio lontano pianto,

ne sapevi da secoli il motivo.

Sapevi che la nostalgia

di chi una volta ha bevuto il Tuo sguardo

non si placa per un solare incanto,

ma si arrossa di sangue, come trafitta da spine.

5

Se il cosmo è un ramo pesante di foglie

ed avvolto dall’irraggiare dei soli,

e se lo sguardo è un quieto abisso

recato sulla palma aperta –

allora anche se tremano e cadono le foglie

rispecchiate dalla vicina profondità,

il quieto abisso sempre fissa

Te – Nascosto.

6

Quando creavi i miei poveri occhi

E recavi l’abisso sulla Tua palma aperta,

pensavi a quello sguardo eterno

affascinato dall’abisso

e dicevi:

Mi abbasserò, fratello

mi abbasserò, non lascerò mai soli i tuoi occhi,

e mi nasconderò dapprima nella croce,

poi, come il pane, nel grano maturo.

Allora penso:

Ti abbassi così

perché nel cosmo non restino sole

le mie spalle lontane dalla croce ed i miei occhi pieni di nostalgia.

7

Se l’amore tanto più grande è quanto più è semplice,

se il desiderio più semplice sta nella nostalgia

allora non è strano che Dio voglia

essere accolto dai semplici

da quelli che hanno candido il cuore

e per il loro amore non trovano parole.

Ed Egli stesso nell’offerta

c’incantò con la sua semplicità,

la povertà, la mangiatoia, il fieno.

La Madre, allora, sollevò il Bambino

e lo cullava tra le braccia

e nelle fasce Gli avvolgeva i piedi.

Miracolo – miracolo – miracolo!

Quando proteggo Dio con la mia umanità,

da Lui protetto col Suo amore,

protetto col Suo martirio.

8

In uno sguardo infantile

concentrato sull’Ostia soave

incontrai il Padre Divino

che con immenso amore mi guardava.

Davanti a quello sguardo,

dov’era il mondo intero

i miei occhi tremarono

come un fiore indifeso.

Diceva il Figlio: Ecco si sta attuando

il desiderio del nostro amore

perché gli occhi dell’uomo mi guardano

non alterati dal fulgore.

O fulgore! O creativo sguardo

da cui sorge una nuova Creazione

molto più esuberante,

sorgono mondi nuovi di nascosto.

15

Come potrò esprimere la mia gratitudine al mare per le sue onde

che, quiete, vengono a cercare i miei quotidiani smarrimenti?

Come potrò esprimere la mia gratitudine al sole

che non mi ha reso odioso

il crepuscolo che la sera dal mattino divide in uno stacco così breve?

Per questa vicinanza che cosa Ti darò,

vicinanza che accendi con tale immensità,

come il falò,

come il cuore che in equilibrio rimane –

per questa confidenza che cosa Ti darò,

confidenza che stringi in uno sguardo infantile

e che concludi in una gloria

che nell’ombra, d’ogni tristezza è priva –

E per questa difesa che cosa Ti darò,

la difesa che il giorno non mi lesina.

Tu come puoi, Signore,

fidarTi di uno come me.

Come potrò esprimere la mia gratitudine al mare per le sue onde

Che, quiete, vengono a cercare i miei quotidiani smarrimenti?

Come potrò esprimere la mia gratitudine al sole

Che non mi ha reso odioso

Il crepuscolo che la sera dal mattino divide in uno stacco così breve?

16

O Signore, perdona al mio pensiero che non Ti ama ancora abbastanza,

perdona al mio amore, Signore, che è così terribilmente incatenato al pensiero

che Ti sperde in pensieri freddi come la corrente

e non avvolge in brucianti falò.

Ah, accogli, Signore, l’ammirazione che mi zampilla dal cuore

come zampilla un ruscello dalla fonte –

- il segno che di lì verrà la vampa –

e non respingere, Signore, neanche la tiepida ammirazione

che un giorno colmerai con una pietra ardente sulle labbra –

Non respingere, Signore, la mia ammirazione

che per Te è in nulla, perché Tu Intero sei in Te Stesso,

ma per me, ora, è tutto,

un torrente che rapisce le sue rive

prima di dire la sua nostalgia per gli oceani smisurati.

PAOLA PAGANUZZI 19 mag 07:59