Il green deal è un disastro
Ritornato da Pechino soltanto una settimana fa ho letto dei record di vendite di auto cinesi in Italia e non ho potuto trattenermi dal prendere carta e penna. Mi viene in mente Tiziano Terzani. Lui soggiornò a Pechino negli anni Ottanta, quando la Cina era ancora quella della Grande Muraglia e dei divieti, quella città dove finì arrestato come nemico della rivoluzione. Ma prima di allora aveva vissuto gli hutong, le viuzze strette dove la gente viveva ancora una mobilità umana e la bicicletta era il respiro della città. Terzani aveva uno sguardo che sapeva cogliere le fratture della storia, i momenti in cui il vecchio mondo muore e un altro non è ancora nato.
Oggi se Terzani tornasse a Pechino si troverebbe di fronte a una metamorfosi compiuta. Non il caos della modernità occidentale, ma qualcosa di radicalmente diverso. Gli hutong rimangono, ma la città che li circonda non respira più aria di biciclette. Il novanta per cento dei veicoli è completamente elettrico. Ho preso una trentina di taxi, tutti silenziosi. Tutti a batteria. Marche cinesi sconosciute, ma non per molto…
In Europa abbiamo visto gli industriali — Marco Bonometti in prima linea — gridare, non senza ragione: il green deal è un disastro, è ideologia pura. E avevano ragione. Perché quando l'ideologia incontra la burocrazia, non nasce il futuro. Nasce la paralisi.
I numeri di vendita che leggiamo dicono che gli italiani cominciano, lentamente, a capirlo. Ma il ritardo è quello che rimane. E non è soltanto industriale. È culturale. È lo spazio che si apre quando un'epoca muore e non abbiamo un indovino a cui affidarci come fece il nostro amato Terzani.