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di ANGELO ONGER 04 apr 13:06

Considerazioni sulla famiglia

Dal punto di vista cristiano, che fare? La risposta fondamentale è legata all’essere e non al fare

Alle manifestazioni di Verona sono stati dedicati fiumi di parole. Aggiungo un piccolo ruscello. Ho sulle spalle parecchi decenni di vita e quindi ho attraversato i cambiamenti che hanno stravolto i “connotati” del nostro Paese insieme a quelli di tutto il resto del mondo. In particolare ho vissuto l’irruzione della secolarizzazione prima, e della scristianizzazione dopo, nelle nostre comunità.

Oggi viviamo in un contesto che Bonhoeffer aveva profeticamente descritto quasi ottant’anni fa, di una religione senza fede che, quando va bene, considera Dio un tappabuchi o una specie di talismano cui fare ricorso nei momenti di difficoltà.

Conseguentemente la professione di fede è per lo più un’adesione teorica a un Vangelo che si può strumentalizzare a piacimento, anche nelle campagne elettorali.

In queste condizioni immaginare che sul matrimonio, sulla famiglia, sulla sessualità si possa fare riferimento a una visione comune della vita più che un’illusione, è un esercizio destinato a cadere nel vuoto. Oggi non esiste un tessuto sociale fondato su valori condivisi, ma dominano pulsioni, emozioni, paranoie che durano lo spazio di un mattino o poco più. Oggi ci sono ancora molte (anche se diminuiscono continuamente) persone in Italia che si dichiarano cattoliche, ma molte di queste persone non sono cristiane (rubo una espressione di papa Francesco).

Dal punto di vista cristiano, che fare? La risposta fondamentale è legata all’essere e non al fare.

Vengo al dunque. L’aborto, il divorzio, le famiglie arcobaleno, le unioni civili, la pedofilia, i respingimenti, la legittima difesa che diventa una licenza di uccidere, e ognuno aggiunga tutte le storture che incontra nel quotidiano, non fanno parte di una vita cristiana. Ma nessuno è obbligato ad abortire, a divorziare, a sparare perché è turbato (anzi, secondo me un cristiano non può possedere armi: se deve porgere l’altra guancia non può mai correre il rischio di uccidere) e via di questo passo.

Quindi la preoccupazione di un cristiano non dovrebbe essere quella di imporre per legge il Vangelo ma semplicemente (faticosamente ma anche gioiosamente) di viverlo, di testimoniarlo con la vita. Perché non sono le leggi che formano le coscienze, è l’esatto contrario: le coscienze generano le leggi.

Per questa ragione, perde ogni possibile credibilità una battaglia portata avanti nel nome di un Vangelo mutilato secondo le convenienze del momento, con alleanze che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono portatrici di idee e valori anti-evangelici.

Aggiungo un paradosso che sfiora il ridicolo. Ogni tre per quattro c’è qualcuno che vuole fermare l’invasione degli stranieri perché minacciano la nostra identità cristiana. Se questo fosse vero, gli apostoli sarebbero ancora chiusi nel Cenacolo per non correre quel rischio in un mondo che aveva crocifisso Gesù Cristo.

In nome della fede e del coraggio degli apostoli sono duemila anni che i missionari portano ovunque il Vangelo senza alcuna paura di contaminazione. E sono duemila anni che investiamo risorse per l’attività missionaria. Adesso che molti “infedeli” arrivano fra noi (e continueranno ad arrivare perché nessuno è in grado di fermare il fenomeno migratorio e chi pensa diversamente denota una preoccupante incapacità di leggere i segni dei tempi), come cristiani dovremmo essere contenti di fargli conoscere Gesù Cristo, stando a casa nostra.

Invece abbiamo paura di perdere l’identità. Vangelo alla mano, quella paura dimostra che l’identità l’abbiamo già persa. Quindi l’unica vera risposta che come cristiani possiamo dare a questo mondo e ai suoi valori (o presunti tale), è  quella di una testimonianza che non accusa le debolezze altrui e non cerca la rivincita a colpi di potere (politico, sociale, culturale), ma si interroga ogni giorno, anzi ogni momento, sulla propria fedeltà al Vangelo e traduce questa fedeltà in una scelta che tutti possono “leggere”.

Simone Weil ci ha lasciato questo ammonimento: «Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio. … Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni» (Q IV 182-183).

ANGELO ONGER 04 apr 13:06